Tra i fenomeni artistici di cui Vasari non diede quasi riscontro nelle sue celebri Vite vi è una tendenza divenuta particolarmente importante in ambito veneziano nel Cinquecento, ovvero la crescente diffusione di dipinti con figure femminili destinati principalmente agli ambienti domestici. Se prima del XVI secolo gli esempi di pittura secolare veneziana erano quasi tutti riconducibili a ritratti principalmente maschili – genere che era particolarmente cresciuto sul finire del secolo precedente grazie anche all’esempio di importanti maestri che operarono in Laguna come Antonello da Messina e Giovanni Bellini – nel Cinquecento è la rappresentazione della donna che diventa uno dei tratti distintivi della pittura locale e dell’immagine cinquecentesca di Venezia e del suo territorio.
La Venezia dell’epoca rappresentò, del resto, un unicum nel panorama contemporaneo anche per il particolare status che le donne potevano vantare. Negli Statuti veneziani le donne erano una categoria presa in considerazione dalle legislazioni che le dotavano di doveri e diritti specifici che prevedevano, ad esempio, che le spose potessero continuare a disporre della propria dote anche dopo la morte del marito e, pur non potendo partecipare alla vita politica, esse rivestivano comunque un ruolo importante nell’immagine del cerimoniale pubblico della Serenissima.

Parallelamente anche la raffigurazione pittorica femminile acquisì un ruolo unico e un’importanza che fino a quel momento risultavano inedite, facendo fiorire temi iconografici e letterari che le riguardavano.
A questo tema è dedicata la mostra Tiziano e l’immagine della donna nel Cinquecento Veneziano aperta presso Palazzo Reale di Milano in collaborazione con il celebre Kunsthistorisches Museum di Vienna che, oltre ad essere il principale prestatore delle opere, ha ospitato la prima tappa dell’esposizione.
Tiziano amò dedicare gran parte della propria produzione alla raffigurazione femminile dando una spinta decisiva affinché le immagini di donne nella pittura veneziana dell’epoca iniziassero a fiorire. Si tratta di protagoniste la cui bellezza, eleganza e sensualità non poteva che colpire chi le vedeva ritratte incrementando una vera e propria fascinazione attorno al modello femminile, qui rappresentato attraverso un ampio spettro di tematiche.

Oltre al grande maestro veneto, di cui in mostra sono presenti sedici opere, diversi artisti importanti attivi nei possedimenti veneziani consacrarono i loro dipinti a questo tema. Si tratta ad esempio di Lotto, Palma il Vecchio, Veronese e Tintoretto, ma anche di Paris Bordone, Bernardino Licinio, Giovan Battista Moroni, Palma il Giovane, il Moretto le cui opere arricchiscono il percorso espositivo.
In un’analisi di questo tipo non si può ovviamente che partire dal genere del ritratto. In questo caso si osserva che, mentre in Laguna i ritratti realistici di donne risultarono più rari in quanto la Serenissima non approvava il culto della memoria intrinseco in essi, più vivace fu invece tale tradizione nell’entroterra veneziano.
Ambite da tutti i collezionisti d’Europa erano poi le cosiddette “belle veneziane” un tema iconografico che, già dal nome, esprime quanto tali opere fossero specificatamente legate a quel contesto culturale. Si tratta di raffigurazioni femminili a cavallo tra ritratto e immagine ideale, dove le protagoniste sono sempre donne eleganti e dalla forte sensualità, caratterizzate da grazia, dolcezza, ed eleganza innata.
Non di rado le loro vesti scollate lasciano mostrare il seno che, stando agli ultimi studi, non dovrebbe intendersi come un simbolo di spregiudicatezza, bensì di quell’apertura del cuore che sottende un atteggiamento di sincerità e verità verso l’amato. Di questa tipologia fu archetipo un’opera straordinaria come la Laura di Giorgione esposta in mostra. Dipinta agli albori del XVI secolo, la piccola tavola stupisce per la sua portata inedita e sperimentale; fino a quel momento, infatti, i pochi ritratti di donna conosciuti avevano una struttura totalmente diversa e ponevano l’attenzione sulla verosimiglianza fisica e sulla rappresentazione dello status sociale.

Tutte queste raffigurazioni hanno, ovviamente, un carattere prevalentemente profano. Prolificano le eroine come Lucrezia che diventa un modello di virtù seppure carica di sensualità, oppure le figure mitologiche che incarnano amori leggendari come quelli tra Venere e Adone. E quando qualche sparuto soggetto deriva da esempi biblici come la Susanna e i Vecchioni, esso viene trattato secondo modelli espressivi e chiavi di lettura del tutto profane.
Anche le Metamorfosi di Ovidio, testo che nel Cinquecento andò incontro ad una incredibile fortuna, diventarono un serbatoio dal quale attingere ampi repertori, primi tra tutti gli straordinari travestimenti di Giove che inventa infiniti stratagemmi per sedurre l’amata di turno, temi che offrivano a quei maestri conferme sull’eternità delle passioni umane.

In un contesto dove la disputa per il primato delle arti era all’ordine del giorno, anche la letteratura pose sempre più attenzione ai temi femminili e le donne diventarono così sia oggetto della narrazione che, dato ancor più interessante, attrici stesse della scrittura. Capitale dell’editoria, a Venezia nel Cinquecento ebbe ampio seguito ad esempio la “querelle des femmes” che vedeva le intellettuali ed erudite dell’epoca partecipare con i loro scritti alle discussioni di genere che le vedevano coinvolte, mentre il primo romanzo scritto da una donna fu l’Urania uscito proprio nel Cinquecento dalla penna della padovana Giulia Bigolina di cui si conserva il manoscritto presso la Biblioteca Trivulziana di Milano.