«Sono una pittrice. Quando mi chiedono come faccia, rispondo: “Io sono”»
(affermazione identitaria irrevocabile di Leonor Fini) 

La scoperta di un’artista pressoché sconosciuta è la vera sorpresa espositiva della primavera 2025. Infatti, a Milano, al piano terreno di Palazzo Reale, prosegue – fino al al 22 giugno – una delle più complete retrospettive dedicate all’universo visionario dell’eclettismo di Leonor Fini (Buenos Aires, 30 agosto 1907 – Parigi, 18 gennaio 1996) restituendo nuova luce al suo lavoro e palesandone il carattere più profondo, oggi attualissimo per i temi che affrontò e mise in discussione: dal genere all’identità, passando tra i modelli consolidati di famiglia, il maschile e il femminile.

Leonor attraversò il Novecento lasciando alla cultura europea una personalissima eredità per essere entrata in contatto con gli ambienti più stimolanti della cultura del suo tempo: la mitteleuropea Trieste, Milano, dove esordì con la prima mostra, Roma e, soprattutto, Parigi dove l’amicizia e la consuetudine con intellettuali come Max Ernst, Dalí e Breton la portarono ad accostarsi al movimento surrealista poi abbandonato per le troppe regole.

Se la sua arte non può essere circoscritta a una corrente specifica, fu però l’estetica del surrealismo a permetterle di esprimere al meglio la creatività poi decinata in una produzione ricca e poliedrica. Il suo principale motivo ispiratore, indubbiamente, fu la Donna, tema che, nell’evoluzione della poetica, assunse valenza sempre più rilevante. Un universo misterioso ed enigmatico, popolato da figure oniriche e fantastiche come quella della Sfinge. Arte raffinata dove filtra un messaggio senza tempo di liberazione.

Godendo in vita di grande successo, ma poi conoscendo l’oblio, Leonor merita di essere pienamente riscoperta e la mostra, a cura di Tere Arcq e Carlos Martín, procedendo per temi ricorrenti – il macabro e il minaccioso, il rapporto con la sessualità e la famiglia, la rappresentazione del corpo, l’interesse per gli aspetti rituali e i fenomeni di metamorfosi – offre uno sguardo d’insieme con oltre cento opere tra dipinti, disegni, fotografie, costumi, libri e video, scandite in un percorso di nove sezioni tematiche da scoprire molto lentamente ascoltando, e seguendo, le proprie sensazioni.

Dalla pittura alla moda, dalla letteratura al teatro (in una delle sezioni sono esposti bozzetti, figurini e un costume provenienti dall’archivio Storico Artistico del Teatro alla Scala) si svela via via l’immaginario a partire dagli incontri e dalle impressioni, a volte sconvolgenti, della prima giovinezza, gli anni della formazione tra Trieste, Milano e Parigi, dove strinse relazioni durature che le indicarono la via della pittura.

Leonor ha attraversato anche media e linguaggi giocando con la sua immagine in un esercizio bizzarro e concettuale attorno al tema dell’identità. Enigmatica e visionaria riuscì ad affermarsi in un contesto prevalentemente maschile grazie a un autentico talento e alla personalità mai convenzionale. La sua forza è proprio quell’esasperato individualismo e, forse, nel dipingere quasi sempre donne in cui identificarsi così da creare un’impronta originale dove la donna non è musa, ma protagonista.

L’accurato catalogo, edito da Moebius, dettaglia tutte le opere esposte e, oltre ai saggi dei due curatori, include studi inediti. Inoltre, per la prima volta completo e tradotto in italiano, il testo autobiografico di Leonor per aprire un nuovo dialogo tra l’artista visiva e la scrittrice così da offrire al lettore anche un accesso all’intimità confessionale delle sue parole.

Fino a giugno, in collaborazione con Nuova Accademia di Belle Arti, è organizzata una serie di incontri sulle tematiche della moda, costume, design e arte con la presenza di esperti di settore.

Dettagli

La mostra è promossa dal Comune di Milano – Cultura, gode del patrocinio del Ministero della Cultura ed è prodotta da Palazzo Reale e MondoMostre, con il supporto dell’Estate di Leonor Fini

Le nove sezioni del percorso espositivo

In un mondo prevalentemente maschile, dal quale prende presto le distanze, Leonor Fini con la sua personalità eccentrica e provocatoria ha percorso in solitaria la via dell’arte, lontano da convenzioni e regole. Fini ha elaborato un linguaggio complesso e simbolico, arricchito dalle sue continue incursioni nel mondo del teatro, del cinema, della moda, della letteratura, che la vedono protagonista in veste di scenografa, costumista, scrittrice e illustratrice.

  1. SCENE PRIMORDIALI
    Nel corso della sua carriera, Leonor Fini mantiene un atteggiamento ambiguo nei confronti dell’interpretazione biografica della sua pittura: se in alcune dichiarazioni respingeva l’idea sostenuta da critici e storici dell’arte, in altre affermava di non essere stata capace di resistere alla tentazione dell’autorappresentazione e della confessione. Con questa premessa apre il percorso espositivo, che raccoglie una selezione di opere emblematiche delle esperienze giovanili vissute dalla Fini, che hanno lasciato un segno nel suo immaginario e che come scene compaiono ripetutamente nella sua produzione fino ad assumere il valore di pilastri concettuali. Ne sono testimonianza opere come Le Bout du monde (Fée à Beltem) (1953) e Voyageurs en repos (1978).
    Scena prima: La sfinge – l’altro io
    La sfinge è la creatura con cui Leonor Fini identifica sé stessa, come essere ibrido, mutante, potente e travolgente. L’artista incontra la figura della sfinge nella scultura in porfido rosa – un originale portato dall’Egitto – custodita nel Castello di Miramare a Trieste, città che le concede incontri ripetuti con altre figure allegoriche, come le cariatidi o i mascheroni noti come panduri.
    Creatura ibrida, custode e nemica, la sfinge diventa la figura che con la sua ambiguità e complessità seduce Leonor Fini nella definizione del suo carattere di artista libera da convenzioni e stili.
    Scena seconda: L’uomo inerme – morte o sonno
    Appena adolescente, Leonor Fini visita l’obitorio di Trieste dove ha la visione sconvolgente di un corpo morto, descritto in seguito come di una bellezza straordinaria in riferimento ai ricchi tessuti, i collari e i fiori con cui la sua famiglia gitana lo copriva e scopriva ritualmente. Nell’opera pittorica dell’artista torna ripetutamente l’immagine di uomini addormentanti e inermi, apparentemente morti – ispirati dalla tradizione pittorica del Cristo morto – comunque succubi della potenza femminile.
    Scena terza: Travestimento – mascherarsi per sopravvivere
    Nata a Buenos Aires da una famiglia italiana, Leonor Fini si trasferisce a Trieste a soli due anni con la madre, una donna indipendente che la inserisce nei circoli intellettuali della città, e cresce lontana dal padre. È lui a organizzare il rapimento della piccola Leonor Fini, che scappata ai sicari trova un rifugio sicuro nel travestimento: vestita da bambino si aggira per la città, segnando così il suo immaginario.
    Scena quarta: Cecità – un’epifania
    L’ultima delle Scene primordiali racconta di quando a sedici anni, nel 1923, Leonor Fini guarisce da un’infezione agli occhi che l’aveva costretta alla cecità per due mesi e mezzo.
    Al risveglio da quel «sogno», Fini sperimenta un’autentica epifania che la convinse a intraprendere la carriera artistica. La metafora della cecità come chiamata a una visione superiore divenne una delle massime del surrealismo, influenzando profondamente il suo sviluppo. Questa esperienza diede origine alla sua dedizione ossessiva alla pulsione visiva e all’eccezionale sensibilità tattile che emerge nella sua opera, evidente nelle carnagioni, nei tessuti e nelle texture: tratti di chi ha affinato gli altri sensi durante una temporanea privazione della vista.
  2. GLI ESORDI DI UN MONDO
    La seconda tappa della mostra approfondisce il rapporto di Leonor Fini con la città cosmopolita di Trieste, le sue architetture e la vita letteraria che l’animava, i futuri sviluppi della ricerca dell’artista, influenzati dal contatto con Milano e la sua cerchia di artisti, e con Parigi e il movimento Surrealista. A Trieste l’artista incontra intellettuali come James Joyce e Rainer Maria Rilke, che lasceranno un’impronta duratura sul suo immaginario, mentre a Milano la partecipazione alla Seconda Mostra del Novecento Italiano a fianco di Achille Funi, Giorgio De Chirico e Mario Sironi colloca le sue prime indagini pittoriche nell’orbita della ricerca metafisica e della nuova oggettività. L’approdo a Parigi si rivela prolifico e decisivo per il suo operato, grazie al contatto con gli esponenti del movimento Surrealista, Max Ernst, Paul Éluard, Salvador Dalì, Man Ray, André Breton, che la porta a dipingere capolavori come L’arme blanche (1936) o Autoportrait avec Charlie Holt (1939).
  3. IL CONFINE DEL MONDO. Un Profumo Di Morte
    La terza sezione espositiva apre con il dipinto Le Bout du monde (1948), opera cardine della carriera di Leonor Fini che introduce in mostra il tema del macabro e del minaccioso, ricorrenti in tutta la produzione dell’artista e rivelatori di quella “pulsione di morte” che ne connota l’intera esistenza. Nel dipinto, Leonor Fini si ritrae immersa nell’acqua fino al busto, in un contesto apocalittico come unica sopravvissuta, sovrana di un nuovo mondo popolato da docili teschi animati da globi oculari. Il pubblico incontra opere precedenti al 1948, come La Racine aux coquilles d’oeufs / Visage (1943) o L’Ange de l’anatomie (1949), dove l’angelico e il demoniaco convivono, poste in confronto a tele risalenti agli ultimi decenni di vita dell’artista, come testimoniano Qui est-ce? (1991) e Peut-être un divertissement (1995), che in un gioco di ombre, assenze e presenze rivelano un mondo popolato da lutti e spettri. Le atmosfere macabre che connotano la sua pittura sono emblematiche dello studio di Fini sul corpo e la sua decadenza con il trascorrere del tempo. L’attrazione di Leonor Fini per questi temi è suggerita da alcune letture come La carne, la morte, il diavolo nella letteratura romantica di Mario Praz e le poesie di Edgar Allan Poe, che infondono alla pittura di Leonor Fini un carattere romantico e decadente.
  4. LIAISONS. Spazi per Forme Alternative di Sessualità e Famiglia
    L’attrazione di Leonor Fini per le trasgressioni che rivelano gli oscuri legami tra sesso, morte e promiscuità viene qui ripresa e svelata attraverso una selezione di opere che portano alla luce nuovi metodi di ribellione alle forme di moralità stabilite: Dans la tour (1952), L’Alcôve (1941) o Rasch, Rasch, Rasch, meine Puppen Warten! (1975), in modo volutamente disorientante, raccontano storie intime e domestiche, ricche di sfumature di amicizia, fratellanza, dipendenza sessuale e indipendenza. Cresciuta in una famiglia libera e anticonformista, senza padre e senza aver frequentato una scuola cattolica, nella sua vita Fini ha dato spazio a forme di relazione in cui i ruoli non sono rigidamente definiti. Le scene di famiglia e coppia trovano la loro ambientazione ideale nella camera da letto: luogo intimo e sociale di rivelazione, palcoscenico che accoglie i più inaspettati incontri.
  5. NARCISO IMPAREGGIABILE. Androginia e Visione del Corpo Maschile
    Leonor Fini nella rappresentazione del desiderio umano sovverte i ruoli tradizionali e patriarcali del
    pittore e della modella, e sfida i ruoli di genere. Lo sguardo sul corpo maschile è quello dominante di una donna che non teme di sfidare le convenzioni. Sono questi i temi esplorati nella quinta sezione e testimoniati da opere come Narcisse incomparable (1971) o Portrait de Nico Papatakis / Nu (1942), le cui ambientazioni evocano autori come Sandro Botticelli o Piero di Cosimo riletti dall’occhio ambiguo di Fini. Quando a puntare lo sguardo sull’uomo è un altro uomo, Leonor Fini lo carica comunque di desiderio, dimostrando la sua ricerca di un «mondo di sessi non differenziati, o poco differenziati». Le opere esposte rivelano visioni audacemente queer e il potenziale sovversivo dell’opera di Leonor Fini nel suo tempo.
  6. GLI ARCHETIPI DEL POTERE FEMMINILE. Dalle Amazzoni alle Dee
    La rappresentazione del corpo femminile è altrettanto rivoluzionaria e distintiva dell’opera di Leonor
    Fini. Femme assise sur un homme nu (1942) o Femme en armure II (1938), qui esposti, rivelano donne dal corpo d’armatura, tutt’altro che vulnerabili o languide. Protagoniste e non muse, le figure femminili di Leonor Fini rappresentano una forza primordiale e indomabile, portando l’attenzione sui temi di genere, identità e autoaffermazione.
  7. RITUALI, CERIMONIE E METAMORFOSI
    Nell’opera di Leonor Fini gioca un ruolo centrale anche l’interesse per gli aspetti rituali e i fenomeni di metamorfosi che danno origine a creature ibride. Il pubblico incontra Asphodèle (1963), rappresentazione metaforica della dea greca Persefone; Stryges Amaouri (1947), dove l’artista, autoritratta come una strega, veglia insieme a una creatura ibrida su un giovane addormentato; o ancora La Cérémonie (1960), un rituale magico che evoca gli spiriti.
  8. SCENA O BOUDOIR. Tra Pubblico e Privato
    Spaziando oltre l’universo pittorico, l’ottava sezione indaga i rapporti di Leonor Fini con i grandi intellettuali e creativi del Novecento: da Leo Castelli, per cui progetta i mobili per una mostra nella sede parigina della sua galleria – esposto qui il prezioso Armadio antropomorfo – a Elsa Schiaparelli per cui notoriamente disegna la boccetta del profumo Shocking. La componente teatrale del suo lavoro non solo sostiene concettualmente la sua ricerca pittorica, nel gioco delle parti tra mascheramento, vestizione e svestizione, ma si concretizza anche nella collaborazione con decine di produzioni teatrali, operistiche, di balletto e cinematografiche. In mostra gli splendidi costumi per Tannhaüser (1963) e gli originali bozzetti per le scenografie del Teatro alla Scala – partner della mostra – a evidenziare una creatività poliedrica, ancora oggi molto influente.
  9. PERSONA
    Chiude il percorso espositivo di Io sono Leonor Fini una raccolta di ritratti fotografici dell’artista, rivelatori del suo gusto per i travestimenti e le maschere, e di fotografie d’epoca in cui la stessa Fini posava con l’intenzione di auto-rappresentarsi. Il pubblico scopre il personaggio Leonor Fini così come immaginato e costruito dall’artista, con la sua ossessione all’autorappresentazione attraverso vari mezzi e tecnologie, anticipando i fenomeni sociali attuali.
    L’ultima sala della mostra, un ambiente che gioca con specchi, fotografie e scritte, accoglie il dipinto Autoritratto con il cappello rosso che rappresenta un “saluto” simbolico di Leonor Fini al pubblico, invitato a identificarsi con la sua figura e a scattare una foto per condividerla sui social con l’hashtag #iosonoleonorfini.

Didascalie immagini opere di Leonor Fini

(courtesy Ufficio stampa Paola Manfredi)

  1. Autoportrait à l’hibou, 1936, olio su tela, 63,8 x 51,4 cm, Collezione privata – © Leonor Fini Estate, Paris
  2. Autoportrait avec Charlie Holt / La Chambre ouverte / La Chambre, 1939, olio su tela, 81 x 65,5 cm, Collezione privata – © Leonor Fini Estate, Paris
  3. Le Radeau, 1940-43, olio su tela, 73 x 92 cm, Cantone Ticino. Fondazione Monte Verità. Donazione Eduard von der Heydt – © Leonor Fini Estate, Paris
  4. Femme assise sur un homme nu, 1942, olio su tela, 33 x 46 cm, Collezione privata – © Leonor Fini Estate, Paris
  5. Le Bout du Monde, 1948, olio su tela, 35 x 25 cm, Collezione privata – © Leonor Fini Estate, Paris
  6. Sphinx, 1950, olio su tela, 14,5 x 11 cm, Museo Mario Praz, Direzione Musei Statali della città di Roma – © Leonor Fini Estate, Paris
  7. La Cérémonie, 1960, olio su tela, 111 x 79 cm, Fondazione Ghisla Locarno – © Leonor Fini Estate, Paris
  8. .Autoportrait au chapeau rouge, 1968, olio su tela, 84 x 61 cm, Archivio fotografico del Museo Revoltella – Galleria d’Arte Moderna, Trieste – © Leonor Fini Estate, Paris

 

Proroga

A seguito del grande apprezzamento del pubblico e della critica la mostra prosegue fino a domenica 20 luglio

Dove e quando

Evento: Io sono Leonor Fini

Indirizzo: Palazzo Reale - Piazza Duomo, 12 - Milano
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Fino al: 20 Luglio, 2025