In base a quanto documentato, Mattia Preti (1613-1699) nella primavera del 1632 era per la prima volta a Roma con il fratello Gregorio (1603-1672). Mattia era un giovane di belle speranze e qualche fortuna, innamorato dei grandi del suo tempo: Caravaggio, Ribera, Lanfranco e Guercino e, probabilmente, i due artisti erano giunti nella città papale dalla natia Taverna – piccolo borgo alle pendici della Sila – già nel 1624, in tempo per assistere agli ultimi bagliori della pittura caravaggesca e ai primi fuochi di quella barocca. Nei due decenni successivi, del resto, il linguaggio caravaggesco e i suoi temi tipici (concerti, buone venture, scene di osteria…) continuarono a ispirarli: uno sguardo “retrospettivo” che, evidentemente, trovava ancora degli estimatori nella Roma di quegli anni.


All’interno di questa produzione, tra il quarto e il quinto decennio del secolo, realizzarono insieme alcune composizioni di grande formato, opere imponenti, legate al gusto di importanti collezionisti, come l’Allegoria dei cinque sensi della collezione Barberini, nella quale i filosofi Eraclito e Democrito – emblematicamente contrapposti – sembrano esortare a giudicare razionalmente i piaceri derivati dalle esperienze sensoriali. L’autoritratto di Gregorio Preti, in primo piano, rimanda al senso della vista e, al contempo, costituisce un’esplicita celebrazione del valore della pittura.

Nel fervido sodalizio artistico, Gregorio dovette rivestire nei primi tempi un ruolo di guida e di “procacciatore di commesse”, introducendo Mattia nei circuiti del mercato e dei collezionisti, e nelle grazie di potenti famiglie romane come i Barberini, i Rospigliosi e i Colonna. Ricorda a questo proposito Sebastiano Resta (1635-1714) che Gregorio «per tirarlo avanti e mantenerlo alla pittura si mise anche a lavorare per bottegari, che allora erano ricchi»: una testimonianza importante che evidenzia l’attenzione riservata dal fratello maggiore alla formazione di Mattia. Del resto, quella di Gregorio è una pittura discontinua nei risultati che mostra spesso inclinazioni culturalmente attardate e ripropone, in più occasioni, schemi e modelli precedenti.
Nelle Nozze di Cana del Pontificio Istituto Teutonico, a esempio, l’artista sembra ispirarsi alle inarrivabili tavole imbandite di ascendenza veneta realizzate da Mattia al ritorno dalla Serenissima, come la Cena del ricco epulone delle Gallerie Nazionali.

Di ben altra forza e qualità è invece la Sant’Orsola di Santa Maria dell’Anima, ritrovata anch’essa da Alessandro Mascherucci e Yuri Primarosa. Il dipinto, databile tra il 1635 e il 1640,  evidenzia la matrice meridionale del linguaggio di Gregorio, debitore in questo caso delle opere napoletane di Massimo Stanzione, Artemisia Gentileschi e Francesco Guarino.
Nel 1642 Mattia Preti fu investito da Urbano VIII del prestigioso titolo di cavaliere dell’Ordine di Malta e, con la pala per la chiesa di San Pantaleo (1644-1646) arrivò la sua prima consacrazione pubblica. A seguire, 1649-1650, dipinse lo stendardo processionale di San Martino al Cimino – voluto dalla potente Olimpia Maidalchini Pamphilj – e nel 1651 avviò i maestosi affreschi dell’abside di Sant’Andrea della Valle, posti a diretto dialogo con quelli dei “grandi” Domenichino e Lanfranco. Forte di questi riconoscimenti sociali e professionali, Mattia lavorò sempre più in proprio, tanto che il 5 marzo 1646, dopo anni di convivenza, non risulta più abitare con Gregorio. Nel 1652, tuttavia, i due Preti si ritrovarono per l’ultima volta a dipingere insieme nella controfacciata di San Carlo ai Catinari. Il confronto delle loro opere, eseguite autonomamente, rivela in modo eclatante la distanza tra il diligente mestiere di Gregorio e l’impetuoso talento di Mattia, che l’anno successivo avrebbe lasciato Roma per proseguire a Napoli e a Malta la sua luminosa carriera.

La lunga premessa per ben collocare il focus espositivo La Cananea restaurata. Nuove scoperte su Mattia e Gregorio Preti, in corso fino al 4 luglio alle Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini a cura di Alessandro Cosma e Yuri Primarosa, incentrato sulla grande tela raffigurante Cristo e la Cananea di Mattia Preti, restaurata dal laboratorio delle Gallerie Nazionali.

Capolavoro di collezione privata, proveniente dalla quadreria dei Principi Colonna, esposto l’anno scorso a Palazzo Barberini in occasione della mostra Il trionfo dei sensi. Nuova luce su Mattia e Gregorio Preti, costituisce un’importante aggiunta al periodo romano di Mattia Preti e testimonia l’influsso della pittura veneziana – di Tintoretto e Veronese in particolare – sull’arte del “Cavalier calabrese”. Accanto al dipinto sono esposti alcuni quadri di grande formato eseguiti autonomamente o a quattro mani dai fratelli nella seconda metà del Seicento.

In occasione della mostra è prevista la pubblicazione degli atti del convegno di studi tenutosi nel giugno 2019 a Palazzo Barberini: “Barocco in chiaroscuro. Persistenze e rielaborazioni del caravaggismo nell’arte del Seicento. Roma Napoli Venezia 1630-1680”, a cura di A. Cosma e Y. Primarosa (Milano, Officina Libraria 2020).  

Dettagli

Didascalie immagini

  • Gregorio e Mattia Preti
    Allegoria dei cinque sensi, 1641-1646
    Olio su tela, 174,5 x 363 cm
    Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica
    Provenienza: collezione Barberini, inventari del 1672 e del 1686. Donato nel 1955 al Circolo Ufficiali delle Forze Armate, ceduto alle Gallerie Nazionali nel giugno 2016
    Foto Mauro Coen
    Le allusioni ai cinque sensi presenti nel dipinto fornirono ai due artisti un nobile pretesto per riunire in un’unica “cena allegra” diverse vivaci scene di genere: l’osteria, il concerto, il gioco e la buona ventura. L’animata esecuzione musicale sulla sinistra rimanda infatti all’udito, mentre il fumatore di pipa al centro richiama l’olfatto; l’oste e i bevitori, inoltre, esibiscono gli attributi del gusto, mentre sulla destra la scena di chiromanzia definisce il tatto. Il senso della vista, infine, è celebrato dallo stesso Gregorio Preti attraverso il proprio autoritratto.
    I due personaggi in basso a destra sono ritratti ideali di Eraclito e Democrito. Il pianto e il riso dei due filosofi antichi ammoniscono lo spettatore sui limiti della conoscenza sensibile. Mattia e Gregorio sembrano dunque volerci invitare all’esercizio della razionalità, esortandoci a superare le imperfezioni delle apparenze.
  • Gregorio Preti
    Le nozze di Cana, 1650-1665
    Olio su tela, 120 x 96 cm
    Roma, Pontificio Istituto Teutonico di Santa Maria dell’Anima
    Foto Mauro Coen
    La vasta tela, databile su base stilistica attorno al 1650-1660 o poco oltre, è allestita ancora oggi nel refettorio del Pontificio Istituto Teutonico. Si tratta, infatti, del primo miracolo di Cristo, che tramutò l’acqua in vino durante un banchetto nuziale in Galilea (Giovanni, 2, 1-11). L’opera risulta simile per stile e fattura ad altre tele di Gregorio Preti, come l’Ultima cena del duomo di Camerino o il dipinto del medesimo soggetto conservato a Roma in Palazzo Taverna. L’inedita tela documenta un momento successivo della carriera di Preti senior, all’indomani dell’ascesa di Mattia sulla scena non solo romana, mentre il pittore iniziava ad avvicinarsi anche a modelli extra-caravaggeschi e di matrice emiliana.
  • Gregorio Preti
    Sant’Orsola, 1635-1640 ca.
    Olio su tela, 120 x 96 cm
    Roma, Pontificio Istituto Teutonico di Santa Maria dell’Anima
    Foto Mauro Coen
    L’opera celebra l’antica regina e martire bretone che, secondo una passio altomedievale, era partita in pellegrinaggio verso Roma tra il IV e il V secolo assieme a una devota schiera di undicimila vergini: mille compagne che aveva voluto per sé e altrettante per ciascuna delle sue dieci ancelle, tutte barbaramente trucidate dagli unni durante il loro viaggio di ritorno, nei pressi di Colonia. Gregorio Preti rappresentò la santa trionfante e in abiti regali, con la corona, la palma del martirio e l’immancabile vessillo bianco con la croce rossa, segno della sua vittoria sulla morte attraverso il martirio. Il culto di sant’Orsola, molto sentito nel mondo germanico, lascia ipotizzare che l’inedito dipinto costituisse un dono alla chiesa nazionale dei fedeli di lingua tedesca di stanza a Roma.
  • Mattia Preti
    Cristo e la Cananea, 1646-1647
    Olio su tela, 231,5 x 231 cm
    Collezione privata
    Provenienza: collezione dei Principi Colonna
    Foto Mauro Coen
    Una giovane signora abbigliata sfarzosamente, con le spalle e il capo coperti da un velo ricamato, si rivolge a Cristo indicando un cane. Si tratta dunque della pagana Cananea, presentata nell’atto di implorare la guarigione della sua figlioletta indemoniata. La scoperta di questo capolavoro, commissionato da Marcantonio V Colonna, ha permesso di mettere meglio a fuoco il percorso artistico di Mattia Preti, essendo la sua prima opera fornita di una data certa. Il restauro del dipinto, eseguito per l’occasione dal laboratorio di restauro delle Gallerie Nazionali, ha restituito alla tela l’antico smalto: dalla luccicante stola della protagonista, d’ascendenza tintorettesca, alle architetture prese in prestito da Veronese, dalla testa del san Pietro ricalcata da Ribera all’apostolo al centro inaspettatamente vicino agli esiti di Pier Francesco Mola. Il tutto investito da un nuovo vigore “barocco” desunto dalle opere di Lanfranco e Guercino.
  • Mattia Preti
    Cristo e la Cananea
    un particolare durante il restauro
  • Mattia Preti
    Banchetto del ricco epulone, 1655 ca.
    Olio su tela, 148 x 200 cm
    Roma, Gallerie Nazionali di Arte Antica, Palazzo Barberini
    Provenienza: Monte di Pietà, acquisto 1895
    Foto Gallerie Nazionali di Arte Antica, Roma (MIBACT) – Bibliotheca Hertziana, Istituto Max Planck per la storia dell’arte/Enrico Fontolan
    L’opera illustra la parabola in cui si racconta del ricco epulone che, dopo aver ignorato il povero Lazzaro seduto a mendicare davanti alla sua porta, riceve all’inferno il rimprovero di Abramo: «hai ricevuto i tuoi beni durante la vita […]; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti» (Luca 16, 19-31). Si tratta di un soggetto più volte raffigurato da Mattia Preti durante il soggiorno napoletano (1653-1659), in composizioni fortemente influenzate dalla pittura veneziana – e di Veronese in particolare – cui rimandano sia l’ambientazione che la cromia, oggi recuperata grazie al restauro eseguito dalle Gallerie Nazionali. In questa versione, il ricco epulone fissa orgogliosamente lo spettatore, intento a pulirsi la bocca con uno stuzzicadenti. L’abito prezioso, la catena d’oro e la sontuosa piattaia ne dichiarano la ricchezza, mentre Lazzaro è escluso dal banchetto, relegato in secondo piano dietro il buffone con la corona d’aglio.

Orari
martedì-domenica 10.00 – 18.00
(la biglietteria chiude alle 17.00)
sabato e festivi prenotazione obbligatoria
lunedì chiuso.

Dove e quando

Evento: La Cananea restaurata. Nuove scoperte su Mattia e Gregorio Preti

Indirizzo: Palazzo Barberini - via delle Quattro Fontane, 13 - Roma
[Guarda su Google Maps]

Fino al: 04 Luglio, 2021