Al Museo della Città di Livorno prosegue, fino al 10 luglio, la mostra in nove sezioni che osserva quanto Vittore Grubicy De Dragon (Milano, 15 ottobre 1851 – Milano, 4 agosto 1920) sia stato un singolare artista oltre a gallerista, scopritore di talenti e come abbia inciso sulla scena internazionale tra il divisionismo e il simbolismo. Infatti, il progetto espositivo di Sergio Rebora e Aurora Scotti Tosini, focalizza sull’uomo, le sue passioni, le scelte di vita, gli ambienti italiani e internazionali frequentati, ma anche sull’arte del suo tempo che seppe precorrere, guidare, promuovere e poi lui stesso interpretare come il nuovo in arrivo di cui colse le opportunità offerte dai progressi delle tecniche di riproduzione perfette per creare un nuovo mercato o allagarlo.

Una mente lucidissima capace di transitare dalla scapigliatura al divisionismo, così da giungere agli esordi del futurismo, il tutto documentato in mostra con ricchezza di testimonianze accompagnate dal catalogo, edito da Pacini Editore, vera e propria monografia con saggi e documenti inediti e la mostra si apre proponendo una dimensione privata poco indagata del protagonista in diversi momenti della sua vita, avendo potuto attingere ai materiali conservati dagli eredi di Ettore Benvenuti (dipinti, disegni, incisioni, documenti, fotografie, oggetti d’arredo, suppellettili).

I Curatori, sottolineano: “La presenza di un cospicuo nucleo di opere dell’artista nelle collezioni della Fondazione Livorno e la disponibilità pubblica del suo ricchissimo e prezioso archivio presso il Mart di Rovereto hanno offerto nuovi innumerevoli spunti di studio e sono alla base anche della mostra, che intende proporre il personaggio nella sua veste pubblica di intellettuale, artista e promoter ma anche nella sua dimensione privata e più nascosta di uomo del suo tempo, con le sue debolezze, le sue idiosincrasie, la sua generosità e i suoi slanci sentimentali”.

Figlio di un nobile ungherese e una gentildonna lodigiana – entrambi grandi amanti dell’arte, la stessa mamma Antonietta era pittrice per diletto – inizia fin da piccolo a frequentare gli ambienti artistici di Milano e a viaggiare in Europa, crescendo in una famiglia agiata. I Grubicy appartenevano a un nobile casato magiaro trapiantato a Milano e, dopo la morte del padre nel 1870, Vittore si unì a un gruppo bohémien di artisti, poeti e scrittori milanesi appartenenti alla Scapigliatura. Particolarmente coinvolto dal nuovo stile di vita, convinse suo fratello Alberto all’acquisto di una galleria d’arte – Galleria Fratelli Grubicy – e in casa fu sempre maggiore il numero di quadri degli artisti più promettenti, in quegli anni tra ’70 e ’80 dell’Ottocento. Alberto che gestiva la parte finanziaria, ebbe un ruolo importante fino ai primissimi anni Venti del Secolo scorso.

Vittore, invece, scelse la strada di critico e promotore, curando le prime retrospettive di Tranquillo Cremona e Daniele Ranzoni, sostenendo e ospitando nella propria dimora Giovanni Segantini ai suoi esordi, spingendolo ad approfondire la conoscenza di Millet e del naturalismo francese, ma occupandosi anche del giovane Angelo Morbelli, di Achille Tominetti e di Serafino Macchiati.
Intuendo le potenzialità internazionali dell’arte italiana, propone all’Expo di Londra del 1888 la memorabile “Italian Exhibition”.

Nei Paesi Bassi, dove visse a lungo, frequenta e stringe rapporti con i maggiori esponenti della Scuola dell’Aja e comincia egli stesso a disegnare e dipingere. Viene poi l’innamoramento per l’Estremo Oriente dove impara lingua e scrittura giapponesi e raccoglie testimonianze di quella civiltà che porta in Europa. Nel contempo sostiene le prime istanze simboliste milanesi: Previati, innanzitutto, ma anche Conconi e Troubetzkoy.

E’ particolarmente attento anche alle arti industriali riconoscendo le qualità di eccellenza delle opere di Bugatti e di Quarti, ma apprezzando anche altre produzioni artigianali, e collezionando ceramiche rinascimentali.
L’amore per ogni forma di espressione artistica si tradusse nella pratica diretta del disegno e della pittura, trovando una specifica collocazione nell’alveo del divisionismo e del simbolismo internazionale.

Una intera sezione è riservata al rapporto tra Vittore e Toscanini, col tramite di Leonardo Bistolfi; Grubicy eseguì un ritratto postumo del giovane figlio del maestro, per il quale Bistolfi aveva progettato il monumento funebre al cimitero monumentale di Milano.
In mostra anche un gruppo di dipinti appartenuti a Toscanini, recentemente acquisiti da Fondazione Livorno.
Proprio Livorno è al centro dell’ultima sezione della grande mostra perché, come è testimoniato dalle opere in essa esposte, Vittore ebbe un ruolo fondamentale nel rinnovare la pittura livornese, dopo la lunga vicenda macchiaiola e post macchiaiola.