«La mia arte non è astratta.
È viva e respira»
A Mark Rothko – pseudonimo di Marcus Rothkowitz (Daugavpils, 25 settembre 1903 – New York, 25 febbraio 1970), maestro dell’arte del Ventesimo secolo e figura centrale dell’Espressionismo astratto statunitense – la Fondazione Palazzo Strozzi dedica una delle maggiori mostre mai realizzate e visitabile a Firenze fino a domenica 23 agosto. Un progetto nato cinque anni fa, concepito appositamente per l’architettura del palazzo e la città stessa: da Strozzi, infatti, si estende fuori, coinvolgendo due luoghi particolarmente cari all’artista in altrettante sezioni satellite, il Museo di San Marco, con accostamenti dialogici agli affreschi di Beato Angelico, e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana progettato da Michelangelo, per esplorare come Rothko abbia tradotto, nella sua pittura, la tensione tra misura classica e libertà espressiva e dare vita, attraverso il colore, a una nuova percezione dello spazio che oltrepassa la bidimensionalità della tela.

L’incontro con Firenze rivela una tradizione in cui pittura e architettura convergono in una dimensione contemplativa e “Rothko a Firenze“, curato da Christopher Rothko ed Elena Geuna, con oltre settanta opere, molte delle quali esposte per la prima volta in Italia, ne ripercorre l’intero catalogo con sezioni che focalizzano i diversi momenti della ricerca: dalle prime opere figurative (anni Trenta e Quaranta) in dialogo con l’Espressionismo e il Surrealismo, alle tele astratte degli anni Cinquanta e Sessanta, approfondendo, appunto, la connessione con il nostro Paese. È stato scelto un percorso cronologico per facilitare il cammino attraverso la sua carriera e coinvolgere il visitatore con quel vocabolario intriso di spiritualità e poesia, ma il cuore della narrazione resta il viaggio in Italia del 1950, un’esperienza trasformativa che alimentò la fascinazione per i due maestri citati e per Giotto.

Il figlio Christopher Rothko, visibilmente emozionato durante la presentazione alla stampa, ha ricordato “Mio padre desiderava che chi osservava i suoi dipinti provasse la stessa esperienza religiosa che lui aveva provato mentre li realizzava. Ispirato dai suoi viaggi a Roma e Firenze, quell’elemento spirituale divenne ancora più centrale. In tutta la mostra abbiamo allestito sale intime dove l’interazione personale con le opere di Rothko è massimizzata e valorizzata dalla loro risonanza con le sale storiche stesse“. Nel catalogo, edito da Marsilio Arte, sottolinea «Scrivere di Rothko equivale sempre ad azzardare congetture. I suoi dipinti – a prescindere dal periodo – non esprimono il tema centrale con immediatezza. Nebulosi, misteriosi, assurdi (c’è chi direbbe oscuri, torbidi, vuoti), forse ci sfidano a dare un senso a quanto vediamo attraverso la via alquanto indiretta delle sensazioni.»

Sempre in catalogo Elena Geuna, tra l’altro, osserva «Firenze è stata fondata sulla convinzione che il visibile possa condurre verso l’invisibile. In nessun altro luogo il confine tra materia e spirito e così sottile da rivelarsi nel luccichio dell’oro di una pala d’altare o nel silenzio della luce che accarezza l’intonaco. Artisti e pensatori del primo Rinascimento credevano che la geometria fosse la via per la grazia, la proporzione potesse riflettere un ordine divino e stendere colori sulla parete potesse mutare l’anima di chi li contempla. Senza separare ragione e spirito, la bellezza stessa divenne una forma di conoscenza metafisica modellata attraverso l’armonia ed espressa nella proporzione e nel colore. La trascendenza, nell’accezione fiorentina del termine, risiedeva nella precisa rivelazione del mondo in forme espressive radicate nello spazio fisico e al tempo stesso capaci di alludere a ciò che lo supera.

Poche opere testimoniano questo pensiero quanto gli affreschi che Beato Angelico realizzò tra il 1439 e il 1444 per le celle del convento dei domenicani osservanti di San Marco. Che si tratti di un’Annunciazione o di una Crocifissione, gli affreschi erano stati concepiti per aprire uno spazio contemplativo laddove il silenzio e i colori potevano comunicare una verità che esisteva al di là delle parole. Nella pace delle celle conventuali gli affreschi vibrano per tonalità eteree di azzurri, rosa e ocra, sospesi nel momento in cui l’immagine diventa inseparabile dall’atto contemplativo. Ed è in quelle stesse celle che Mark Rothko arrivò oltre cinque secoli dopo, durante il suo primo viaggio in Italia nella primavera del 1950. Possiamo quasi vederlo mentre percorre da solo immerso nella soffusa luce fiorentina gli ambienti del Museo di San Marco; lo vediamo fermarsi ad ammirare gli affreschi e le pale d’altare dipinti da Beato Angelico. Davanti a quelle scene essenziali, prive di ogni spettacolarità, ma pervase da una sobria modulazione tonale, Rothko riconosce una logica artistica straordinariamente affine alla propria, il cui significato si rivela solo attraverso la pazienza dello sguardo».

La Curatrice, prosegue «Dal Museo di San Marco Rothko si dirige poi alla Biblioteca Laurenziana, al cui interno s’innalza la scalinata di Michelangelo: lo spazio stesso contempla la propria forma. Non sfugge di certo a Rothko, sempre attento alla valenza emotiva delle proporzioni, la drammaticità della forma espressa da questa architettura imponente e volutamente inquieta. Ricordando anni dopo la visita alla Biblioteca Laurenziana come un’esperienza formativa, l’artista americano individua nell’architettura di Michelangelo un luogo di spazio e solennità. Non a caso la cita esplicitamente nella serie di dipinti murali commissionati dal Seagram Building di New York per il ristorante Four Seasons.

Nonostante in seguito rinunci all’incarico, le opere rivelano l’impronta architettonica del modello fiorentino. Rothko era rimasto colpito dalle finestre cieche e dalla pesante immobilità del Vestibolo, che ai suoi occhi esprimevano una particolare intensità emotiva, carica di tensione interiore irrisolta. “Questi è riuscito a ottenere proprio quella sensazione particolare che ricercavo”, commenta riferendosi a Michelangelo, “ha fatto si che i visitatori abbiano l’impressione di essere imprigionati dentro una stanza in cui le porte e le finestre sono murate cosicché non resta loro che sbattere la testa contro il muro per l’eternità”. Non è quindi un caso che Firenze costituisca lo scenario di questa mostra. La città ha rappresentato per Rothko l’incontro con un linguaggio visivo che rispecchiava le sue aspirazioni.

Se gli affreschi di Beato Angelico sono stati un modello di apertura contemplativa, la Biblioteca Laurenziana apre le porte alla percezione di quel peso esistenziale che lui stesso avrebbe evocato in seguito nelle tele più scure e circoscritte degli anni Sessanta.
Nell’evoluzione costante della sua ricerca artistica risuonano l’equilibrio cromatico di Firenze e la sua capacità di rappresentare il visibile quale soglia dell’invisibile. In Firenze e nei suoi maestri Rothko riconosce un’architettura del silenzio che avrebbe definito il suo successivo linguaggio pittorico».

Durante il periodo espositivo, è stato programmato un ciclo di presentazioni in sei biblioteche comunali di Firenze e in sette biblioteche della Città Metropolitana di Firenze (Bagno a Ripoli, Borgo San Lorenzo, Empoli, Lastra a Signa, Montespertoli, San Casciano in Val di Pesa, Scandicci) per scoprire la biografia, le opere più significative all’influenza dell’architettura e dell’arte europea nel lavoro del pittore. Nelle biblioteche sarà inoltre possibile consultare e prendere in prestito il catalogo della mostra e una selezione di volumi legati ai temi dell’esposizione. La partecipazione sarà sempre gratuita, ma con prenotazione obbligatoria contattando la biblioteca di riferimento.

Infine, Palazzo Strozzi dedica un’attenzione particolare ai propri visitatori proponendo numerose attività pensate per rendere l’esperienza coinvolgente per tutti i pubblici con visite guidate specifiche, laboratori per famiglie (ogni informazione e dettaglio al sito ufficiale).