Viso di maschera chiuso all’effimero, senza occhi, senza materia.
Testa di bronzo perfetta con la patina del tempo
Che non imbrattano belletti né rossetti, né rughe o tracce di lacrime o di baci.
O viso tale come Dio l’ha creato prima della memoria stessa dell’età.


(da Maschera negra a Pablo Picasso, in Le poesie di Senghor, Touba Culturale Italy s.r.l.)

Mentre la collezione di arte contemporanea che Peggy Guggenheim riunì nel suo palazzo sul Canal Grande a Venezia è universalmente conosciuta, è rimasta finora poco visibile e ancor meno studiata dagli esperti la raccolta di arte extraeuropea che Peggy iniziò a costituire alla fine degli anni Cinquanta. Rappresenta quindi una rara opportunità la rassegna Migrating Objects. Arte dall’Africa, dall’Oceania e dalle Americhe nella Collezione Peggy Guggenheim, in corso fino al 14 giugno 2020 nelle sale di Palazzo Venier dei Leoni, dimora veneziana della collezionista.

Per la prima volta, trentacinque opere di arte non occidentale vengono esposte in un percorso che si snoda seguendo due criteri diversi: da un lato l’approccio filologico, in base al quale gli accostamenti tra manufatti rispettano la contiguità delle aree di provenienza, mentre dall’altro si intende evidenziare quanto le avanguardie del Novecento siano state debitrici verso culture “altre” nella sperimentazione e creazione di nuovi linguaggi e nuove forme espressive. Scrivono i curatori: “La scelta di impiegare questi due metodi divergenti permette di prendere in considerazione come le opere, i cui significati e scopi originari sono stati spesso fraintesi, siano collocate negli studi, nelle gallerie, nei musei e nelle case, con finalità spesso contradditorie. Tracciare le traiettorie di questi oggetti è un atto che rivela gli intrecci formatisi tra colonizzazioni, annessioni, migrazioni e reinterpretazioni unitamente alla storia degli individui, noti o non riconosciuti”.

Il primo gruppo di dodici opere, acquistato da Peggy a New York nel 1957, comprendeva manufatti provenienti da aree diverse, dall’Africa all’Oceania e fino al Sud America. La collezionista commenterà questo ampliarsi dei suoi interessi: “Mi ricordai dei giorni in cui Max [Ernst] e io ci stavamo separando… e [lui] staccava dalle pareti tutti i suoi tesori, uno dopo l’altro: ora tornavano tutti da me” (Peggy Guggenheim in Una vita per l’arte, Rizzoli Editori, Milano, 1998). L’anno successivo, l’impulso e la collaborazione di Peggy furono indispensabili nella realizzazione della mostra di arte africana che il giovane Paolo Barozzi – appartenente a una famiglia di antiquari veneziani e poi assistente personale della Guggenheim stessa dal 1961 al 1967 – organizzò a Venezia con notevole successo.

Anche in seguito, le scelte di Peggy non si focalizzarono su un’area specifica, ma s’ispirarono piuttosto a criteri di intuito ed empatia: seguiva un proprio fil rouge, che la spinse a esporre nella sua abitazione veneziana alcuni di questi pezzi accostandoli a opere di arte contemporanea, dalle tele di Pablo Picasso e Max Ernst, fino alle sculture di Henry Moore. Nell’interesse per l’arte extraeuropea la presenza di Ernst a fianco di Peggy – con la quale visse un breve matrimonio, terminato dopo due anni con il divorzio – ebbe sicuramente un ruolo importante. Ernst, esponente del surrealismo, traeva frequentemente ispirazione da archetipi ancestrali, scaturiti dalle suggestioni dell’inconscio: l’arte primitiva – di cui era appassionato collezionista – gli forniva gli elementi per formulare un’espressività nuova, originata dallo studio di figure semplificate e trasformate in oggetti-simbolo, al di là della mera rappresentazione del soggetto.

Agli inizi del XX secolo, il Primitivismo, pur rappresentando per le avanguardie un’importante forza rinnovatrice – contribuì alla rivoluzione estetica, formale e tematica dell’arte europea – coglieva soprattutto gli aspetti formali ed esteriori di opere che rappresentavano l’espressione di quell’armonia cosmica in cui le culture animistiche collocano l’uomo e la sua esistenza. Questa tendenza estetizzante è spesso presente nelle scelte espositive fatte da Peggy per la sua dimora veneziana: ad esempio, accostava spesso nell’atrio d’ingresso l’imponente maschera D’mba proveniente dalla Guinea a opere di Picasso; in mostra, il dialogo che si intreccia fra la maschera e il Busto di uomo in maglia a righe, indica quanto forti fossero le suggestioni dell’arte africana ancora nel 1939 – anno in cui Picasso dipinse il Busto – nonostante l’artista tenesse a precisare che le sculture africane presenti nel suo studio erano “più testimoni che modelle”.

Dalla regione del Sepik, in Papua Nuova Guinea, provengono alcune sculture antropomorfe esposte accanto a un’opera di Henry Moore: negli anni Trenta, lo scultore studiò le collezioni di arte dell’Oceania custodite presso il British Museum, sostenendo a proposito dell’arte primitiva che “per poterla capire e apprezzare compiutamente è di fondamentale importanza la visione diretta delle opere, più che lo studio della storia, della religione e dei costumi sociali delle popolazioni primitive”.

Su questa posizione si può allineare uno degli accostamenti fra opere d’arte extraeuropea e pittura delle avanguardie che Peggy Guggenheim amava particolarmente, quello fra il copricapo cerimoniale (Ago Egungun) della cultura Yoruba, in Nigeria, e la tela L’habitué che Louis Marcoussis dipinse nel 1920. Presso gli Yoruba, l’Ago Egungun era impiegato in danze che celebravano la maternità, simboleggiata da quel colore blu che ritroviamo in ampie campiture nella tela cubista, così come la rappresentazione di una figura seduta accomuna le due opere.

In una foto d’epoca scattata a Palazzo Venier, l’Ago Egungun è posato su una cassapanca, sovrastata dal quadro di Marcoussis appeso alla parete: le analogie visive e cromatiche, del tutto casuali, venivano in questo caso a sottolineare la convinzione che il linguaggio espressivo del Cubismo tra le due guerre fosse portatore di un intrinseco valore universale, senza vincoli di tempo e luogo.

I Surrealisti apprezzavano particolarmente le sculture dell’Oceania, ispirate a un mondo onirico e soggetto a metamorfosi, inafferrabile e dal fascino ambiguo. La collezione di Max Ernst comprendeva un numero consistente di queste opere, che l’artista esponeva nella casa di New York dove visse con Peggy durante il loro matrimonio. A Venezia alcune sculture provenienti dalla Nuova Guinea sono accostate a due tele di Ernst, La foresta e L’Antipapa (1941-1942); quest’ultima fu donata da Ernst a Peggy, che ne cambiò il titolo in Matrimonio mistico, interpretandone la simbologia come una metafora della loro complessa relazione.

Dichiara Carlotta Sami, Senior Public Information Officer di UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) che ha concesso il patrocinio all’esposizione di Palazzo Venier: “Questa mostra rappresenta un’opportunità d’eccezione per UNHCR per continuare a informare e migliorare la percezione che il grande pubblico ha dei rifugiati: non solo persone disperate in cerca di protezione ma prima di tutto individui costretti alla fuga portatori di un importante bagaglio di cultura, talento e sogni da mettere a disposizione dei Paesi che li accolgono.

Così gli oggetti d’arte di paesi apparentemente lontani dialogano con opere di artisti occidentali introducendo una consapevolezza maggiore del fatto che le idee migrano con le persone e con esse si ibridano, su un piano di pari dignità e valore. Esiste una terza via alternativa ai poli chiusura e assimilazione, ed è quella più moderna: quella di una società in cui già adesso, ogni giorno, culture e linguaggi sono multipli, in cui ancora il nostro modo di vivere influenza ciò che è “non occidentale” e al contempo è da esso costantemente influenzato e modificato, dando vita a un’inestimabile ricchezza di idee e visioni”.

DIDASCALIE IMMAGINI

  1. Peggy Guggenheim nella biblioteca di Palazzo Venier dei Leoni, Venezia, 1975. Sullo scaffale vicino alla finestra, da sinistra: gancio di sospensione, artista non riconosciuto Iatmul occidentale, inizio del XX secolo, Papua Nuova Guinea; figura flauto, artista non riconosciuto Chambri, fine XIX–inizio XX secolo, Papua Nuova Guinea; figura maschile, inizio del XX secolo, Papua Nuova Guinea. Sullo scaffale a destra: cimiero femmina Ci Wara, probabilmente prima metà del XX secolo, artista non riconosciuto Bamana, regione Segou, Mali; cimiero maschio Ci Wara, probabilmente prima metà del XX secolo, artista non riconosciuto Bamana, regione Segou, Mali; figura maschile (pombia), probabilmente metà del XX secolo, artista non riconosciuto Senufo, Costa d’Avorio; figura maschile seduta, probabilmente prima metà del XX secolo, artista non riconosciuto Dogon, regione N’duleri, Mali. Fondazione Solomon R. Guggenheim. Foto Ray Wilson. Acquisizione, Collezione Peggy Guggenheim, 2007.
  2. Due delle opere esposte in mostra, che figurano sulla libreria nell’immagine precedente: Cimiero maschio Ci Wara, probabilmente prima metà del XX secolo, artista non riconosciuto Bamana, regione Segou, Mali, Legno, 106 x 38 x10 cm; Figura maschile seduta, probabilmente prima metà del XX secolo, Artista non riconosciuto Dogon, regione N’duleri, Mali, Legno e pigmenti naturali, 68 x 20 x 20 cm
    Photo © manusardi.it
  3. Una sala della mostra veneziana. Da sinistra: Figura equestre, probabilmente prima metà del XX secolo, Artista non riconosciuto Senufo, Costa d’Avorio, Legno, 49 x 20 x 64 cm; Bucero, probabilmente prima metà del XX secolo, Artista non riconosciuto Senufo, Costa d’Avorio, Legno e pigmenti naturali, 144 x 59 x 47 cm; Figure femminile e maschile (pombia), probabilmente prima metà del XX secolo Artista non riconosciuto Senufo, Costa d’Avorio, Legno, 130 x 18 x 18 cm
    © Collezione Peggy Guggenheim. Photo Matteo De Fina
  4. Una sala della mostra veneziana. In primo piano: Maschera a spalla D’mba, probabilmente prima metà del XX secolo, Artista non riconosciuto Baga, Guinea, Legno e bullette di ottone, 142 x 40 x 75 cm; sullo sfondo: Pablo Picasso, Busto di uomo in maglia a righe (1939)
    © Collezione Peggy Guggenheim. Photo Matteo De Fina
  5. Figura flauto, fine XIX secolo–inizio XX secolo, Artista non riconosciuto Chambri, Provincia Sepik Orientale, Papua Nuova Guinea, Legno, denti di cane, conchiglie conus, fibre vegetali e pigmenti naturali, 49 x 8 x 6 cm
    Photo © manusardi.it
  6. Una sala della mostra veneziana. In primo piano copricapo (Ago Egungun), probabilmente prima metà del XX secolo. Atelier di Oniyide Adugbologe (1875–1949 c.; artista Yoruba), Abeokuta, Nigeria. Sullo sfondo: L’Habitué, 1920, Louis Marcoussis
    © Collezione Peggy Guggenheim. Photo Matteo De Fina
  7. Peggy Guggenheim nella sala da pranzo di Palazzo Venier dei Leoni, Venezia, fine anni ’60. Accanto a lei a sinistra, copricapo (Ago Egungun), probabilmente prima metà del XX secolo. Atelier di Oniyide Adugbologe (1875–1949 c.; artista Yoruba), Abeokuta, Nigeria. Alle sue spalle da sinistra, Velocità astratta + rumore, 1913-14, Giacomo Balla; L’Habitué, 1920, Louis Marcoussis; Dinamismo di un cavallo in corsa + case, 1914-15, Umberto Boccioni; Donna con animali (Madame Raymond Duchamp-Villon), 1914, Albert Gleizes;  L’uomo cactus I, 1939 Julio González. Fondazione Solomon R. Guggenheim.
    Photo Archivio Cameraphoto Epoche. Donazione, Cassa di Risparmio di Venezia, 2005.
  8. Sala con sculture dall’Oceania, provenienti dalla Provincia Sepik Orientale, Papua Nuova Guinea; sulle pareti di fondo rispettivamente La foresta e L’Antipapa di Max Ernst
    © Collezione Peggy Guggenheim. Photo Matteo De Fina
  9. Figura ancestrale (miamba maira), metà del XX secolo, Artista non riconosciuto Wosera, Abelam meridionale, villaggio Bobmagum (o Bogmuken), Provincia Sepik Orientale, Papua Nuova Guinea, Legno e pigmenti naturali, 168 x 31 x 14 cm
    Photo © manusardi.it
  10. Maschera bifronte a elmo (wanyugo), probabilmente metà del XX secolo, Artista non riconosciuto Senufo, Costa d’Avorio, Legno, 44 x 71 x 33 cm
    Photo © manusardi.it

In prima pagina:
Una sala della mostra veneziana. Da sinistra: Figura equestre, probabilmente prima metà del XX secolo, Artista non riconosciuto Senufo, Costa d’Avorio, Legno, 49 x 20 x 64 cm; Bucero, probabilmente prima metà del XX secolo, Artista non riconosciuto Senufo, Costa d’Avorio, Legno e pigmenti naturali, 144 x 59 x 47 cm; Figure femminile e maschile (pombia), probabilmente prima metà del XX secolo Artista non riconosciuto Senufo, Costa d’Avorio, Legno, 130 x 18 x 18 cm
© Collezione Peggy Guggenheim. Photo Matteo De Fina
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Attraverso gli hashtag #Iorestoacasa e #larteresiste, portiamo l’arte nelle case di chi ci segue, con il desiderio di tornare al più presto alla normalità e riaprire la porte del museo a tutti coloro che amano l’arte e la bellezza.

Dove e quando

Evento: Migrating Objects. Arte dall’Africa, dall’Oceania e dalle Americhe nella Collezione Peggy Guggenheim
  • Fino al: – 14 June, 2020
  • Indirizzo: 704 Dorsoduro, 30123 Venezia
  • Sito web