A sessant’anni dalla scomparsa e quarant’anni dall’ultima grande monografica a lui dedicata – quella a Palazzo delle Albere, curata da Gabriella Belli con la collaborazione di Rossana Bossaglia e Oswald Oberhuber – il Mart di Rovereto ospita, fino a domenica 3 maggio 2026, l’ampia retrospettiva di Luigi Bonazza che, formatosi nel clima della Secessione viennese, divenne uno dei protagonisti del fermento culturale di inizio secolo, in quel Trentino cerniera tra mondi diversi, ma profondamente legati tra loro. Suddivisa in dieci sezioni Luigi Bonazza. Tra Secessione e Déco, a cura di Alessandra Tiddia, presenta trecento opere, tra dipinti, disegni, incisioni, oggetti e documenti d’archivio, illustrando il percorso artistico e umano dell’artista valorizza uno dei più preziosi patrimoni trentini, in parte conservato dalla Provincia di Trento, tramite il Mart e la Soprintendenza per i beni culturali, e in parte diffuso tra edifici pubblici, privati, chiese e collezioni. Un progetto per approfondire un’intera epoca, con gli stili e le personalità che l’hanno definita.

La Curatrice, nel catalogo (edito da Moebius) che accompagna l’evento espositivo, tra l’altro, scrive: «L’infatuazione per l’arte di Klimt, i modelli secessionisti, la grammatica visiva appresa dalle pagine di “Ver Sacrum”, ma soprattutto la concezione della Gesamtkunstwerk ovvero di un ideale stilistico che informa tutti gli aspetti della produzione artistica senza distinzione fra arti maggiori e minori, guideranno la creatività e lo stile di Bonazza, con una coerenza che troviamo dai primi lavori sino alle ultime opere e che può essere riassunta visivamente dal ciclo decorativo della sua abitazione. La sua estetica non è disgiunta dall’etica per questo artista che ha inseguito per tutta la vita l’ideale della Bellezza, come principio assoluto della sua ricerca. Sui muri affrescati della sua casa, Orfeo e le Muse garantivano la sopravvivenza di un ideale, quello della Bellezza, appunto, a dispetto di tutto quello che accadeva fuori. La formazione alla Kunstgewerbeschule contribuì a far sì che Bonazza credesse e coltivasse una dimensione sociale e pubblica della sua arte, diffondendola attraverso il medium della stampa, dell’illustrazione e della decorazione e lasciando la pittura su cavalletto a una dimensione più intima e privata, legata ai temi del ritratto e dei paesaggi».
Si può infatti notare come, sin dai tempi viennesi, attraverso la tecnica di piccoli tocchi di colore di derivazione pointillista, conferiva effetti di luminosità accentuata con il risultato di ottenere una plasticità quasi tridimensionale che esalta la fisicità dei muscoli mentre i volti sono fissi, bloccati, sospesi, ieratici, un codice visivo personalisimo capace di affascinare tutt’oggi con grandi spazi per l’interpretazione dato che, la letteratura scientifica su Bonazza, è minima se rapportata all’incisività della produzione.
Ancora Alessandra Tiddia sul percorso espositivo da lei progettato e interpretato in un allestimento dell’architetto Ruffo Wolf, dice: «non può che aprirsi con il trittico della Leggenda di Orfeo, un’opera prima intorno alla quale Bonazza ha costruito la sua casa e la sua villa, ragione per cui questo dipinto e all’inizio ma anche al centro della mostra. L’incontro del visitatore con il capolavoro di Bonazza è guidato da una serie di opere dedicate a ricostruire parte degli stimoli e dei modelli visivi che Bonazza poté assorbire a Vienna: da Klimt e Matsch in primis».
La Curatrice ricorda come a Vienna, Bonazza, oltre a vedere i lavori di molti altri artisti esposti nelle mostre della Secessione – Hodler, Jungnickel, Klinger, von Stuck, presenti con le loro opere sulle pagine di “Ver Sacrum” – lavorò per la famiglia dell’ingegnere Cavagna, con molteplici dipinti a cui è riservata una intera sala espositiva poiché costituiscono l’antefatto pittorico del Trittico d’Orfeo. «Subito dopo l’apprendistato alla Kunstgewerbeschule, il giovane trentino attese al disegno e all’incisione, raggiungendo un alto grado di maestria con le acqueforti Amori di Giove che gli procurarono fama e notorietà, tanto da partecipare alle mostre secessioniste e quindi acquistare il terreno per la sua casa, una volta tornato a Trento, nel 1912. Al centro della villa da lui progettata e costruita fra il 1913 e il 1914, il Trittico che si era portato via da Vienna, posto sulla parete principale della biblioteca, una stanza costruita sul modello dello studio di Klimt. Accanto alla biblioteca, una stamperia e il suo atelier con ampie finestre e ovunque l’iterazione dipinta di un mito, quello apollineo, a sancire l’equazione sacra di arte e vita nella costante ricerca della Bellezza. In questo percorso di ricerca Bonazza trovo esemplare la vita avventurosa e piena di un protagonista delle imprese aeronautiche della Prima guerra mondale, ma anche costruttore del mito dell’eroe alato, ovvero Gabriele d’Annunzio: dell’Asceta del Carnaro, come si firma il 10 febbraio 1918 in una dedica su una cartolina fotografica con l’impresa di Buccari, Bonazza realizzerà il ritratto e una copia dell’incisione con l’italianissimo Dante verrà spedita al Vittoriale».
Riferimenti a vicende, opere e alla casa de “Il Vate” influenzarono molte opere di Bonazza: nelle incisioni dedicate all’epica dell’eroe alato, alle imprese dei sorvoli notturni di città in guerra delle incisioni e nei Notturni. La mostra, in uno spazio dedicato, focalizza sull’impegno civile e patriottico di Bonazza durante la Prima guerra mondiale e subito dopo con la celebrazione degli Eroi morti (Battisti, Chiesa, Filzi e Tina Lorenzoni, unica donna in questo ideale empireo inciso) coniugando la sacralità del sacrificio per la patria con la sua personale visione del sacro, «ora non più pagana come nella sua abitazione, ma tesa a un’idealità che viene espressa attraverso un linguaggio che coniuga contenuti latini e italici a un verbo stilistico ancora viennese, secessionista».
Qui trova sintonia e corrispondenza in altri artisti trentini come Giorgio Wenter Marini o Stefano Zuech, con cui condivise alcune imprese decorative come la chiesa di Sant’Ilario a Rovereto o il fregio dell’ingresso del camposanto di Cortina (dipinti e bozzetti al centro della sezione espositiva dedicata al suo impegno pubblico).