Via i busti, i pizzi e gli abiti lunghi. Via le stecche e i corsetti: la libertà di muoversi, di fare sport, e di vivere nella società un ruolo attivo, passa anche da un vestire più comodo. Un segreto che le donne conoscono bene e che esplode all’indomani della Prima Guerra Mondiale quando si afferma con prepotenza l’esigenza di un nuovo tipo di abbigliamento più adatto al nuovo ruolo della donna nella società.

Smiling woman pinup wearing two piece gold bikini bathing suit posing riding water skis indoors, Los Angeles, California, 1949. (Photo by Camerique/Getty Images)

Quella della libertà e del vestire è una storia che parte da lontano. La prima volta che la parola “libertà” è stata accostata alla parola “vestito” è addirittura negli anni della Rivoluzione Francese quando i concetti di egalitée liberté trovano applicazione anche per l’abbigliamento. Ma è nel XIX secolo che la moda si impone come fenomeno sociale, quando si sviluppa pienamente una società fondata sull’individuo.

Dentro ai primi pantaloni per donna, a una minigonna, ai bikini, ai jeans, e a molti altri capi di abbigliamento si intrecciano mille fili ideali fatti di storia, di provocazione, di nuovi corsi sociali.

Gabrielle Chanel sulle spalle del ballerino Serge Lifar, 1937, Jean Moral

Non è un caso che i passaggi più significativi dell’emancipazione della moda abbiano spesso coinciso con grandi guerre e movimenti di liberazione. Fili intangibili, ma molto resistenti che si intrecciano a nuove rivoluzioni sociali che spesso hanno coinciso con momenti di liberazione del corpo, soprattutto femminile, da costrizioni fisiche e sociali.

Solo un territorio che da sempre è intriso di una ricca e importante tradizione nel settore tessile e dell’abbigliamento poteva proporre un percorso di conoscenza per aiutare i visitatori a capire come “si indossa la libertà”.  E’ grazie a “Habitus. Indossare la libertà” la mostra allestita nei Musei di Palazzo dei Pio a Carpi che, attraverso un itinerario articolato fatto di abiti e accessori, di fotografie, musica e video, i curatori Manuela Rossi, Alberto Caselli Manzini e Luca Panaro, conducono alla scoperta di tutti gli indumenti che hanno segnato le varie tappe dell’emancipazione del costume.

Gruppo di mondine in posa in un canale delle valli carpigiane 1947-1948, Fondo Gasparini

Dall’anticorsetto di Paul Poiret che nel 1914 provocò la prima rivoluzionaria scelta di liberare il corpo della donna, più per motivazioni estetiche che sociali, ai primi pantaloni creati per le donne da Coco Chanel, dalla minigonna agli hot pants, dal bikini ai jeans, dallo sportswear alla giacca destrutturata di Giorgio Armani, tutto si svolge in un percorso costruito in quattro tappe.

Nella prima tappa Liberare il corpo, dedicata all’inizio del Novecento, vengono prese in considerazione alcune figure femminili che conquistano ruoli e diritti fino ad allora tradizionalmente maschili, imponendo un nuovo modo di vestire.

Mondine in posa nelle valli carpigiane 1947-1948, Fondo Gasparini

Una vera svolta in chiave moderna è rappresentata dalla storia del reggiseno che negli anni ’20 del secolo scorso era simile a una fascia leggermente conformata, finché Ida Rosenthal, cucitrice presso il piccolo negozio newyorchese, notò che ogni modello avrebbe dovuto adattarsi maggiormente a ogni donna, e iniziò a produrne per ogni forma ed età.

Con l’indimenticabile Silvana Mangano nei panni della mondina di Riso amaro del 1949, Scoprire il corpo è la sezione che introduce il visitatore nei tempi del secondo dopoguerra per guidarlo fino agli anni della contestazione, passando dal bikini lanciato a Parigi nel 1946 dall’ingegnere francese Louis Réard e arrivando alla minigonna, capo-simbolo della battaglia femminista.

Diane von Furstenberg posa con un wrap dress di fronte al suo primo Warhol nel 1977 (Burt Glinn Magnum Photos)

La maggiore libertà di vita e di costumi diventa sempre più il filo conduttore in Work, sport, cool, la terza sezione della mostra che si spinge negli anni settanta e ottanta quando  la moda diventa unisex, trionfa il prêt-à-porter con capi prodotti in serie, t-shirt e jeans diventano le nuove divise per il mondo intero.

E infine in chiave con i nostri tempi  la mostra si chiude con Destrutturare, un passaggio all’interno della moda degli anni settanta caratterizzata da due capi divenuti iconici, come il wrap dress il vestito che avvolge e scivola come una vestaglietta di Diane von Furstenberg e la giacca destrutturata di Giorgio Armani senza imbottitura e controfodera, per una donna in carriera che non rinuncia a stare comoda.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Lets-go-water skiing, smiling woman pin up wearing two pices gold bikini bathing suits posing riding water ski indoors-
    Los Angeles, California, 1949 Photo by Camerique/Getty Images

  2.  Gabrielle Chanel sulle spalle del ballerino Serge-Lifar, 1937, Jean Moral

  3. Gruppo di mondine in posa in un canale delle valli carpigiane 1947- 1948, Fondo Gasparini
  4. Mondine in posa nelle valli carpigiane 1947- 1948, Fondo Gasparini
  5. Diane von Furstenberg posa con uno wrap dress di fronte al suo primo Warhol nel 1977 (Burt Glinn Magnum Photos)

In copertina

Gruppo femminile, 1948, Fondo-Gasparini (particolae)

 

Catalogo Moggio Editore

Dove e quando

Evento: Habitus. Indossare la libertà

Indirizzo: Musei di Palazzo dei Pio - piazza dei Martiri, 68 - Carpi
[Guarda su Google Maps]

Fino al: 06 Marzo, 2022