– di Daniela Brunetti – 

«Il 2 novembre del 1606 Giovanni Baglione era di nuovo al centro di una questione giudiziaria. Tre anni dopo il famoso processo che aveva visto imputati Caravaggio e i suoi amici, rei di aver divulgato sonetti osceni ai danni del pittore-biografo, Baglione denunciava Orazio Borgianni e Carlo Saraceni per essere i mandanti di un sicario (Carlo detto il Bodello, di cui niente di più conosciamo) che, intorno alla fine di ottobre, lo aveva aggredito con la spada e ferito, sui gradini di Trinità dei Monti. Negli interrogatori del giudice, Baglione non esita a incolpare i due pittori dell’agguato e addirittura si dichiara convinto della loro intenzione di farlo ammazzare. I brani superstiti di questo processo (di cui purtroppo non conosciamo l’esito, cioè la sentenza del giudice, né le testimonianze del sicario e degli imputati quali mandanti) sono stati oggetto nel tempo di analisi e interpretazioni, almeno da quando vennero pubblicati per la prima volta da Luigi Spezzaferro nel 1975. Il passaggio forse più importante della deposizione di Baglione riguarda la motivazione dell’agguato: “questo l’hanno fatto loro [cioè Borgianni e Saraceni] perché erano et sono miei malevoli et aderenti al Caravaggio quale è mio inimico, onde ho inteso che chi gli ha dato una cosa et chi un’altra et l’hanno detto che m’ammazzasse et che portasse la nova al Caravaggio che gli averia data una bona mancia”. Molto è stato scritto su queste parole e non si è potuta evitare una certa perplessità di fronte alla dichiarazione che dietro a tutto ci fosse il Merisi, a cui sarebbe stata annunciata la morte di Baglione come una sorta di trofeo. Si stenta davvero a crederlo ed è probabile che queste ipotesi derivassero soprattutto dall’agitazione del biografo e dalla rabbia covata nei confronti del collega, peraltro ormai non più a Roma dal 28 maggio di quello stesso anno. È indubbio che le date contano in questa storia. Il 28 maggio Caravaggio era dovuto fuggire drammaticamente da Roma per non farsi arrestare dopo l’omicidio di Ranuccio Tomassoni, avvenuto probabilmente per una contesa di gioco dai contorni non chiarissimi, nel salone della pallacorda in Campo Marzio. All’altezza dell’ottobre 1606, Borgianni doveva essere tornato nella città pontifcia non da moltissimo tempo, dal momento che il 9 gennaio 1605 egli è sicuramente in Spagna, a Madrid, quando firma l’inventario dei beni del marchese di Poza. Mentre la prima data certa della presenza del pittore a Roma rimane ancora quella scoperta da Masetti Zannini nel 1974: Borgianni, il 27 giugno 1606, ha un alterco, “a un’hora di notte” con tale Antonio Pellegrini…»

Così inzia il pregevole saggio Orazio Borgianni, huomo libero di Gianni Papi nel bel catalogo edito da Skira che accompagna la prima mostra monografica dedicata al pittore romano, allestita a Palazzo Barberini fino al 1° novembre.
“Orazio Borgianni. Un genio inquieto nella Roma di Caravaggio” realizzata per celebrare uno dei grandi protagonisti dell’ambiente artistico fra il primo e il secondo decennio del Seicento, le cui opere, eseguite nel breve lasso di tempo di soli dieci anni, avranno un’importanza determinante per lo sviluppo dei linguaggi artistici nella città pontificia.
È verosimile che Borgianni (Roma, 6 aprile 1576 – Roma, 14 gennaio 1616) abbia avuto un’iniziale educazione in ambito padano, poiché nelle sue prime opere, ma anche in seguito, sembrano chiare le tracce della conoscenza dei capolavori di Correggio e Parmigianino a Parma, di Lelio Orsi, ma anche dell’ambiente cinquecentesco ferrarese e infine, di Tintoretto e Bassano a Venezia.

Il pittore trascorse alcuni anni in Spagna fra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, quando si avvicinò – seppur molto personalmente – a El Greco; fu probabilmente in occasione di questo soggiorno, durato circa sette-otto anni, che Orazio dovette stabilire significativi rapporti. Anche in seguito, a Roma, il contatto con la Spagna sarà determinante nel suo percorso e importanti personaggi spagnoli, come l’ambasciatore a Roma, Francisco de Castro, e il suo segretario Juan de Lezcano, saranno suoi committenti.
Borgianni tornò a Roma probabilmente nella seconda metà del 1605, in tempo per entrare in contatto, anche personale, con Caravaggio. Nel decennio successivo, in cui si svolge l’intera sua attività romana, l’artista eseguì assoluti capolavori che mostrano uno stile originalissimo e precorritore, che troppo limitatamente in passato è stato definito ‘caravaggesco’.

Borgianni è infatti del tutto originale e innovativo, e sebbene non indifferente alle novità naturalistiche del Merisi, opere come la Visione di san Francesco di Sezze (1608), il Cristo fra i dottori oggi presso il Rijksmuseum di Amsterdam, la meravigliosa Sacra Famiglia con san Giovannino e santa Elisabetta di Palazzo Barberini o il San Carlo Borromeo di San Carlo alle Quattro Fontane (tutte opere eseguite fra la fine del primo e l’inizio del secondo decennio) presentano una varietà di corde e di soluzioni stilistiche inedite e anticipatrici che gli conferiscono un ruolo di riferimento almeno fino al terzo decennio.
Sarà proprio quel suo modo di dipingere, che coniuga Correggio e Tintoretto con El Greco e Caravaggio, a fornire linfa vitale a quegli artisti, come Serodine o Vouet, che durante il secondo e il terzo decennio aggiorneranno il naturalismo di matrice caravaggesca per fornire un’alternativa moderna all’avanzare del classicismo dei bolognesi e poi del barocco.

L’intento di questa mostra, oltreché tracciare in modo soddisfacente la fisionomia di Orazio, è anche quello di mettere definitivamente in luce l’importanza della sua influenza sull’ambiente romano.
Da Borgianni ha origine un preciso filone di cultura segnato da un particolare naturalismo, dove si riconoscono alcuni elementi (movimento inquieto delle figure, luminismo forte, di un’intensità bruna e calda, aperture insistenti a scelte figurative pauperistiche, una pennellata mossa e spesso insofferente del mimetismo) che spingeranno in alcuni casi ad ardite sperimentazioni. Si possono riconoscere questi elementi, che di base sono nell’opera di Orazio, in un gruppo di artisti che mettono a punto un linguaggio quanto mai fecondo nel panorama artistico romano fra la fine del secondo e il terzo decennio, di cui saranno fra i protagonisti: Antiveduto Gramatica, Giovan Francesco Guerrieri, Simon Vouet, Claude Vignon, Giovanni Lanfranco e Giovanni Serodine.

Le componenti emiliane del linguaggio di Borgianni, eredità di una probabile esperienza in terra padana, fra Parma, Ferrara e Venezia, alla fine del XVI secolo, unite al naturalismo di cui si è appena detto, verranno riconosciute come vicine da pittori quali Carlo Bononi e Guido Cagnacci; mentre Luis Tristán, nel suo soggiorno romano durante il primo decennio, si accosterà di nuovo a Orazio, dopo una probabile precedente conoscenza in ambito toledano.
Anche Carlo Saraceni, che molte tracce biografiche indicano quale amico di Borgianni, ne sentirà l’influenza benefica che arricchirà di umanità e di calore il suo linguaggio; e ancor di più ciò sarà chiaro in un pittore veronese (molto legato a Saraceni) Marcantonio Bassetti, che più che al maestro veneziano sembra aver guardato a Borgianni.
Quindi? Mostra imperdibile.

Didascalie immagini Orazio Borgianni.

  1. Autoritratto, 1615.
    Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica
  2. Cristo tra i dottori, 1607-1609
    olio su tela. cm 78,1 x 108
    Amsterdam, Rijksmuseum
  3. San Carlo Borromeo (2ª versione), 1611-1612;
    olio su tela, Roma, chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane.
  4. Sacra Famiglia con santa Elisabetta, san Giovannino e un angelo, 1609
    olio su tela, cm 257 x 202
    Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica
  5. San Cristoforo che porta il neonato Cristo c.1615
    olio su tela, cm 104 x 78
    Edinburgo, National Gallery of Scotland

In copertina
un particolare di Cristo fra i dottori

Orazio Borgianni
nelle parole dei biografi e di Roberto Longhi

  • Ed il solerte mio pronto Borgiani, / Qual operi il color, spenda l’inchiostro / Spiega di Lei concetti sovraumani / Da far meravigliar dal Borea, à l’Ostro. / E sbigottir i più intelletti sani” (G.C. Gigli, 1615)
     
  • “Era Horatio Borgianni huomo libero; onde tal’hora egli convenne prender briga con altri, & era non tanto d’animo, quanto di forze, prode e generoso; e perciò molti si meravigliarono ch’egli dal tradimento non prendesse vendetta; ma natura de’ grandi avvenimenti è, che subito atterrano, e l’animo infermo non poté somministrare le forze al corpo, e come tocco dal fulmine perdé la vita, prima di sentirsi ferito” (G. Baglione, 1642)
     
  • Hebbe Horatio Borgianni contrasto con diversi. Michelangelo da Caravaggio, che mal di lui grandemente diceva, se non era diviso nel maneggiare dell’armi, ne riportava qualche sinistro incontro. Un Medico, che lo voleva soprafare per conto d’una pittura, fu da lui con un bastone bruttamente trattato” (G. Baglione, 1642)
     
  • come terribile era anch’ei [Orazio Borgianni], di natura e poderoso come ebbe a formarlo il Caravaggio benché per accidente poi s’avvilisse e tanto del cavalierato rubatogli indegnamente dal Celio non sapendosene vendicare” (G.C. Malvasia, 1678 circa)
     
  • È evidente infatti che proprio al cesto [in basso a destra nella Sacra Famiglia con sant’Elisabetta, san Giovannino e l’angelo, cat. 4] la luce creatrice di rapporti tonali, e di valori, dedica le cure più speciali. Mi dimenticavo di dire che l’opera è un capolavoro del mio prediletto Orazio Borgianni” (R. Longhi, 1916). 

Dove e quando

Evento: Palazzo Barberini – Via delle Quattro Fontane, 13 Roma
  • Fino al: – 01 November, 2020