Al Centro italiano per la Fotografia di Torino prosegue, fino a domenica 1° febbraio 2026, la retrospettiva dedicata a una straordinaria figura della cultura mondiale del Novecento, la fotografa Lee Miller, che offre una chiave di lettura, sia pubblica che intima, del suo lavoro e della sua personalità. Inoltre, con questo evento, sono iniziati i festeggiamenti per i dieci anni del Centro con un ampio programma dedicato al mondo della fotografia nelle sue infinite sfaccettature.
Nata a Poughkeepsie (nello Stato di New York) nel 1907, alla fine degli anni Venti era a Parigi determinata a diventare una fotografa, tanto da convincere Man Ray ad accoglierla come assistente nel suo studio. Da quel momento ha inizio la sua vera e propria carriera costellata di incontri e scelte eccezionali.
Avvicinandosi al Surrealismo – amica e musa ispiratrice di Pablo Picasso, Max Ernst, Paul Éluard – strinse rapporti con artiste come Eileen Agar, Leonora Carrington, Dorothea Tanning, realizzando alcune delle immagini più significative della storia della fotografia surrealista, contribuendo anche alla scoperta della solarizzazione, una tecnica che lei e Man Ray sfrutteranno al meglio.
A seguito dell’incontro con il ricco uomo d’affari egiziano Aziz Eloui Bey, si innamora, lo sposa e si sposta insieme a lui (1934) in Egitto, dove realizzò immagini di paesaggio dal sapore enigmatico, per poi tornare in Europa dopo tre anni.

Collaboratrice di Vogue, per la più celebre rivista di moda realizzò non solo i classici servizi dedicati al mondo della haute couture, ma anche – in coincidenza con l’esplosione della Seconda Guerra Mondiale – inattese immagini che univano stile e vita quotidiana nella Londra ferita dai bombardamenti tedeschi. Sarà al termine della guerra che realizzerà i servizi più noti, le tragiche immagini dei campi di oncentramento e quelle del disfacimento della Germania nazista, con gli ufficiali suicidi, le fiamme che divorano la dimora estiva di Hitler e le città distrutte. Una serie di scatti, ancora pubblicati su Vogue, che segnarono in modo indelebile anche la sua vita. Infatti, insieme al nuovo marito Roland Penrose, si ritirò nella campagna del Sussex, accogliendo lì gli amici artisti, mettendo da parte il suo impegno fotografico fino ad abbandonarlo; ma anche in queste immagini apparentemente solo familiari sono ben leggibili il genio sovversivo e ironico.
Curata dal direttore artistico di CAMERA Walter Guadagnini, la mostra presenta oltre centosessanta immagini tutte provenienti dai Lee Miller Archives, molte delle quali pressoché inedite, accompagnate anche dalla riproduzione di alcune pagine delle riviste dove sono stati pubblicati i suoi servizi fotografici e giornalistici. L’esposizione è inoltre arricchita da un catalogo edito da Dario Cimorelli Editore e da un programma di iniziative di educazione all’immagine, condivisione e partecipazione, rivolte a pubblici diversi per età e formazione. Un percorso pensato e realizzato concentrando l’intensa attività dell’autrice tra gli anni Trenta e Cinquanta, ponte ideale tra gli Stati Uniti – sua terra natale – l’Europa, dove si trasferì ancora giovane e dove decise di stabilirsi – prima a Parigi e poi in Inghilterra – e anche l’Africa, dove trascorse alcuni anni della sua intensa vita. Il percorso segue un andamento cronologico ed evidenzia la sua curiosità e il continuo desiderio di cambiare, di scoprire aspetti nuovi tanto della vita quanto della fotografia.

Le immagini che raccontano la sua partecipazione al clima surrealista appartengono infatti a un solo triennio 1929-1932, un lasso temporale sufficiente per passare dall’essere assistente e modella di Man Ray (celebre è il racconto che fece del loro incontro, in un bar vicino allo studio del maestro al quale si presentò dicendo “Buongiorno, mi chiamo Lee Miller e sono la sua nuova assistente”, e alla risposta che le ricordava di non avere alcuna assistente lei replicò “Beh, da adesso ne ha una”) a realizzare opere come “Impasse des Deux Anges”, “Exploding hand” e “Coiffure” – tutte in mostra – fino a lavorare autonomamente nella fotografia di moda e a recitare in un film di culto del periodo, “Le sang d’un poète” di Jean Cocteau. Quando la carriera sembrava avviata tra arte, moda e cinema, abbandonò tutto per tornare negli Stati Uniti, dove rimase per altri tre anni, aprendo uno studio fotografico e ritraendo personalità del cinema e della high society statunitense, rafforzando la sua presenza nel campo della fotografia di moda, collaborando anzitutto con Vogue.

Ma tutto questo non poteva bastarle e, in Egitto, visse la nuova esperienza delle fotografie epocali (tra quelle in mostra, la più nota di tutte, che pare avere ispirato anche René Magritte, “Portrait of space”). Con la partecipazione a una sorta di cellula surrealista egiziana, la metterà in contatto con gli amici europei, ma dopo appena tre anni, il sorgere di una nuova inquietudine, nel 1937 la porterà nuovamente in Europa dove reincontra i suoi sodali surrealisti, tra cui le amiche Nusch Éluard, fotografata sorridente di fianco a un’automobile in un bellissimo ritratto, Ady Fidelin, nuova compagna di Man Ray, l’artista Dora Maar, compagna al tempo di Pablo Picasso e, conoscendo Roland Penrose, a sua volta artista e collezionista, che diverrà di lì a poco il suo secondo marito. Alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale nel 1939, si trasferisce con lui in Inghilterra, iniziando una nuova stagione di vita e di fotografia.
Cinque anni di guerra, cinque anni di fotografie con la rinuncia a ritornare negli Stati Uniti per continuare a lavorare, volontariamente, nello staff di Vogue a Londra. Dapprima, tra il 1940 e il 1943, le foto straniate della capitale britannica bombardata dai tedeschi (tra le immagini in mostra, anche “Fire masks”, dove l’abbigliamento di guerra trasforma i soggetti in protagonisti di una scena surreale), poi il desiderio di muoversi e la decisione di entrare a far parte dei reporter al seguito delle armate alleate in Europa, e sarà ancora Vogue a pubblicare i suoi servizi; sia quelli di moda che quelli più crudi realizzati al fronte, come quelle dell’assedio di Saint-Malo e quelle più misteriose scattate alla fine della guerra nell’Europa devastata. Ancora più sorprendente è la sua capacità di scrittura: tutte le immagini che escono su Vogue, infatti, sono accompagnate dai testi della fotografa, dimostrandosi anche una grande giornalista.

In poco più di dieci anni, Lee Miller ha vissuto un numero di vite sorprendente, e dunque non stupisce la conclusione di questa vicenda e dell’intera mostra, che si svolge tra l’Italia – dove la fotografa realizzò alcuni servizi sulla Biennale di Venezia, immortalando figure come Peggy Guggenheim o Giorgio Morandi, o i suoi ultimi servizi di moda in Sicilia – e la casa della campagna inglese dove lei e Roland Penrose si ritirarono, accogliendo amici come Saul Steinberg, Max Ernst, Alfred H. Barr Jr., Renato Guttuso, un giovanissimo Richard Hamilton, e mettendo in scena con loro divertenti siparietti che rappresentano l’ultimo contributo della fotografa alla cultura figurativa del suo tempo.

Dettagli

Didascalie immagini

(courtesy Ufficio stampa Lara Facco P&C)

  1. Lee Miller,
    Miss Lee Miller (Acconciatura di Dimitry). Lee Miller
    Studios, Inc., New York, USA, 1932
    © Lee Miller Archives, England 2025. All rights reserved. leemiller.co.uk
  2. Lee Miller,
    Ritratto dello spazio.
    Al Bulwayeb, vicino a Siwa, Egitto, 1937
    © Lee Miller Archives, England 2025.
    All rights reserved. leemiller.co.uk
  3. Lee Miller,
    Nusch Éluard seduta su un’auto.
    Golfe Juan, Francia, 1937
    © Lee Miller Archives, England 2025.
    All rights reserved. leemiller.co.uk
  4. Lee Miller,
    Irmgard Seefried, cantante d’opera, mentre canta un’aria di Madama Butterfly,
    Opera House, Vienna, Austria, 1945
    © Lee Miller Archives, England 2025.
    All rights reserved. leemiller.co.uk

Dove e quando

Evento:

Indirizzo: CAMERA- Centro italiano per la Fotografia - Via delle Rosine, 18 - Torino
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Fino al: 01 Febbraio, 2026