Al Museo Civico di Bassano del Grappa prosegue, fino al prossimo 2 maggio, la narrazione di Melania Mazzucco che racconta le vicende dei Dal Ponte, poi noti al mondo appunto come “i Bassano”. Una mostra davvero diversa – con la curatela scientifica della direttrice Barbara Guidi – perché non vi sono pannelli e, ogni didascalia, non va oltre l’essenzialità, ma solo le meravigliose creazioni dei protagonisti indiscussi della pittura del Rinascimento veneto. I visitatori si muovono di opera in opera – una quarantina oltre oggetti e documenti preziosi – sull’onda emotiva delle parole della scrittrice, vincitrice del Premio Strega nel 2003, in un libro edito dagli stessi Musei Civici in un’edizione limitata e da collezione.

Ad arricchire il racconto visivo, alle opere sono affiancati, in alcuni casi, oggetti o libri; come il Libro dei conti della bottega, o il quaderno di esercizi alchemici di Francesco il Vecchio, o un erbario del Cinquecento che dialoga con le piante dipinte da Jacopo nella Fuga in Egitto, la preziosa Croce astile del Filarete, capolavoro dell’oreficeria sacra del Quattrocento.

Tra i prestiti il Ritratto di uomo in armi – appartenente alla sede londinese della galleria Robilant+Voena – un capolavoro della fase più originale, dinamica e sperimentale della maniera di Jacopo che esplora un genere assai poco praticato: quello della ritrattistica. Sebbene le fonti menzionino una sua non marginale attività come ritrattista, pochissimi sono i ritratti di Jacopo individuati con certezza dalla critica, oggi dispersi tra importanti raccolte pubbliche d’Europa e d’America. Insieme al preziosissimo piccolo Ritratto del Doge Sebastiano Venier, dipinto ad olio su rame e conservato nello stesso Museo Civico bassanese, il Ritratto di uomo in armi segna quindi un momento fondamentale per lo studio dell’intera opera dell’artista bassanese. A cinque anni dalla sua precedente visita in città, e a quasi cinque secoli dalla sua realizzazione, lo splendido guerriero è tornato temporaneamente ‘a casa’ proprio in occasione della mostra sulla storia familiare.

Dopo essere stato a lungo ascritto alla mano di pittori quali Veronese e Pordenone, nel 2009 il Ritratto di uomo in armi è stato ricondotto con fermezza al catalogo di Jacopo, attribuzione di Bernard Aikema poi accolta dai massimi studiosi di pittura veneta del Cinquecento. La nota sentimentale che lo contraddistingue viene tuttavia stemperata dal particolare impianto compositivo, caratterizzato da una certa maestosità della figura, da continui cambi di direzione e da accenni di movimento suggeriti dall’aggraziata torsione tra testa e busto, e da un particolare uso della luce fatto di raggi incidenti e baluginanti riflessi che esaltano le superfici metalliche.

Alla dimensione visiva delle opere si affianca dunque la forza della dimensione narrativa: due livelli che si compenetrano e si completano a vicenda. Testo e opere godono in mostra della stessa dignità, sono un unicum e Barbara Guidi spiega: «L’idea di questa collaborazione con Melania Mazzucco nasce dal desiderio di far conoscere, in un modo nuovo, inedito e sorprendente, l’inestimabile patrimonio conservato nei nostri Musei Civici, facendo entrare il visitatore nelle opere di questi grandi protagonisti della pittura veneta del XVI secolo anche attraverso le storie e vicissitudini dei loro autori e dei luoghi che hanno nutrito la loro opera; raccontando le passioni e le aspirazioni di Jacopo Bassano e dei suoi figli con le parole di Melania Mazzucco si potrà dunque comprendere il senso più profondo e poetico della loro grande arte».

Tutto ebbe inizio nel 1464 quando giunse a Bassano Jacopo di Berto, conciatore di Gallio, nell’Altopiano di Asiago. Sulle rive del Brenta trovò dimora in Contra’ del Ponte da cui il futuro cognome della famiglia. Suo figlio Francesco, poi detto il Vecchio perché primo della dinastia, iniziò ad avventurarsi nell’arte della pittura. Alchimista dilettante, cartografo e decoratore più che grande artista, Francesco dette vita a creazioni d’arte sacra che rispondevano alle richieste del mercato locale avviando un’eterogenea, attivissima bottega dove lavorarono anche i suoi Giambattista e il più giovane Jacopo, il cui immenso talento lascerà un segno indelebile nella storia dell’arte e della pittura italiana.

Genio mite e riservato, è a lui che si deve il cambio di passo e quella che sino ad allora era soprattutto una forma di artigianato decorativo prende la valenza di grande arte coltivata, con successo, anche dai suoi figli – il talentuoso e melanconico Francesco il Giovane, Giambattista, e poi i diligenti Leandro e Gerolamo, fino al nipote Jacopo Apollonio che disegnava di nascosto – ai quali “il Bassano” seppe trasmettere amorevolmente la sapienza e la poesia della sua arte.

I loro dipinti, ammantati da un ineffabile “mistero del quotidiano”, conquistarono il mercato internazionale: grandi quadri di devozione sacra destinati alle chiese, ma anche ritratti, commoventi notturni e intense pastorali che, dalla piccola Bassano, giunsero ad arricchire le grandi collezioni reali, da quella di Rodolfo II a Praga, alla madrilena di Filippo II, giungendo fino alle Americhe.

Una storia dai tratti fiabeschi, una vera e propria epopea per immagini si conclude dopo oltre un secolo di grandissima fortuna quando Jacopo Apollonio, formatosi sotto la guida dello zio Leandro, realizza le ultime repliche prodotte sui disegni e i modelli del nonno Jacopo.