Costruita totalmente attorno alle figure di trentaquattro artiste più o meno note al grande pubblico, la mostra milanese Le Signore dell’arte. Storie di donne tra ‘500 e ‘600 espone un’interessante selezione di dipinti originari di un’epoca che abbiamo generalmente imparato a conoscere grazie a punti di vista maschili. La scelta di proporre al grande pubblico accanto a nomi di artiste note e amate come Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani anche quelli di altre sinora sconosciute come la nobile romana Claudia del Bufalo, aiuta a riscrivere il tracciato della presenza femminile in quei secoli in cui anche le donne iniziarono, non senza difficoltà e determinazione, ad accaparrarsi spazi di creatività.

È proprio nel periodo raccontato dalla mostra che alcune figure cominciarono a farsi notare diventando protagoniste di committenze prestigiose come quelle per Filippo II di Spagna, Carlo I Stuart d’Inghilterra, Gregorio XIII, Rodolfo II d’Asburgo, Cosimo III de’ Medici, Anna d’Austria, il cardinale Richelieu, i Savoia.
Un’attenzione particolare è inoltre rivolta al ruolo che queste artiste rivestirono nella società del tempo attraverso la narrazione di storie personali che, oltre a parlare di uno stile artistico, ne definiscono soprattutto il percorso.
Interessante inoltre rilevare come le personalità artistiche femminili siano, nel corso del XVI e XVII secolo, varie e più frequenti di quanto generalmente si tenda a pensare, toccando inoltre per provenienza o luogo di attività tutta l’Italia.

La scelta dei curatori è stata quindi quella di dividere la mostra in cinque sezioni, raccontando le artiste a partire dal mondo e dal contesto sociale dal quale provenivano.
“Le artiste del Vasari” è la sezione dedicata alle artiste di cui ci parla appunto l’aretino nelle sue Vite. Degna di menzione è ad esempio l’intrigante vicenda di Sofonisba Anguissola i cui disegni giunsero persino nelle mani di Michelangelo. Del resto Sofonisba, che fu la più talentuosa di quattro sorelle tutte avviate sulla strada della pittura, divenne una stimata pittrice alla corte di Filippo II a Madrid. Sua è una delle opere esposte per la prima volta in occasione di questa mostra, la Pala della Madonna dell’Itria realizzata per la cittadina siciliana di Paternò nel 1578 che rappresenta una delle più recenti acquisizioni del catalogo della pittrice. Particolare è il soggetto della tavola che, attestando un culto molto diffuso sull’isola, illustra la leggenda secondo cui, al tempo dell’iconoclastia, alcuni monaci basiliani nascosero una tavola dell’Odighítria (colei “che indica la strada”) dentro una cassa di legno e la affidarono al mare che la fece approdare sulle coste meridionali d’Italia.
Interessante è poi la vicenda della meno nota Lucrezia Quistelli allieva a Firenze di Francesco Allori che, oltre a possedere un dipinto di Pontormo, ebbe modo di conoscere la produzione dei principali artisti a lei contemporanei.

Segue poi un capitolo dedicato alle artiste che svilupparono il proprio talento tra le mura di un convento. Curioso il caso di Caterina Vigri da Bologna, badessa vissuta nel corso del Quattrocento ma canonizzata solo tre secoli dopo, il cui corpo ancora incorrotto è tuttora posto alla venerazione dei fedeli nella chiesa del Corpus Domini a Bologna. Caterina era una miniaturista e si dedicava anche alla scrittura, ma le sue opere vanno sempre interpretata in relazione alla vita religiosa e agli specifici percorsi di spiritualità compiuti all’interno della comunità monastica.

Privilegiate furono inoltre le artiste raccontate nella terza sezione che poterono formarsi nella bottega paterna. Non mancarono in questo contesto anche casi di “allieve che superarono il maestro” come accadde, per citare un esempio forse meno noto ma di certo appassionante, per la milanese Fede Galizia figlia di un miniaturista trentino e divenuta una celebre ritrattista già a vent’anni, dipingendo poi nel 1596 addirittura una Giuditta che anticipa di due anni quella di Caravaggio.
Lo stesso vale anche per le bolognesi Lavinia Fontana che ottenne grandi onori, o Elisabetta Sirani che in soli dieci anni di attività e quasi duecento opere prodotte superò la fama del padre pittore di tradizione reniana.

La penultima sezione riporta poi le storie di quelle artiste che furono ammesse in Accademia. Fu la mantovana Diana Scultori la prima ad essere ammessa in un’associazione di artisti quando, nel 1580, venne accolta nella Compagnia di San Giuseppe di Terrasanta che aveva in giuspatronato la cappella al Pantheon. Nel 1616 la grande Artemisia fu accolta all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze e alcuni anni prima anche l’Accademia di San Luca di Roma aveva modificato il proprio statuto garantendo la possibilità della partecipazione femminile.

Chiude infine il percorso la quinta e ultima sezione che è dedicata alla più celebre di tutte, Artemisia Gentileschi, nota non solo per la sublime qualità della sua pittura quanto anche per la vita tormentata tuttora letta come una sorta di mito di ribellione. Dopo aver subito violenza in gioventù, Artemisia divenne infatti protagonista di un umiliante processo dal quale riuscì tuttavia ad affrancarsi anche grazie al matrimonio con Pierantonio Stiattesi, ma quanto vissuto restò un segno indelebile anche nelle sue tele dove non mancano ad esempio eroine bibliche protagoniste di efferati episodi in cui gli uomini diventano vittime. Tra i dipinti dell’artista proposti in mostra è senz’altro degna di nota la Maddalena esposta per la prima volta al pubblico. Proveniente dalla collezione libanese Sursock, la tela risulta danneggiata dall’esplosione al porto di Beirut del 2020 è sarà sottoposta ad un restauro al termine dell’esposizione.

Ricordiamo infine che l’esposizione è sostenuta dalla Fondazione Bracco che ha dato vita anche a un progetto scientifico, in collaborazione con alcune Università di Milano, per valorizzare un’opera presente in mostra attraverso l’imaging diagnostico: si tratta del Ritratto di Carlo Emanuele I Duca di Savoia, tempera su pergamena realizzata dalla pittrice miniaturista ascolana attiva nel Seicento Giovanna Garzoni.
Infine, il catalogo edito da Skira approfondisce le opere e le biografie di tutte le artiste esposte in mostra.