Sorgerà un artista come una brutta giornata. Una di quelle giornate d’inverno tutte nere, fredde, pungenti, dalla pioggia appuntita e frenetica che ti sbatte in faccia e sul corpo a cenciate quasi fossero lanci a manciate di pruni.
Di dolore avrà fatta la vita, continuo, infinito, per non poter giungere a dare con la sua opera la pace né a sé né agli altri.

O. Rosai, L’essenziale, in “Il frontespizio”, anno XV, n. 4, Vallecchi, Firenze 1937

Non inquadrabile in alcuno stereotipo, di lui si poteva dire tutto e il contrario di tutto, certo è che il furore iconoclasta delle avanguardie fu spesso compagno di viaggio di colui che amava definirsi teppista, tanto da raccogliere riflessioni e ricordi in un volume dal titolo Diario di un teppista. Mentre dichiarava di avere bisogno di “boccate d’aria intelligente” Rosai sosteneva di operare “nella tranquillità di chi sa di essere sulla strada che porta a un certo paese chiamato l’irraggiungibile“.

Figura controversa quella di Ottone Rosai (1895-1957), che fu tra i protagonisti dell’ambiente artistico fiorentino tra le due guerre, partecipe di quel gruppo, erede dei fermenti dell’avanguardia futurista, al quale appartenevano Ardengo Soffici, Mino Maccari e Leo Longanesi; un movimento sia letterario che artistico nato intorno alla metà degli Venti, di cui era espressione il periodico Il Selvaggio e che si definì Strapaese: scopo dichiarato era quello di sostenere i valori della cultura contadina e provinciale, vero fondamento della tradizione nazionale, affiancando in questi principi il Fascismo che in quel tempo andava consolidando il proprio potere. Visione antitetica a quella di Stracittà, con cui Bontempelli e Malaparte sostenevano la necessità di sprovincializzare la cultura italiana per introdurre il Fascismo nella modernità.

Secondo Strapaese l’italianità doveva fornire la spinta per elaborare un nuovo modello di arte e di civiltà, dal momento che, come scriverà Maccari, “trova in una tradizione ricchissima la base sicura per esprimersi nella modernità senza esserne travolta, e anzi dominandola“. Rosai era rientrato a Firenze dopo la fine della prima guerra mondiale, alla quale aveva partecipato arruolandosi come volontario, influenzato dalle teorie futuriste di Marinetti, che vedeva nella guerra la “sola igiene del mondo“. Nel 1920 l’artista tiene a Firenze la sua prima mostra personale: alla fase futurista, vissuta all’insegna dell’influenza di Ardengo Soffici, succede nella sua pittura un periodo figurativo, in cui accanto alle nature morte compaiono ritratti di persone della sua famiglia e scene di vita quotidiana, opere partecipi di quel ritorno all’ordine che caratterizzò l’arte europea nel primo dopoguerra.

Prende avvio da questo momento ricco di fermenti il percorso della mostra monografica dedicata a Rosai che si tiene a Montevarchi (AR) nelle sale del Palazzo del Podestà dal 25 ottobre 2020 al 31 gennaio 2021. Tutte le opere esposte appartengono a collezioni private, compresa una decina di capolavori di Rosai degli anni Venti e Trenta provenienti da una raccolta  romana, e quasi dimenticati; furono infatti esposti al pubblico solo a Firenze nel 1932, nella mostra tenutasi Palazzo Ferroni che segnò la definitiva consacrazione di Rosai tra i protagonisti dell’arte italiana del tempo. A Montevarchi sono riunite complessivamente cinquanta opere, tra oli e disegni, realizzate tra il 1919 e il 1932. Apre il percorso espositivo Le Follie estive, nome di un famoso cinema-teatro all’aperto con spettacoli di varietà che si trovava a Firenze sulle rive dell’Arno; dipinto fra il 1918 e il 1919, rappresenta una fase di passaggio nella pittura di Rosai: nella scomposizione e sintesi dei volumi si avvertono ancora l’influenza del futurismo di Soffici e qualche suggestione dell’esperienza cubista, dalle quali Rosai sembra prendere congedo con questa tela.

Negli anni Venti, il richiamo alla tradizione dell’arte fra Trecento e Quattrocento è un sentimento comune a molta parte della pittura italiana: Rosai interpreta il clima del “ritorno all’ordine” guardando alla lezione di Giotto e soprattutto di Masaccio, così come lo poteva studiare negli affreschi della Cappella Brancacci all’interno della fiorentina chiesa del Carmine. In un dipinto come Incontro in via Toscanella – la stradina dell’Oltrarno fiorentino in cui Rosai aveva una bottega di falegname e alla quale intitolerà un libro di memorie – la suggestione della grande pittura toscana tra Medioevo e Rinascimento appare dominare nella descrizione degli spazi, con le alte muraglie delle case che chiudono l’orizzonte, mentre le solide volumetrie delle figure, semplificate e definite in modo analogo a quello di opere come L’attesa di Carlo Carrà (1926), immergono lo spettatore in un’atmosfera di misteriosa immobilità che lo trasporta fuori dal tempo.

Il mondo claustrofobico in cui abitano le figure che popolano quadri come il Fiaccheraio, seduto al tavolo d’osteria – una citazione-meditazione sulla lezione di Cézanne – o le Donne sulla panchina, immagine di due pettegole intente a confidarsi segreti, presumibilmente altrui, si apre e distende nelle visioni della campagna intorno a Firenze, con le chiome argentee e lievi degli olivi che vibrano al vento e alla luce. Scrive l’artista: “Raggiungere il sogno sarà arrivare a dipingere l’universo in una foglia“. E il suo amore per una campagna fortemente segnata dalla  mano dell’uomo, ordinatamente coltivata e punteggiata da case coloniche che nella loro rustica semplicità possiedono un’inimitabile grazia “classica”, farà sì che nel 1935 Mario Tinti si rivolga proprio a Rosai per illustrare con trentadue disegni a carboncino, raffiguranti case e paesaggi della campagna fiorentina, il proprio volume su L’architettura delle case coloniche in Toscana.

Nello stesso anno, l’architetto Giovanni Michelucci affidava a Rosai l’incarico di decorare con due grandi pannelli a tempera il buffet della nuova stazione di Firenze, Santa Maria Novella. Michelucci era fulcro e animatore del “Gruppo Toscano”, uno studio di giovani architetti costituito da alcuni suoi allievi, al quale si deve il progetto della stazione: l’opera, che suscitò negli ambienti della cultura fiorentina scandalo e vivaci polemiche, sarebbe divenuta una pietra miliare dell’architettura razionalista italiana.

Una lettera promossa da Romano Bilenchi, alla quale aderirono artisti e letterati, scritta a sostegno di un progetto che con la sua rivoluzionaria modernità appariva a molti uno sconcertante sfregio al cuore antico di Firenze, vide fra le altre la firma di Rosai. Per i due pannelli che gli erano stati commissionati, il pittore scelse due vedute dei dintorni di Firenze: le Case di Villamagna e una Campagna toscana sovrastano ancora oggi il viavai di viaggiatori che frequentano la libreria della stazione, attualmente insediata nei locali in origine destinati al buffet.

A prima vista contrastanti con l’ambiente dalle rigide geometrie e dai freddi marmi policromi, in realtà le due vedute mettono in evidenza la semplificazione razionale di volumi e forme propria del paesaggio toscano – un elemento che appare più evidente nei cartoni preparatori che nella realizzazione finale delle opere – valorizzando in senso “moderno” e in forme coerenti con una ricerca della “via italiana” al razionalismo europeo, quella riscoperta della civiltà contadina che era del resto in linea con la politica del “ritorno alla terra” propagandata dal regime.

Didascalie immagini

  1. Ottone Rosai nel suo studio
    (fonte)
  2. Le Follie Estive (1918-1919)
  3. Trattoria Lacerba (1921)
  4. Incontro in via Toscanella (1922)
  5. Fiaccheraio (1927)
  6. Collina d’ulivi (1922)
  7. Cartone preparatorio per Campagna toscana, pannello per la Sala buffet della Stazione di Firenze S. Maria Novella (oggi libreria)
    (fonte)
  8. Case di Villamagna (1935) – Sala buffet della Stazione di Firenze S. Maria Novella (oggi libreria)
    (foto Donata Brugioni)

in prima pagina:
Trattoria Lacerba (1921)
[particolare]

 

La mostra è temporaneamente chiusa
in base alle norme del D.P.C.M del 3 novembre 2020.
Pertanto, allo stato attuale, riaprirà il prossimo 4 dicembre.
La presente pagina sarà aggiornata con eventuali proroghe.

Dove e quando

Evento: Palazzo del Podestà – Piazza Varchi, 8 – Montevarchi
  • Date : 25 October, 202031 January, 2021