In occasione del Festival Fotografico Europeo, ideato e curato dall’Afi-Archivio Fotografico Italiano, il Comune di Legnano ospita nelle sale di Palazzo Leone da Perego, fino al 4 giugno 2017, la mostra di Mario Giacomelli (1925-2000) uno dei fotografi italiani del Novecento più significativi e conosciuti a livello internazionale e che John Szarkowski, il direttore del Dipartimento di fotografia del Moma di New York, consacrò nel 1963 tra i cento migliori autori al mondo.
L’esposizione, a cura di Enrica Viganò, raccoglie 101 opere selezionate e ordinate personalmente da Mario Giacomelli nel 1984, per un evento espositivo organizzato a Lonato, successivamente donate alla collezione della cittadina bresciana.

Quella di Giacomelli è una visione personalissima di un lontano e mitico mondo rurale. Un viaggio ancestrale ed evocativo in luoghi perduti nella nostra memoria, una fotografia di meditazione ed estemporanea allo stesso tempo.
Fu sempre grande la sua attenzione nei confronti del paesaggio. Ben presto esso divenne lo spazio del pensiero ed il luogo della meditazione. Il suo modo di fare fotografia non era poesia, non era nemmeno un semplice esercizio stilistico, era solo il mezzo attraverso il quale trovare quei luoghi nei quali era possibile sviluppare l’immaginazione ed il pensieri, luoghi reali e vivi, ripresi nel modo più diretto possibile.

Le immagini e le fotografie di Giacomelli rappresentarono uno specchio su delle realtà prima di tutto interiori, poi umane e, in terzo luogo, sociali.
Il realismo di Giacomelli è stato un realismo evocativo, una leggera poesia scritta sulla realtà, un momento di meditazione, di costruzione mentale, di sogno e immaginazione.
Le fotografie appaiono proprio come sogni, surreali momenti interiori che dalla realtà traggono solo l’estetica narrativa, ma che nella realizzazione, nella presentazione al pubblico, nello stile, nella tecnica sono finestre sull’io del fotografo.

Così è, in gran parte, la sua produzione segnata dalla ricerca costante di spazi visivi nei quali sfogare paure e incertezze, i propri incubi. Le fotografie hanno uno stile secco, dai forti contrasti, dove immagini scure di persone, come ombre e fantasmi sembrano stagliarsi in un ambiente chiaro e morbido, in un presente reale e statico, immobile. I tipi umani di Giacomelli sembrano fluttuare nella realtà come le sensazioni del fotografo. Sembrano poste sul confine sottile che divide il racconto ideale dalla realtà.La sua fotografia fu una narrazione costante, non creò semplici immagini, creò racconti, storie di vita, di una vita reale interpretata all’interno di schemi psicologici ben precisi. Questi erano: la poesia, l’amore, la paura, i ricordi dell’infanzia, la sensibilità per un’estetica fotografica fatta di meditazione, di stasi, di una quiete che in certi momenti sembrava angoscia, sembrava la trasposizione di sentimenti forti come la vita e la morte, la solitudine.

Poi in campagna ritrovò un santuario della stasi meditativa, nella terra il bisogno di documentare il rapporto stretto che legava l’uomo alla natura, il contadino ai suoi campi e al lavoro, alla fatica. Immancabilmente emerse anche in queste immagini la forza della vita, un richiamo alle leggi naturali, a quei miti che ruotavano intorno alla terra, alle sue colture, ai suoi luoghi fatti di silenzio e ombre, di alberi lontani, vivi o morti, di un continuo brulicare di lavoratori, di donne e di uomini, di bambini.Il percorso espositivo si sviluppa nel rispetto dei nuclei tematici che lo stesso Giacomelli aveva curato per dare una visione complessiva della sua produzione artistica: Mia moglie (1955), La mia modella (1955), Mia madre (1956), Io non ho mani che mi accarezzino il volto (1961-1963), Lourdes (1957), La buona terra (1964-1965), Scanno (1957-1959), Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1955-1956 / 1981-1983), Caroline Branson da Spoon River (1971-1973), Gabbiani (1981-1984).

A fare da trait d’union sono le 41 fotografie di paesaggi dal titolo Presa di coscienza sulla natura (1955 -1984), un vero e proprio racconto visivo durato per decenni, continuamente indagato con libertà di sguardo e di impaginazione.“La natura è uno specchio in cui mi rifletto – scriveva Giacomelli – perché salvando questa terra dalla devastazione, voglio in realtà salvare me stesso dalla tristezza che ho dentro. A volte ho addirittura usato un negativo scaduto, uno strumento già morto, proprio per accentuare questa sensazione, ottenendo un effetto di neri che diventano tutt’uno con le zone intorno”.Questa mostra di Giacomelli è un susseguirsi di immagini che col tempo hanno assunto un carattere di immortalità, perché capaci di rigenerarsi continuamente, grazie all’intenso scambio di emozioni e di pensieri con lo spettatore.Un dare e avere che lascia un vero senso di appagamento per ciò che si è ammirato durante questo indimenticabile viaggio.
Dettagli
Orari:
giovedì, venerdì, 9.30 - 12.30
sabato e domenica, 10.00 - 12.30 | 16.00 - 19.00
25 aprile, 1° maggio e 2 giugno aperto con orario festivo
Ingresso gratuito
Visite guidate gratuite
(© Eredi Mario Giacomelli ) (© Simone Giacomelli ) (© Eredi Mario Giacomelli ) (© Simone Giacomelli ) (© Simone Giacomelli ) (© Simone Giacomelli )