«Ci sono dei luoghi che per strane, seppur spiegabili coincidenze, divengono il polo attrattivo di un’energia creativa che coinvolge personalità diverse tra loro ma capaci di segnare un punto importante nell’ambito della cultura e dell’arte.
A partire dalla seconda metà del Settecento in Italia e in Francia questi luoghi sono stati soprattutto i caffè.
Come non ricordare il Florian di Venezia, che vedeva la frequentazione di Foscolo, di Goethe, di Dickens e di Proust, o Le Procope, a Parigi, dove si incontravano Voltaire e Rousseau e infine il Caffè Greco a Roma, che dal 1760 ha ospitato le più diverse e significative personalità e che sulle sue mura, degne di un museo, le opere appese raccontavano lo svilupparsi dell’arte di questi ultimi due secoli?
Così erano la luce degli specchi, i rumori delle tazzine di porcellana, dei bicchieri di cristallo, dello spostarsi delle sedie e del vociare dei clienti che facevano da cornice alla nascita di nuove idee e di nuove ispirazioni.
Niente a che vedere con la penombra di un bosco, con il silenzio interrotto solamente da brevi rumori, dove tra il frusciare delle foglie si insinua una lama di luce che svela un sentiero nascosto, una figura di uomo in lontananza. Eppure è proprio in un ambiente come questo, lontano dai locali e dal movimento della vita cittadina, in una foresta, che personalità diverse ma geniali si incontrano e danno vita ad uno dei movimenti più importanti dell’arte dell’Ottocento, anticipatore e premessa fondamentale dell’Impressionismo.
Tutto nasce da un giovane di ventitré anni, Theodore Rousseau, deluso, furioso per aver visto la sua opera derisa e rifiutata al Salon di Parigi del 1835.
Il quadro era stato definito da alcuni critici una “cosa mostruosa”. Il titolo del dipinto è banale, quasi risibile: Discesa delle vacche dagli altipiani della Jura. Ma ancora oggi la massa del bestiame, che si muove lento nell’oscurità di un bosco, rivelando una dinamicità potente e compressa, possiede un fascino particolare e innegabile anche in virtù di una tecnica esecutiva nuova e veloce».

Così Alberto Bertuzzi apre l’introduzione al catalogo della mostra “Luce, Natura, Libertà. I pionieri del paesaggio: da Barbizon agli Impressionisti” da lui curata e ospitata per la prima volta in Sardegna, presso il Museo Tavolara di Sassari fino a domenica 1° febbraio 2026. Come si comprende dal titolo, il viaggio proposto in tre sezioni, attraversa la luce, la natura e la libertà artistica, elementi caratterizzanti del movimento artistico francese. Compongono il percorso espositivo sessantasei opere provenienti da collezioni private francesi e italiane, alcune delle quali mai esposte al pubblico e realizzate da trentuno artisti, ciascuno a suo modo, artefice della nascita, e lo sviluppo, dell’Impressionismo. Dai primi fermenti antiaccademici, passando attraverso la Scuola di Barbizon, fino alla piena maturazione del movimento e alla sua eredità: dipinti a olio, disegni, tecniche miste, acquerelli, litografie e matite su carta si succedono in una galleria di nuovi soggetti, in particolare del paesaggio, e un diverso modo di raffigurarli attraverso sperimentazioni di pittura en plein air, favorita anche dall’introduzione del tubetto di colore (1841). Osservatori nuovi della natura, talvolta serena, altre impetuosa, della luce e del movimento, ma anche del contesto urbano, ora elegante, ora mostrato nella crudezza delle contraddizioni sociali della Belle Époque.

“Prima di Barbizon” è la sezione dedicata ai pittori che anticiparono la rivoluzione impressionista quali Eugène Boudin, maestro di Claude Monet, presente con Plage de Trouville, versione in acquerello del noto dipinto custodito al Museo d’Orsay di Parigi; Eugène Isabey – quattro opere, tra cui Bateau entrant au port (1820) e Retour de pêche en Bretagne (1865) – il suo allievo, Johan Bartold Jongkind, presenti due oli tra cui Paysage Nocturne avec moulin à vent (1864), punto di incontro tra la sua origine olandese e la formazione artistica francese.

La seconda sezione, intitolata “La scuola di Barbizon”, ospita rappresentanti della scuola artistica formatasi nella foresta di Fontainebleau, che contribuirono all’affermazione della nuova visione del paesaggio, vissuto dal vivo e restituito in un’ottica personale. Il caposcuola, Théodore Rousseau – presente con tre opere, tra le quali è Dans la Forêt (1860) – più di ogni altro seppe esprimere l’anima ispiratrice del gruppo.

Un altro grande paesaggista presente è Narcisse Diaz de la Peña, del quale sono esposte sei opere di rara bellezza e Charles Francois Daubigny con cinque opere, tra le quali Paysage del 1857. In questa sezione sono presenti, inoltre, Jules Dupré con gli inconfondibili colori del suo cielo, Constant Troyon e Jean Ferdinand Chaigneau, due delle figure più emblematiche del movimento le cui opere ritraggono spesso soggetti provenienti dal mondo animale. Presenti anche personalità di rilievo quali Jean Francois Millet e Camille Corot, ciascuno con due opere.

Con la sezione “L’impressionismo e oltre” si entra nel cuore della mostra, costituito dalle opere degli Impressionisti: presenti due opere di Claude Monet, Tempesta a Sainte-Adresse, del periodo giovanile che lo lega a Boudin, e I pescatori di Poissy sulla Senna, uno studio preparatorio dell’opera omonima conservata al Museo del Belvedere, a Vienna. In mostra anche Alfred Sisley, con Le pont de Sèvre; Camille Pissarro, con un disegno su carta; Berthe Morisot, con un disegno raffigurante un ritratto di donna.

Ancora tre personalità artistiche delle quali è possibile ammirare, in particolar modo, i soggetti femminili ritratti: Henri Gervex (presente con sette dipinti), Paul César Helleu (con quattro opere) e Giovanni Boldini, artista dalla sensibilità impressionista molto vicino ai francesi, autore del pastello su carta della Donna seduta con il ventaglio (1890 ca), recentemente introdotto nel catalogo ragionato delle opere del maestro ferrarese.

Restando in Italia, nel percorso espositivo si distingue il dipinto a olio Il Litorale presso l’Argentario (1860) di Emilio Donnini, testimonianza dell’influenza impressionista recepita nel nostro Paese. In questa sezione è ammirabile anche l’acquerello di Pierre Bonnard Vue à Le Cannet (1923), esempio di uso del colore preminente rispetto alle figure.