Fino a domenica 22 novembre, al piano superiore di Punta della Dogana prosegue Algebra, personale di Paulo Nazareth, una grande mostra curata da Fernanda Brenner con il progetto espositivo partito dall’ampia presenza di opere dell’artista brasiliano all’intenno della Pinault Collection che include un nucleo di inediti e riunisce oltre vent’anni di pratica artistica. La Curatrice, spiega: «Nazareth sceglie “Algebra” come titolo per questa mostra, dall’arabo al-jabr, che significa sia “ricomposizione di parti rotte” sia “riposizionamento di ossa rotte”. Il termine deriva da un trattato del IX secolo del matematico persiano Muhammad ibn Masa al-Khwarizma. Al-jabr si riferiva non solo a una pratica chirurgica, l’allineamento accurato delle ossa fratturate per ricomporle, ma anche a un’operazione matematica: la trasposizione dei termini sottratti nell’altro membro di un’equazione, ripristinando ciò che era stato ridotto. L’algebra, nella sua essenza, è un metodo per individuare le incognite, isolando ciò che manca dai sistemi di relazioni: separare x da y, estrarre l’incognita dal suo contesto per calcolare ogni termine da solo. Nazareth risolve le equazioni in modo diverso. La sua pratica opera attraverso un intreccio radicale; le sue opere non possono essere percepite come oggetti autonomi da contemplare o da leggere in ordine cronologico, ma piuttosto come lavori rituali che attivano relazioni con forze che superano qualsiasi singola mostra».

Tutto questo, per l’artista, è divenuto una sorta metodologia per affrontare le fratture irrisolte della storia attraverso camminate epiche nelle Americhe, nei Caraibi e nel continente africano e, tale pratica del camminare, svela la violenza strutturale – razziale e coloniale – che ha modellato i confini contemporanei, proponendo forme di conoscenza radicate nella relazione invece che nell’estrazione, nella saggezza ancestrale invece che nella mappatura coloniale. Ancora la Curatrice sottolinea come la sua pratica sia fondamentalmente legata al luogo, ma nessuno di questi è mai isolato in quanto «ogni sito in cui lavora e su cui lavora diventa un nodo in una spirale che si allarga, un punto su una mappa che curva sempre verso il suo centro gravitazionale: la cucina di sua madre, Ana Gonçalves da Silva, a Palmital, un quartiere periferico di Belo Horizonte, dove è cresciuto e dove torna continuamente. Ana, che un tempo lavorava come spazzina, camminando dai margini della città al suo centro commerciale raccoglieva ciò che gli altri lasciavano indietro – oggetti, rottami, utensili rotti – e li portava a casa. Li offriva ai figli non come simboli di privazione, ma come materiali su cui riflettere, da toccare, da trasformare in giocattoli e utensili. Nelle sue mani, ciò che la città scartava veniva recuperato e reinserito in un ritmo di vita diverso. Da questo ambiente, Nazareth ha imparato che camminare può essere un modo per comprendere il mondo, un metodo lento per sconvolgere i percorsi che pretendono di essere prestabiliti; che i materiali portano con sé contemporaneamente diverse verità, economiche, spirituali, ancestrali. Attraverso l’esempio di Ana, la sfera domestica ha assunto una tacita carica politica e la quotidianità ha rivelato la sua capacità di proteggere il sacro e svelare storie nascoste».

A Punta della Dogana, una spessa linea di sale attraversa ogni ambiente segnando una soglia tra ciò che è visibile e ciò che resta sommerso. Per i visitatori più attenti, questa linea rivela lentamente la geometria di una nave fantasma, un tumbeiro, termine portoghese per le navi negriere che attraversavano l’Atlantico. La sua architettura della sofferenza riaffiora in frammenti all’interno delle stanze, una presenza spettrale che sottende l’intera esposizione e, il sale, funziona sia come metafora sia come agente materiale: guarisce, corrode, si accumula.

La mostra non presenta né un approccio cronologico né tematico, ma stazioni in un continuum, una distillazione lungo il percorso di una performance arte-vita in corso. Centrale tra queste è Notícias de América della Pinault Collection, che condensa i dieci mesi di cammino di Nazareth dal Brasile a New York.
Fotografie, testi e Havaianas consumate tracciano momenti in cui identità e confini si scontrano, offrendo una testimonianza diretta della migrazione come esperienza vissuta e come finzione costruita.

Quando fu invitato alla Biennale di Venezia del 2013, Nazareth creò un evento parallelo a Veneza, nello stato di Minas Gerais: una piccola città brasiliana che condivide il nome con la capitale marittima italiana. Per questa mostra, ha attivato nuovamente entrambi i siti in simultanea, creando un dialogo tra emisferi: la città galleggiante costruita sul commercio incontra la sua omonima senza sbocco sul mare nell’interno brasiliano. Due geografie, una pratica.

Occupando un edificio dove le merci venivano contate, tassate e registrate in registri meticolosi Algebra chiede cosa quei sistemi contabili si rifiutassero di registrare. Nel divario tra misurazione e cancellazione, la mostra di Nazareth risolve per l’innominato, occupandosi di ciò che persiste oltre la documentazione, delle equazioni che i documenti ufficiali non riuscivano a contenere.

La mostra è accompagnata da un catalogo pubblicato in collaborazione con Marsilio Arte (con testi di Fernanda Brenner, Gabriela de Matos, Johny Pitts, Philippe Rekacewicz) e arricchita da una serie di eventi culturali aperti al pubblico, tra cui la performance (dello scorso otto maggio) al Teatrino di Palazzo Grassi.