Si perde nella notte dei tempi l’epoca in cui l’essere umano iniziò a dare forma tridimensionale alla rappresentazione di se stesso, espandendo nello spazio il volume di quelle figure che fino dagli albori della preistoria aveva graffito o tracciato e colorato sulle pareti di caverne e falesie: cacciatori e guerrieri per lo più, ma anche personaggi dai poteri magici fissati nella celebrazione di riti che si compivano con movimenti di danza.
I primi manufatti in cui la figura assume una corposità a tutto tondo appaiono nel periodo paleolitico e rappresentano personaggi femminili: il prototipo della Grande Madre è espressione di culture matriarcali, caratterizzate dalla produzione di statuette – modellate in creta, o scolpite in pietra – che esaltano i segni di una femminilità fertile e maestosa, dai grandi seni e dai pingui fianchi. Uno dei primi straordinari esempi di questa tipologia è la Dea Madre da Çatalhöyük, in Anatolia, che risale agli inizi del VI millennio a.C. (5750 a.C.) e rappresenta una figura femminile seduta su un trono, affiancata da due felini, mentre dà alla luce un neonato di cui si intravede la testolina che tocca il suolo.

Rimane aperta una serie di ipotesi su quali fossero effettivamente il significato, il soggetto e lo scopo di questi simulacri (nel senso proprio del termine greco “εἴδωλον“), diffusi in tutta l’area mediterranea e mesopotamica nell’arco di millenni. All’esame di questo lungo periodo, animato da una sacralità intimamente connessa e in sintonia con la natura – personificata nella Grande Madre – e destinato a protrarsi fino all’età del bronzo, è dedicata la mostra Idoli, il potere dell’immagine in corso dal 15 settembre al 20 gennaio 2019 presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti nella sede veneziana di Palazzo Loredan.

La rassegna, che presenta un centinaio di opere databili fra il IV e il III millennio a.C. e provenienti dal vastissimo territorio compreso tra la penisola iberica e la valle dell’Indo – con un’importante presenza delle culture fiorite nelle isole del Mediterraneo – ruota attorno a un nucleo centrale di quattordici pezzi appartenenti alla collezione del paleontologo e archeologo Giancarlo Ligabue (Venezia, 1931-2015). In uno dei suoi ultimi studi, Ligabue scriveva a proposito di queste enigmatiche figure: “L’ipotesi che il Dio padre di tutte le religioni monoteiste fosse stato in origine una Dea Madre iniziò a delinearsi dopo la scoperta delle prime veneri paleolitiche, dove il corpo femminile era sentito come centro di forza divina. Proprio in quel momento, tra paleolitico medio e superiore, si pensa si siano verificati nello spirito e nella coscienza dell’uomo, determinati mutamenti di struttura della psiche. Alla fase dell’inconsapevolezza si contrappone una sorta di pulsione che gli specialisti oggi attribuiscono ad un rapido evolvere della coscienza. Nasce un concetto di religiosità. L’uomo aveva scoperto di avere un’anima”.

Emblema della mostra, la cosiddetta Venere Ligabue appare tanto enigmatica quanto carica di fascino e raffinata eleganza, frutto di un sapiente accostamento fra materiali diversi che produce effetti cromatici di grande suggestione. La statuetta, detta anche Dama dell’Oxus risale alla fine del III millennio a. C. e proviene dall’area dell’Oxus, il bacino dell’attuale Amu Darya, il fiume che attraversa l’Asia Centrale dall’Afghanistan al Turkmenistan.

Siamo nel pieno di quella che viene definita “rivoluzione neolitica”, un’epoca di grandi cambiamenti nell’assetto delle società primitive: la struttura sociale, che era articolata in clan o tribù, si evolve con il costituirsi di complessi stanziali proto-urbani che vedono la nascita di nuove tecnologie nella lavorazione dei metalli, e quindi lo sviluppo dell’artigianato e il conseguente avvio di commerci a largo raggio, accompagnati dalla comparsa delle prime forme di scrittura. Con l’affermarsi di società più complesse, prende il sopravvento la rappresentazione di figure maschili – dei, sovrani, eroi – che appaiono sempre più ricche di dettagli in senso naturalistico, abbandonando gli schematismi simbolici  e geometrizzanti dell’epoca precedente.

L’utilizzo di materiali preziosi come avorio, ossidiana, lapislazzuli, in sedi molto lontane dalle zone di produzione o estrazione, indica la complessità e diffusione della rete di commerci e scambi tra popoli lontani, una rete attraverso la quale viaggiavano manufatti e idee, mettendo in contatto culture e terre lontanissime, con uno scambio e un’integrazione reciproca che ai nostri occhi appaiono stupefacenti. Nello stesso tempo, l’immaginario mitologico si andava popolando di figure sempre più complesse, legate all’elaborazione di miti che vedono protagonisti fantastici ibridi uomo-animale, nei quali convivono membra di esseri diversi o si verificano metamorfosi, in cui si alternano la fase umana e quella animale. Nelle leggende diffuse presso la civiltà dell’Oxus, fiorita tra il 2500 e il 1700 a.C., compare un drago-serpente capace di assumere sembianze umane, chiamato anche “lo sfregiato” per il segno lasciatogli sulla guancia destra da una divinità benefica che lo aveva sconfitto e soggiogato.

La statuetta dello “sfregiato” esposta nella rassegna veneziana forma un ideale contrappunto con la Dama dell’Oxus, pur nella diversità di stile: alla sintesi di forme geometrizzanti della Dama si contrappone qui un’attenzione nuova ai particolari anatomici, con la definizione del torace e delle braccia dai muscoli possenti, in una notazione naturalistica che apre la strada a un linguaggio figurativo ed espressivo del tutto nuovo.

Scrive Annie Caubet, curatrice della mostra: “gli individui che realizzarono quelle sculture erano artisti dotati di grande talento, che muovendosi tra il rispetto dei modelli tradizionali e la creazione innovativa, seppero comunque lasciare un segno”. Un segno destinato ad affascinare gli artisti delle avanguardie agli inizi del Novecento, sedotti dal richiamo ancestrale che caratterizza le opere dei popoli primitivi, lontani e alieni nel tempo o nello spazio che siano. Secondo Henri Matisse, che come Paul Gauguin nella generazione precedente e il suo coetaneo Picasso avvertì la fascinazione di un mondo remoto ma al tempo stesso nascosto nel profondo di ciascuno di noi “l’arte moderna è un’arte d’invenzione; parte come slancio del cuore. Per la sua stessa essenza, dunque, è più vicina alle arti arcaiche e primitive che all’arte del Rinascimento”.
(Henri Matisse, da una conversazione con André Léjard, 1952)

Didascalie immagini

  1. Figura femminile seduta con gambe incrociate – Cicladi, presumibilmente Amorgos, Tardo Neolitico (V-IV millennio a.C.). Marmo, alt. 18,5 cm, largh. 13,3 cm, Musées Royaux d’Art et d’Histoire, Bruxelles
  2. Figura steatopigia stante – Arabia sud-occidentale. IV millennio a.C., Basalto, alt. 22 cm, Collezione privata, Londra / Figura femminile geometrica – Sardegna, Turriga (Senorbì). Antica Età del Bronzo, Marmo, alt. 43 cm, largh. 18 cm, Polo Museale della Sardegna, Museo Archeologico Nazionale di Cagliari
  3. “Venere Ligabue” – Iran orientale, Asia centrale. Civiltà dell’Oxus (2200-1800 a.C. circa), Clorite, calcare, alt. 11 cm, largh. 13,2 cm, Collezione Ligabue, Venezia
  4. Statuetta di nudo del Re Sacerdote – Mesopotamia meridionale. Tardo periodo di Uruk (ca. 3300-3200 a.C.), Calcare, alt. 30 cm, largh.9.8 cm, Musei Civici agli Eremitani, Padova
  5. Suonatore di arpa cicladico – Thera (Santorini). Antico Cicladico II (2600-2400 a.C.), Marmo, alt. 16,5 cm, largh. 5,5 cm, Badisches Landesmuseum, Karlsruhe
  6. “Sfregiato” con kilt bianco – Iran orientale, Asia centrale. Civiltà dell’Oxus (2200-1800 a.C. circa), Clorite, calcare, alt. 11,5 cm, Collezione privata, Londra
  7. 100 Figura femminile stante – Civiltà dell’Indo, Belucistan. Mehrgarh, stile VII (ca. 2700–2500 a.C.), Terracotta, alt. 15 cm, largh. 6 cm, Collezione Ligabue, Venezia

IN COPERTINA
Figura femminile geometrica – Sardegna, Turriga (Senorbì). Antica Età del Bronzo, Marmo, alt. 43 cm, largh. 18 cm, Polo Museale della Sardegna, Museo Archeologico Nazionale di Cagliari

Dove e quando

Evento: Idoli – Il potere dell’immagine
  • Fino al: – 20 January, 2019
  • Sito web