Le Sale Chiablese, fino a domenica 3 maggio 2026, ospitano uno dei maggiori artisti italiani del Seicento e la mostra è stata realizzata per riconoscergli il ruolo che gli spetta nella storia dell’arte europea del periodo, quello di pittore elegante e delicato, ammirato dai contemporanei per aver operato un salto stilistico tra i più radicali nel corso della propria carriera, ma, spesso conosciuto dal grande pubblico, solo come il padre di Artemisia.
Da uno stile accademico di discreto successo – associato ai grandiosi cantieri decorativi della Biblioteca Vaticana e delle grandi basiliche romane – promossi dai papi Sisto V (1585-1590) e Clemente VIII (1592-1605) – a precoce seguace di Caravaggio e ancora a maestro postcaravaggesco altamente originale e di eccezionale raffinatezza per la sorprendente combinazione di invenzione formale, brillantezza dei colori e sperimentazione degli effetti di luce.

L’esposizione “Orazio Gentileschi. Un pittore in viaggio” organizzata dai Musei Reali di Torino e Arthemisia con la curatela di Annamaria Bava e Gelsomina Spione, accompagnata dal catalogo edito da Moebius, racconta la vicenda di un cosmopolita, colto e inquieto, che si reinventò più volte trasformando, il viaggio, in un percorso di crescita ed evoluzione. Il visitatore viene così accompagnato attraverso le tappe principali di vita e carriera. Da Pisa, dove nacque nel 1563, a Roma (trasferitosi, quando era ancora adolescente insieme al fratello maggiore, nel quartiere popolare di via del Babuino dove ricevette la prima formazione artistica e visse tra il 1599 e il 1610), da Fabriano a Genova (dove lavorò, dal 1621 al 1625, per le grandi famiglie della Repubblica marinara, tra cui i Doria) e a Torino, fino alle grandi corti di Parigi e di Londra (con il favore della giovane regina Enrichetta Maria, e dove morì nel 1639) dimostrando, appunto, quella capacità di adattarsi a contesti diversi, dialogando con grandi pittori e sviluppando un linguaggio personale, coerente e riconoscibile.

“Il suo spirito è di ricercatore, il suo temperamento è di vagabondo” lo descriveva Roberto Longhi nel saggio pioneristico del 1916 dedicato ai Gentileschi (padre e figlia). Dalla formazione tardo manierista, nutrita di eleganza e compostezza cinquecentesca, quasi quarantenne, dopo l’incontro con Caravaggio, propose un naturalismo di intensa verità luminosa e spirituale. La trasformazione è così profonda da rendere pressoché irriconoscibile il pittore degli esordi (se non fossero certi i documenti che attestano le sue opere giovanili). Ancora Longhi, nel 1914 lo aveva definito, “Il più meraviglioso sarto e tessitore che abbia mai lavorato tra i pittori”, per la sensibilità delle trame della luce e dei tessuti, l’eleganza misurata, la precisione sartoriale del suo pennello.

Dalle fondamentali ricerche di Keith Christiansen e Judith W. Mann – curatori della storica retrospettiva dedicata a Orazio e Artemisia tenutasi tra il 20 ottobre 2001 e il 15 settembre 2002 nelle sedi di Roma, New York e Saint Louis – l’esposizione torinese, potendo contare sulla collaborazione di entrambi gli studiosi, rappresenta un’occasione preziosa di confronto e di approfondimento critico e, tra gli obiettivi principali del progetto, la valorizzazione del patrimonio dei Musei Reali, che conservano uno dei vertici assoluti della produzione di Orazio: l’Annunciazione, capolavoro eseguito nel 1623 per Carlo Emanuele I di Savoia (realizzato durante il periodo genovese).

La mostra intende quindi sottolineare come Torino rappresenti un luogo di riferimento rilevante per lo studio dell’artista, per la presenza, nelle collezioni del Museo Civico d’Arte Antica, di opere appartenenti a momenti cruciali del percorso creativo del maestro come la splendida pala giovanile con la Madonna in gloria e la Santissima Trinità (inviato alla corte di Carlo Emanuele I da Roma) e della tela con San Girolamo in preghiera (realizzata per il mercato romano e acquisita nel 1966).
Inedito è il confronto tra le due Annunciazioni – la pala della Galleria Sabauda e quella proveniente dalla chiesa di San Siro a Genova – esposizione congiunta che permette di approfondirne la capacità inventiva elaborando modelli compositivi di coerenza formale, che egli stesso replica in varianti autografe, sempre arricchite da nuovi elementi e soluzioni figurative. Differenze, spesso determinate dalla committenza o dalla destinazione, a dimostrazione di una flessibilità tale da far assumere a ogni replica, nuova e autonoma espressione di linguaggio.

I prestito, Mosè salvato dalle acque (Museo del Prado), rappresenta uno degli apici della maturità del pittore. Con i dipinti di Orazio sono esposti altri artisti del Seicento, riunendo celebri capolavori con quadri meno noti, ma selezionati per il loro livello qualitativo e per la rilevanza nel testimoniare lo sviluppo del racconto.

La mostra, articolata in sezioni tematiche e cronologiche, fa quindi dialogare Orazio con i contesti artistici e culturali in cui egli operò – con maestri, colleghi e committenti; tra questi ultimi: Carlo Emanuele I di Savoia, Maria de’ Medici, Filippo IV di Spagna e Carlo I d’Inghilterra – con le dinamiche del mercato dell’arte del suo tempo, come anche eventi che segnarono il suo privato, quali i processi del 1603 e del 1612.

Noto per il temperamento fiero e indipendente, ma al tempo stesso scontroso, suscettibile, incline alla solitudine (tratti emergenti dal celebre ritratto disegnato da Van Dyck, oggi conservato al British Museum), venne segnato dalle parole del collega e rivale Giovanni Baglione, il quale con polemica, affermava che “più nel bestiale che nell’humano egli dava” a cui fa da contraltare la descrizione, intorno al 1620, del medico senese Giulio Mancini, di un artista che aveva “operato con modo proprio e particolare senza andare per le pedate d’alcuno”.