In occasione del terzo centenario della morte di Giovan Battista Foggini, avvenuta a Firenze il 12 aprile 1725, città dove era nato il 25 aprile del 1652, Palazzo Medici Riccardi gli dedica una retrospettiva monografica (ideata e curata da Riccardo Spinelli con il coordinamento scientifico di Valentina Zucchi) volta a far conoscere al grande pubblico un artista che, con la sua opera “interdisciplinare”, plasmò il linguaggio artistico della Firenze tardo-medicea. Proprio nella prima residenza della famiglia Medici, in un arco temporale dal 1685 – primo intervento nella Galleria degli specchi – al 1718 – con la sistemazione del ‘lapidario riccardiano’ sulle pareti del cortile principale – in qualità di architetto e decoratore d’interni, Foggini ebbe modo di realizzare opere di grande impegno, la maggior parte delle quali ancora oggi visibili, altre, meno note, andate perdute, in quel personalissimo stile caratterizzato da un linguaggio tardo-barocco influenzato dall’arte romana, ma originale.

Giovan Battista, come sappiamo dalle fonti antiche e dal suo biografo Francesco Saverio Baldinucci, completata la formazione giovanile – iniziata con il pittore Jacopo Giorgi, proseguita alla scuola di Vincenzo Dandini, con lo zio Jacopo Maria Foggini, “eccellente scultore in legno” che riconobbe subito le potenzialità artistiche del nipote impegnandolo, appena tredicenne, con lavori in legno – visse l’esperienza romana con la fondazione, nell’Urbe, di un’Accademia artistica – voluta dal penultimo Granduca Cosimo III – e diretta da Ciro Ferri per la pratica del disegno e della pittura con Ercole Ferrata per quella della scultura, con la finalità – si disse mancando in Firenze “la bell’arte della scultura e statuaria” – di “ristabilire con tirare avanti più giovani di buona aspettazione che, con lo studio e applicazione loro, all’antico ottimo stato la restituissero”.

In conferenza stampa, il curatore ha spiegato come la “retrospettiva monografica intenda far meglio conoscere, oltre il ristretto giro degli specialisti, questa personalità artistica che permeò di sé molti dei campi dell’espressione figurativa della Firenze degli ‘ultimi Medici’, qualificandosi alla stregua di un Bernini ‘cittadino’, attivo in ambito non soltanto locale quanto toscano. Questa mostra dunque, nella sua ricchezza, rappresenta un tributo concreto alla conoscenza di Foggini, un doveroso omaggio della città di Firenze a questo protagonista assoluto, per oltre un cinquantennio, della scena artistica locale”.
Nell’imperdibile catalogo (Edifr edizioni), sempre il curatore ricorda che «già in precedenza Giovan Battista, messosi in luce con il matematico di corte Vincenzo Viviani e da questi segnalato al granduca Ferdinando II, era entrato ‘nelle grazie’ dei Medici guadagnando un assegno mensile di “scudi quattro” erogato dal sovrano affinché il giovane “potesse, con più di animo e di speranza, seguitare l’intrapresa sua professione” di scultore, producendo, in pochi mesi per questo principe, anche “alcune teste e bassirilievi di marmo”»

Prosegue: «Arrivato a Roma nel mese di maggio del 1673, Foggini non tardò a mettersi in evidenza per zelo e determinazione professionale, disegnando e “smodellando” con grande passione – preparandosi per “lavorare di scarpello”14 – e producendo ben presto opere sia ispirate ai grandi maestri che veniva a conoscere e studiare direttamente, sia di propria invenzione, lavori da trasmettere a Firenze al giudizio del principe, attentissimo a seguirne la formazione. E questo nonostante il grave handicap dal quale era afflitto dall’età di sette anni quando una forma grave di vaiolo ne aveva colpito gli arti inferiori rendendolo claudicante e creandogli seri problemi nella deambulazione come nello stare in piedi e lavorare a opere di particolare impegno: era quanto gli veniva riconosciuto dal Baldinucci come dal residente romano Montauti che ne lodavano il magistero a fronte dei disagi fisici.».
Dopo tre anni di incessante applicazione allo studio, il giovane Giovan Battista veniva richiamato a Firenze, dove rientrerà nel 1676, dando inizio a una prestigiosissima carriera sviluppatasi all’ombra della famiglia granducale come scultore, architetto di corte e direttore delle Manifatture di Galleria, destinate dal principe alla produzione di meravigliosi oggetti a intarsio di pietre dure e in metalli preziosi da regalare agli ospiti.

Attraverso una selezione di un’ottantina tra sculture, disegni e manufatti, la mostra ne ripercorre la carriera evidenziando proprio la molteplicità degli interventi e quella sua “cifra” che fece scuola con uno stile aulico e magniloquente apprezzato dai Medici, dai contemporanei e imitato dagli artefici più giovani che trovarono in lui un maestro geniale, dall’inventiva fantasiosa, pressoché inesauribile. Un percorso espositivo articolato in sezioni tematiche che esplorano la scultura in marmo, bronzo e terracotta, l’attività di architetto e designer, il suo ruolo nella produzione di oggetti in pietre dure e metalli preziosi e la sua influenza sulla statuaria monumentale con prestiti provenienti da prestigiose collezioni internazionali.
Con un allestimento (curato da Luigi Cupellini) che valorizza l’equilibrio tra rigore storico e impatto scenografico, restituendo al visitatore la ricchezza e la complessità dell’universo fogginiano, la mostra si apre con opere dell’attività giovanile dell’artista con disegni e lavori in terracotta come Il mito di Pigmalione, presentato all’Accademia di San Luca nel 1673, una Crocifissione con dolenti modellata a Roma e poi fusa in bronzo al rientro a Firenze (con l’inedito bozzetto preparatorio), la Strage dei figli di Niobe del 1674 e altri rilievi collocabili in quel periodo: Porsenna libera Clelia e le compagne dalla prigionia – collezione privata -, la Sacra famiglia e il Ratto di Proserpina agli inferi, questi ultimi due del Museo Nazionale del Bargello.

Segue la sezione dedicata alla scultura in bronzo con numerosi pezzi ispirati alla letteratura antica, in particolare alle Metamorfosi di Ovidio, indicative della cultura letteraria dell’artista come dei suoi committenti (tra i quali il Granduca Cosimo III che ebbe modo di farne dono di alcuni all’Elettore del palatinato, suo genero avendone sposata la figlia Anna Maria Luisa). Le opere sono accompagnate da loro derivazioni in cera, porcellana di Doccia, gesso e biscuit, che ne attestano la fortuna e la diffusione. Sulle pareti sono esposte in grande formato pagine tratte dal Giornale del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, testimoni dell’instancabile vena creativa dell’artista.
In una delle sale sono presenti due degli otto ritratti di Casa Medici scolpiti da Foggini per il cardinale Francesco Maria de’ Medici – presente in effige, assieme a quella del cardinale Leopoldo (prestito del Museo del Louvre) – mentre in un diverso settore della mostra i visitatori possono ammirare lavori usciti dalle Manifatture di Galleria dove si celebra l’attività di Foggini come responsabile dell’invenzione di tanti lavori realizzati dalla “Real Galleria e Cappella” (dal 1694) come il celeberrimo Tavolo intarsiato in pietre dure di Palazzo Pitti e una serie di reliquiari sontuosi in bronzo, ebano e argento, straordinari per qualità tecnica e valore simbolico. Completano la sezione due bronzi tardi eseguiti per Anna Maria Luisa de’ Medici: Il Battesimo di Cristo (1723–24) e David e Golia, quest’ultimo, essendo mancata la possibilità d’avere in mostra la fusione ‘principe’ del bronzetto del 1722, conservata in Russia, è visibile nelle declinazioni da esso scaturite in cera e porcellana di Doccia.

La sezione L’Antico e il Re Sole testimonia il prestigio internazionale dell’artista grazie alle commissioni ricevute da Luigi XIV di Francia: in mostra L’Arrotino e Il Cinghiale, repliche da celebri sculture antiche delle collezioni medicee, inviate a Versailles nel 1684. Accanto, una versione in porcellana del Laocoonte (capolavoro ellenistico ritrovato a Roma nel 1506) derivata dalla copia del gruppo antico scolpita da Baccio Bandinelli, oggi agli Uffizi, e realizzata dalla Manifattura di Doccia dalle forme originali servite a Foggini per un bronzetto con questo soggetto, documento dell’interesse dello scultore per la statuaria classica e per la sua diffusione.
Il percorso si conclude con una sala dedicata ancora alla presentazione di alcuni capolavori usciti dalle Botteghe di Galleria, fra cui un’incredibile cassetta intarsiata proveniente dal Minneapolis Institute of Art, alla grafica e alla documentazione storica: vi si espone, dopo oltre quarantacinque anni, il Giornale degli Uffizi, un quaderno di progetti e schizzi che illustra l’inventiva dell’artista, e, per la prima volta, il Carteggio fogginiano conservato nella Biblioteca-Archivio del Seminario Maggiore di Firenze, un fondo di oltre cinquecento lettere che offre uno spaccato prezioso sulle relazioni intellettuali e artistiche intrattenute da Foggini con le maggiori personalità nel campo dell’arte del suo tempo.

Sara Funaro, Sindaca della Città Metropolitana, sempre in conferenza stampa ha tenuto a “sottolineare un aspetto su cui anche altri hanno posto l’accento, ma che a me sembra particolarmente importante per il nostro tempo. Avendo Foggini contratto il vaiolo all’età di sette anni, ne rimase segnato per tutta la vita. Nonostante la grande debolezza negli arti inferiori e la persistenza degli effetti di quell’infezione, Foggini riuscì a trovare la strada per esprimere, fin da adolescente, la sua originale capacità artistica che ne fa un grande maestro del tardo barocco, e non solo. Foggini è dunque un esempio per tutti coloro – quale che sia la loro condizione – che non rinunciano a dare voce e spessore alla creatività artistica“.

Accanto al percorso principale trova spazio la mostra fotografica “La Firenze di Foggini. Sguardi di Paolo Bacherini” – a cura di Valentina Zucchi, da un’idea di Riccardo Spinelli, allestita nelle Sale Fabiani di Palazzo Medici Riccardi – che offre una suggestiva lettura dell’attività dell’artista nel tessuto architettonico cittadino. Gli scatti in bianco e nero, realizzati tra il 2002 e il 2003, restituiscono con eleganza e profondità il carattere degli edifici progettati o decorati da Foggini, dalle chiese di Santa Maria del Carmine, Santissima Annunziata e San Jacopo Soprarno in dialogo con i Palazzi Corsini, Pitti, Pucci e Viviani della Robbia. Una seconda sala è interamente dedicata agli interventi compiuti dallo scultore proprio a Palazzo Medici Riccardi, evocati attraverso fotografie che ne colgono l’armonia e la solennità.

A questa mostra si collega un programma di percorsi fogginiani in città, tesi a favorire la conoscenza dei suoi interventi presso importanti architetture civili e religiose. Gli itinerari, organizzati da MUS.E con l’Ufficio Firenze Patrimonio Mondiale e Rapporti con Unesco, offrono la possibilità di accedere a tesori più o meno noti del barocco fiorentino (dopo un itinerario in Oltrarno dello scorso 12 aprile, i prossimi appuntamenti sono fissati per il 17 maggio, il 14 giugno e il 6 settembre. Tutti a partecipazione gratuita).
Agli itinerari urbani si affiancano le visite guidate alla mostra, fruibili tutti i fine settimana, e gli atelier artistici rivolti alle famiglie e alle classi, centrati sulla decorazione plastica in stucco. (Per tutte le iniziative prenotazione obbligatoria info@palazzomediciriccardi.it).
Infine, una sezione della mostra è poi visibile nelle sale della Biblioteca Riccardiana e della Biblioteca Moreniana dove sono esposti disegni di Foggini, facenti parte del fondo Riccardi relativi ad alcune decorazioni in interni del palazzo e antichi testi manoscritti e a stampa provenienti dalla Biblioteca Moreniana (visitabili però nei soli orari di apertura delle due biblioteche).