Con un affollato incontro commemorativo, l’8 maggio scorso, in Palazzo Roncale, Rovigo ha ricordato Gian Antonio Cibotto, scrittore, giornalista, uomo di cinema e di cultura. In dicembre, ha fatto seguito l’evento celebrativo, con una mostra – che proseguirà fino a lunedì 29 giugno – curata da Francesco Jori, diretta da Alessia Vedova, da una idea di Sergio Campagnolo.

Il ricordo di Toni (anche se lui presentandosi giocosamente si definiva “conte di Lendinara, duca di Vallier e patrono della Vangadizza”), un personaggio poliedrico che ha attraversato la seconda metà del Novecento e il primo scorcio del terzo millennio con una presenza incalzante, tra l’erudito e il popolare, entrambi accompagnati da una vena di pungente ironia, ma, al tempo stesso, di grande attaccamento alla sua terra e alla sua gente della quale annotava: “I veneti, questi inglesi trapiantati tra l’arco alpino e la pianura padana, come i loro parenti d’Oltremanica possiedono una virtù magica, un filone consistente di humour”.

Se ne è andato in tempo per non vedere un Veneto stravolto dalla modernità: quella terra che tanto amava perché si sentiva radicalmente e totalmente suo figlio e “Il gusto del racconto” offre al visitatore un itinerario che rivisita il suo lungo percorso partendo dagli esordi che lo videro, giovanissimo, impegnato da volontario nei soccorsi alle popolazioni colpite dalla devastante alluvione del Po nel 1951: esperienza da cui nacque il suo primo capolavoro, “Cronache dell’alluvione”.

Sarà poi impegnato nel giornalismo, nella critica letteraria e teatrale, nella ricca produzione libraria, nella promozione di eventi di rilievo nazionale come il Premio Campiello, il tutto sullo sfondo della sua Rovigo (incluso il contesto familiare, di alto profilo nella città dell’epoca) cui lo legava un rapporto di amore-odio, e della sua casa in cui custodiva la mitica biblioteca di ben trentasettemila volumi, tra cui opere con dedica di firme prestigiose.
Un’occasione per riassaporare quel fil rouge di storie minime che rappresentava la sua vera cifra letteraria: frutto di una meticolosa quanto appassionata ricognizione sul campo, a bordo della sua mitica Mini Minor.

Le ricerche che hanno preceduto l’evento espositivo, hanno messo in luce storie e curiosità poco note o del tutto sconosciute. Come quella che unisce sul set del film “Scano Boa” – tratto dal romanzo di Cibotto – i suoi coetanei e Carlo Rambaldi.
A ricordare questo connubio è stata Silvia Nonnato, collezionista proprietaria dell’Archivio “L’Immagine in movimento” di Adria.
Le strade dello scrittore e del futuro premio Oscar – rievoca la studiosa – si sono incrociate grazie a quel film del 1961 che ha immortalato le speranze e le fatiche di un territorio unico come il Delta del Po.
“Scano Boa, un tempo, era – sottolinea ancora Silvia Nonnato – più di un semplice lembo di terra tra il Po e il mare. Era uno ‘scanno’, un luogo immerso nella povertà del Polesine del dopoguerra e rappresentava un’autentica isola di speranza, un luogo dove i sogni potevano ancora realizzarsi. Lì la cattura di uno storione non era solo pesca, ma la promessa di un guadagno facile, un raggio di luce per vite segnate dalle difficoltà. Questa realtà, intrisa di dramma e resilienza, non poteva sfuggire all’occhio attento del cinema, desideroso di catturare l’immagine di un pesce che, già allora raro, stava scomparendo dall’immaginario e dalla quotidianità dei pescatori locali, e oggi pressoché del tutto scomparso dalle foci del Po”.