A Padova, al Museo Eremitani, prosegue fino al prossimo 7 aprile il percorso espositivo “La Cappella degli Scrovegni nella fotografia tra ‘800 e ‘900” – curato da Musei Civici, Biblioteche Civiche e Ufficio Patrimonio Mondiale e promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune – che ricostruisce la straordinaria fortuna visiva della Cappella degli Scrovegni universalmente nota per essere il capolavoro assoluto affrescato da Giotto.

E’ meno noto, invece, che la Cappella è stata fra i primi monumenti italiani a essere riprodotta in fotografia in modo sistematico e puntuale. Già nell’estate del 1863 (a meno di un quarto di secolo dall’invenzione ufficiale “scrittura con la luce“) Carlo Naya, uno dei pionieri italiani della fotografia, immortala gli affreschi in alcuni scatti a cui seguirà una intera campagna fotografica del monumento a scopo conservativo prima dei restauri di Guglielmo Botti, realizzati fra il 1869 e il 1871.

Come un basso continuo, sin dai primi decenni dell’Ottocento infatti, l’integrità fisica della Cappella e del ciclo affrescato in essa contenuto sono stati a rischio di dissolvenza, se non di vera e propria distruzione o sottrazione. Riprodurre le immagini del ciclo di Giotto era quindi un modo per evitarne la perdita irreversibile.

Indubbiamente, le innovazioni nelle tecniche della riproducibilità dell’opera d’arte, che si declinarono compiutamente proprio nella prima metà di quel secolo, si riverberarono sui mezzi utilizzati per fissare le immagini: dal disegno a tratto alla pittura, dalle xilografie alle incisioni, dalle lastre colorate in vetro per le lanterne magiche alle cromolitografie, per finire con le prime immagini fotografiche in bianco e nero.

Una mostra complessa che presenta un racconto inedito, frutto della ricerca e dell’impegno di un gruppo di lavoro che, usando dati antichi e nuovi, pone un accento diverso sul valore di un capolavoro assoluto. Francesca Veronese, direttore dei Musei Civici di Padova, fa notare come: “Le foto d’archivio restituiscono una sorprendente freschezza: mettono in risalto dettagli del capolavoro di Giotto e, al contempo, ci lasciano intuire come la percezione della sua unicità e la necessità della sua salvaguardia siano state ben presenti a partire dai primi dell’Ottocento, e come pian piano l’idea di salvaguardare l’intero contesto, ponendo lì, agli Eremitani, accanto a Giotto, in uno dei luoghi più densi di storia, la sede del Museo si sia fatta strada trovando compimento molti decenni più tardi.”

Federica Millozzi, Conservatore di Cappella degli Scrovegni, spiega: “Lo scatto di Giotto gioca proprio sul doppio significato di questo termine: scatto è quello dei fotografi che realizzano le prime immagini della Cappella degli Scrovegni, lo sono le loro stesse fotografie, ma scatto è anche quello compiuto da Giotto, uno scatto in avanti rispetto alla pittura del suo tempo, quello di un artista che ha saputo saltare nel moderno fino al Novecento. Si aggiunga che la sua innovazione nasce da quella stessa ricerca di rappresentare la realtà, l’uomo, la natura e lo spazio, che la macchina fotografica e la macchina da presa riusciranno a catturare cinque secoli dopo. In questa ottica l’opera di Giotto viene anche trasmutata nel cinema d’autore con Pasolini che, in uno degli episodi del suo Decameron del 1971, impersona un allievo di Giotto intento ad affrescare la chiesa di Santa Chiara a Napoli.

Nel film, Pasolini-Giotto sogna una personale interpretazione del Giudizio Universale partendo dall’iconografia della Cappella degli Scrovegni: nella sua visione il Cristo Giudice diventa una Madonna col Bambino con il volto imperscrutabile di Silvana Mangano e tutta la parete affrescata si anima in un tableau vivant con schiere angeliche di bambini dalle luminose aureole geometriche a definire il Paradiso contrapposto all’Inferno animato da diavoli intenti a infliggere pene eterne ai dannati, le stesse che Giotto aveva dipinto. In basso un povero giovane vestito di stracci sorregge il modello della Cappella degli Scrovegni, precisamente ricostruita in un plastico. L’affresco diventa cinema che le restituisce la sostanza della materia, in una incessante veicolazione di valore artistico che annulla il tempo.”

L’affascinante immaginario della Cappella degli Scrovegni sviluppatosi nel corso dei secoli, è anche tema delle più avanzate tecnologie di riproduzione fotografica. La mostra invita infatti l’osservatore a immergersi nella ricostruzione digitale del capolavoro di Giotto grazie alla nuova campagna fotografica realizzata da Scripta Maneant Editori, in un ambiente immersivo che consente una adesione plurisensoriale tra le forme e i colori dei capolavori Giotteschi. Questa esperienza concretizza la proposta più innovativa avanzata da Giotto nel quattordicesimo secolo: che l’osservatore potesse entrare nel racconto che egli stesso aveva realizzato, così come fra Ottocento e Novecento avevano già fatto quanti si sono dedicati alla riproduzione dei suoi affreschi.

Dettagli

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Foto © 2023 Marco Campaci
courtesy Museo Eremitani, Padova

Dove e quando

Evento:

Indirizzo: Museo Eremitani- Piazza Eremitani, 8 - Padova
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Fino al: 07 Aprile, 2024