Si conclude idealmente un percorso iniziato nel 2010 sempre a palazzo Strozzi che ha analizzato, studiato e messo sotto i riflettori la cosiddetta Maniera, lo stile artistico colto e raffinato nato a Firenze e reso unico dai suoi protagonisti. Prima con la mostra sul Bronzino del 2010, poi con quella su Pontormo e Rosso Fiorentino del 2014; oggi, Il Cinquecento a Firenze “maniera moderna” e controriforma. Tra Michelangelo, Pontormo e Giambologna, che rimarrà aperta fino al 21 gennaio 2018.

Aldilà dei numeri, notevoli, è soprattutto la qualità di alcune opere, il fatto di poterle vedere accostate l’una con l’altra, i restauri conservativi realizzati per l’occasione, che fanno di questa esposizione d’arte una di quelle che meritano di essere viste. Sono i curatori Carlo Falciani e Antonio Natali che ci guidano idealmente con il loro percorso espositivo a riallacciarci alle precedenti puntate sull’arte della Maniera, epoca eccezionale sia per la cultura che per gli intellettuali presenti a Firenze e che si sono ritrovati fra la cultura del Vasari e del duca Francesco I Medici, da una parte, e il Concilio di Trento e le idee della Controriforma dall’altra.

Nella prime due sale, bellissime sia per la presenza delle eccezionali opere che per le soluzioni luministiche adottate, è stato riassunto quanto presentato nelle mostre passate, accostando capolavori degli anni Venti del Cinquecento di mano dei grandi che diverranno indiscussi maestri di sempre, a cominciare da Andrea del Sarto e Michelangelo. Quest’ultimo è presente con lo stupendo gesso del Dio fluviale di Casa Buonarroti, del 1526-27 circa, dopo il restauro con il quale ha riacquistato la cromia chiara a mimesi del marmo: ci evoca l’importanza delle sculture e dell’architettura della Sagrestia Nuova, che fu modello imprescindibile per gli artisti del Cinquecento, pur se lasciata incompiuta dal Buonarroti nel 1534 quando deciderà di lasciare orfana Firenze del suo grande nume tutelare. (Fig.2)

La Pietà di Luco di Andrea del Sarto acquista in questa sede ancora più monumentalità, ed i suoi colori sono, grazie al restauro appena compiuto per la mostra, ancora più intensi. L’opera è un evidente riferimento alla presenza reale di Cristo nell’ostia consacrata e le meditazioni del pittore diventeranno modello non solo stilistico per gli artisti della sua scuola, copiate per decenni, grazie alla chiarezza compositiva così vicina ai dettami del Concilio di Trento. Realizzata entro il 1524 mentre l’artista è a Luco, nel Mugello, con la famiglia, per sfuggire alla peste che imperversa a Firenze, l’opera ha una composizione simmetrica e concentrica, con il corpo di Cristo posto su un sudario di un bianco accecante, mentre intorno a lui il dolore per la sua morte è evidente ma contenuto, grazie ai gesti eloquenti dei presenti. In primo piano c’è il calice dell’eucarestia con l’ostia in prospettiva che si sovrappone a Cristo, per sottolineare l’importanza del sacramento e quindi della transustanziazione. (fig.1)

Nella sala due la mostra dà il suo meglio, perché in una sorta di esedra si aprono alla nostra vista, in un confronto assolutamente inedito, tre capisaldi dell’arte cinquecentesca occidentale. La Deposizione dalla croce di Rosso Fiorentino di Volterra è posta accanto a quella proveniente dalla cappella Capponi in Santa Felicita, per poter, entrambe, entrare in un ideale dialogo con il Cristo deposto di Bronzino. Arrivato a Firenze da Becanson dopo essere stato regalato a Nicolas de Granvelle, segretario di Carlo V, dal Granduca Cosimo I, non era più tornato a Firenze da quel lontano 1545. (fig.3,4) La tavola di Rosso Fiorentino, datata 1521, è stata restaurata per l’occasione, così come l’opera del Pontormo, datata al 1525-28. Sono due pale d’altare così diverse fra loro eppure così complementari ed entrambe tanto moderne per le soluzioni adottate dai due artisti. Due tavolozze differenti ma entrambi inusuali, con toni accesi e cangianti, taglienti e traslucidi, ma dove soprattutto la carica emotiva è opposta: spregiudicata, urlata, quasi rabbiosa in Rosso Fiorentino, la cui opera appare quasi arcaica, mentre è muta, sospesa e dolce per il Pontormo.

Quest’ultimo, proprio come Andrea del Sarto, sceglie di “rendere esplicita la presenza del corpo di Cristo nell’ostia consacrata immaginandosi due angeli che ne depongono il cadavere sull’altare sottostante: la pala di Santa Felicita viene a porsi lungo una linea storico-figurativa che unisce la visione naturalistica di Andrea del Sarto alle riflessioni teologiche che il Bronzino svolge un ventennio dopo nella cappella di Eleonora in Palazzo Vecchio, quando si confronta con lo stesso soggetto.” (Natali e Falciani)
L’opera del Bronzino, datata 1543-45, è impreziosita da colori brillanti, smaltati, dove la tonalità del blu di lapislazzulo esalta l’incarnato eburneo del corpo di Cristo, e dove la bellezza dei volti è resa più elegante e raffinata da acconciature alla moda, stoffe di seta, gioielli con perle traslucide. In alto si librano in un moto vorticoso ma ordinato angioletti dai corpi allungati e scattanti, che sorreggono i simboli della passione. (fig.5)

Con la sala 3 si arriva all’apoteosi delle pale d’altare realizzate nello spirito della Controriforma. Del resto, Cosimo I de’Medici fu uno dei più importanti sostenitori delle prescrizioni sull’assetto delle chiese dettate dal Concilio di Trento, che si era concluso il 4 dicembre 1563. Oltre alla distruzione dei tramezzi fra la parte presbiteriale e quella dei fedeli, vennero realizzate cappelle laterali dove poter esporre grandi pale d’altare. I soggetti dovevano essere episodi sacri facilmente riconoscibili dai fedeli ed includere personaggi in abiti moderni che potessero facilitare l’immedesimazione, coinvolgendo emotivamente per poter essere indirizzati a pensieri ed azioni devote. Ed ecco che troviamo le “forme robuste eppure dolci e naturali d’Alessandro Allori, la lirica vibrante e soave a un tempo di Santi di Tito, il vigore crudo e fiammingo delle scene dello Stradano…la leggiadria colta di Cellini, i bronzi e i marmi avvitati del Giambologna e quelli severi di Caccini” scelti dai curatori perché convinti, giustamente, che avrebbero toccato gli occhi e gli animi dei visitatori della mostra, pur non essendo, per la maggior parte degli Italiani, nomi di grande risonanza. (fig. 6)

Questi stessi artisti saranno anche coloro che lavoreranno ai temi profani, spesso legati alla figura di Francesco I de’Medici, che nel suo Studiolo di Palazzo Vecchio farà convivere una grande varietà di stili. Questo è proprio il tema trattato nelle sale 4 e 5, magari meno affascinanti ma molto utili per comprendere i protagonisti del mecenatismo fiorentino, primo fra tutti il duca Francesco. Lo studiolo di Palazzo Vecchio sarà d’esempio ad altri intellettuali fiorentini, che avranno a disposizione gli artisti versatili usciti dalla bottega del Vasari. In mostra ne sono un esempio il ciclo composto da sei lunette, riunite qui per la prima volta, destinate a decorare la dimora di uno sconosciuto intellettuale fiorentino con la raffigurazione delle virtù. (fig.10) Dopo tante pale d’altare e riflessioni teologiche, non poteva mancare l’affondo sull’aspetto allegorico e sensuale ma al contempo concettuale ed erudito che è una delle caratteristiche affascinanti dell’arte della Maniera. E’ proprio l’arte fiorentina del Cinquecento che ha maggiormente esplorato il vasto repertorio mitologico e allegorico, con rimandi politici e riflessioni estetiche, a comporre un’arte di corte fra le più complesse della storia occidentale.

Non solo, quindi, l’uso politico dell’arte, ma anche dei concetti eruditi che si concretizzano in pitture dai nudi sensuali disposti in eleganti composizioni e pose contrapposte, come nella Venere e Amore di Alessandro Allori, uno dei vertici della pittura profana del secondo Cinquecento. Altrettanto sensuale è la Notte di Michele di Ridolfo del Ghirlandaio, che insieme a citazioni classiche rimanda anche alla scultura di Michelangelo nella Sagrestia Nuova per la figura femminile, mentre il resto è preso dal dipinto del Pontormo, realizzato da quest’ultimo su un’idea del Buonarroti. (fig.7). Con Amore e Psiche di Jacopo Zucchi la sensualità delle figure, il piglio spregiudicato della composizione, sono protagoniste, con colori vivi, accesi e smaltati, dettagli resi con minuzia materica. Il nudo maschile, nella sua incredibile posa dagli addominali tesi, è un abile esercizio di erudita citazione classica, mutuata dallo studio dell’arte del sempre presente e fondamentale Michelangelo Buonarroti. (fig.8) Sacro e profano, uno accanto all’altro. “Non a caso per qualche tempo” – scrivono i curatori – “avevamo pure pensato che il binomio “lascivia” e “divozione”, desunto dai testi in voga in città nel secondo Cinquecento, potesse funzionare come titolo della mostra, ovviamente seguito da un sottotitolo esplicativo: Arte a Firenze nella seconda metà del Cinquecento.

Lascivia e divozione sono infatti i due lemmi che s’adattano bene a sintetizzare due realtà, due visioni del mondo e perfino due condizioni dell’animo, differenti e financo antitetiche, che tuttavia convissero, procedendo su vie parallele.” Con le ultime due sale la mostra ci accompagna a dare uno sguardo all’arte che ormai si affaccia al Seicento, una sorta di pre-Barocco fiorentino, dove è possibile incontrare opere d’arte che sono di una sublime bellezza, ben lontano dal giudizio negativo che solitamente affibbiamo a quel periodo fiorentino. Si rifuggono visioni centralizzate per creare tagli obliqui che sfondano scenograficamente il piano di vista. Un naturalismo accentuato che pone l’accento sui particolari delle vesti che si uniscono a un disegno tridimensionale della volumetria, creando suggestione, pathos e teatralità. La Visione di San Tommaso d’Aquino di Santi di Tito, datata al 1593, è un perfetto momento conclusivo di questo percorso, che ci fa così tornare, quasi come in un moto circolare, alle grandi pale d’altare che ci avevano accolto all’inizio dell’esperienza. Dobbiamo proprio a questo artista, allievo del Bronzino e meritevole di uno sguardo attento per la bellezza delle sue opere, il rinnovato interesse verso il dato naturale arricchito di notazioni luministiche che anticipano i tempi.(fig.9). Questo è sicuramente un altro motivo per non perdere la mostra: la presenza “delle opere più belle di Santi di Tito, uno degli artisti da riscoprire in quelle virtù poetiche che ne fanno uno dei più grandi del Cinquecento”. Sarà questo il nuovo tema sul quale i curatori concentreranno i loro studi futuri?
Dettagli
Didascalie immagini
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Andrea del Sarto (Andrea d’Agnolo; Firenze 1486-1530), Compianto su Cristo morto (Pietà di Luco), 1523-1524, olio, su tavola, cm 238,5 x 198,5, Firenze, Gallerie degli Uffizi, Galleria Palatina, inv. 1912 n. 58
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Michelangelo Buonarroti (Caprese o Chiusi della Verna 1475-Roma 1564), Dio fluviale, 1526-1527 circa, modello in argilla, terra, sabbia, fibre vegetali e animali, caseina, su anima di filo di ferro. Interventi successivi: gesso, rete in ferro, cm 65 x 140 x 70 Firenze, Accademia delle Arti del Disegno (in deposito presso Museo di Casa Buonarroti)
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Rosso Fiorentino (Giovan Battista di Jacopo; Firenze 1494-Fontainebleau 1540), Deposizione dalla croce, 1521, olio su tavola, cm 343 x 201, Volterra, Pinacoteca e Museo Civico
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Pontormo (Jacopo Carucci; Pontorme, Empoli 1494-Firenze 1557), Deposizione 1525-1528, tempera su tavola, cm 313 x 192, Firenze, Chiesa di Santa Felicita.
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Bronzino (Agnolo di Cosimo; Firenze 1503-1572), Cristo Deposto, 1543-1545 circa, olio su tavola, cm 268 x 173, Besançon, Musée des Beaux-Arts et d’Archéologie, inv. D.799.1.29
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Santi di Tito (Firenze1563-1603), Resurrezione, 1574 circa, tecnica mista su tavola, cm 456 x 292, Firenze, Basilica di Santa Croce
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Michele di Ridolfo del Ghirlandaio (Michele Tosini; Firenze 1503-1577), La Notte, 1555-1565, olio su tavola, cm 135 x 196, Roma, Galleria Colonna, inv. Salviati, 1756, n. 66
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Jacopo Zucchi (Firenze 1541 circa-Roma 1596), Amore e Psiche, 1589, olio su tela, cm 173 x 130, Roma, Galleria Borghese, inv. 10
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Santi di Tito (Firenze 1563-1603), Visione di san Tommaso d’Aquino, 1593, olio su tavola, cm 360 x 238, Firenze, Chiesa di San Marco
IN COPERTINA
Poppi (Francesco Morandini; Poppi 1544 circa-Firenze 1597), La Giustizia / Constans Iustitia, 1582-1585, olio su tavola, cm 80 x 99, collezione privata
Dove e quando
Evento: Il Cinquecento a Firenze "maniera moderna e controriforma. Tra Michelangelo, Pontormo e Giambologna
Indirizzo:
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Fino al: 20180121