L’arte indiana antica presenta un repertorio vario in quanto culla di tre religioni – buddismo, induismo e giainismo – e, potenzialmente, potrebbe vantare un enorme patrimonio culturale, ma quanto arrivato ai giorni nostri è composto solo dai materiali più durevoli per la maggior parte in pietra. Una eredità capace però di raccontare il rapporto dell’umanità con le forze che la sottendono e con l’universo in generale. Una realtà creativa caratterizzata da mille sfaccettature e stratificazioni, non tutte facili da cogliere, e a volte di significato incerto per la critica contemporanea, un patrimonio artistico antico estremamente ricco dove, i primi monumenti in pietra imitano l’architettura lignea. Solo gradualmente il materiale lapideo verrà sfruttato in modo più completo e valorizzato per le sue intrinseche qualità. Un materiale che permette, inoltre, di definire e datare l’arte indiana antica, in quanto consente l’attribuzione geografica di gran parte delle opere inquadrandole in un contesto più preciso per formulare le opportune considerazioni stilistiche.

Se “divinità” di molti tipi rappresentano altrettante forze spirituali e il loro travalicamento, pur conservando il proprio nome, il loro significato è soggetto a continue rielaborazioni e, per questo motivo, la mostra “India antica. Capolavori dal collezionismo svizzero” in corso al Museo d’arte Mendrisio, si concentra proprio sulle trasformazioni che le divinità hanno subito dalle loro prime rappresentazioni figurative fino alle espressioni esoteriche (tantriche).

Se i cambiamenti di significato possono essere descritti solo parzialmente dai testi, le immagini hanno un linguaggio univoco e parlano anche da sole o in relazione ad associazioni poetiche universali. Unayakṣī seducente e graziosamente modellata, spirito che sorge dalla terra, responsabile della fertilità e del benessere, può, a esempio, chiacchierare con un pappagallo per impedire che esso sveli quanto successo la notte precedente. Al contrario, un Budda seduto e riccamente ingioiellato allude a un risveglio reinterpretato nella prospettiva del buddismo esoterico.

La mostra è stata curata da Christian Luczanits, tra i massimi esperti internazionali di arte indiana, che ha selezionato una settantina di sculture di piccole, medie e grandi dimensioni provenienti da diverse regioni dell’India, Pakistan e Afghanistan, coprendo un arco temporale di quattordici secoli, dal II a. C. al XII d. C. e, pur non pretendendo di essere rappresentativi dell’arte antica indiana nel suo insieme, costituiscono comunque una straordinaria introduzione a vasto raggio sull’arte antica di una delle più complesse e affascinanti civiltà. Si tratta davvero di un viaggio alla scoperta di mondi sconosciuti al grande pubblico e le scelte del curatore rispecchiano proprio quanto di maggiore interesse occidentale nell’antica arte indiana, con una predominanza di temi buddisti e pacifici. Il percorso espositivo è suddiviso in nove sezioni: Metafore poetiche; Animali leggendari; Tradizioni a confronto; Storie edificanti; Poteri femminili; Diramazioni esoteriche; Miracoli; Coppia divina; Divinità cosmica.

Fra le opere si segnala il pilastro di una balaustra con un Śālabhañjikā Mathura, scultura del primo secolo che rappresenta uno degli apici di tutta l’arte indiana e considerato il più straordinario frammento presente in Europa. Si tratta del pilastro di una balaustra circostante lo stūpa (monumento eretto intorno alle reliquie del Budda). Su un lato è raffigurata una figura femminile che simbolicamente afferra il ramo di un albero. I tratti del viso armoniosi, la ricchezza di ornamenti, la tipica postura tribhaṅga fanno di questo frammento un capolavoro di grazia e sensualità. Sul retro si trovano quattro scene di leggende e un’iscrizione con la dedica del pilastro agli “insegnanti di Mahāsānghika”, il potente ordine di Mahayana a Mathura, protetti dagli imperatori Kushana.

Invece, Pārvatī Tamil Nadu, è la dea seduta idealizzazione della bellezza femminile, uno tra i più spettacolari bronzetti per templi creati nella regione Tamil, nel sud dell’India, al tempo della dinastia Chola, tra il Nono e l’Undicesimo secolo. Un esempio di bellezza sensuale, di sofisticata eleganza, di abilità tecnica nella descrizione dei più minuti dettagli. Riccamente agghindata con gioielli, la conturbante divinità sembra tenere nella mano destra un fiore di loto (kaṭakāmukhamudrā).
La Bodhisattva Maitreya del Gandhara, l’odierno Pakistan, punto di incrocio nell’antichità tra Occidente e Oriente, si riconosce la figura del bodhisattva, il futuro Budda, dalla mezzaluna che spicca sul diadema di perle e dagli orecchini a forma di leone. La nobile figura, (Secondo-Terzo secolo) profondamente immersa in contemplazione, è vestita di un manto drappeggiato caratteristico della scultura greco-romana.

Il Budda di solito è raffigurato solo con una veste monastica. Sculture che lo mostrano, come nel Budda incoronato Bihar, Kurkihar, con una corona e un’opulenta collana apparvero per la prima volta nel Decimo secolo e più frequentemente nell’Undicesimo. Tutti i Budda incoronati compiono il gesto della chiamata della terra (bhūmisparśamudrā) e quindi potrebbero essere visti nel contesto della loro illuminazione sotto l’albero della bodhi a Bodhgaya. In quest’opera, l’intarsio in argento è stato utilizzato per evidenziare alcuni dettagli: il cakra sui piedi e nella mano sinistra, l’ūrnā tra le sopracciglia e l’orlo dell’indumento. L’espressione trascendentale del viso è esaltata dall’intarsio argentato degli occhi e dal rame rosso delle labbra.

La terracotta, raffigurante Vāgīśvarī, “Signora del Discorso”, fine Quarto secolo, è considerata dai maggiori studiosi come «la più splendida e la più antica rappresentazione databile di questa dea». La divinità in mostra è rappresentata mentre strappa la lingua di una piccola figura alla sua sinistra. La dea, morbidamente modellata, è di vibrante vitalità. Composizioni così drammatiche ed espressive caratterizzano le migliori opere in terracotta del periodo Gupta.

Un scena dal Māndhātā Jātaka Andhra Pradesh, del Secondo secolo, è un rilievo proviene dallo stūpadi Amaravati, il più grande e importante fra quelli decorati nello stile Satavahana. Viene qui rappresentata una delle vite precedenti del Budda Sakyamuni, vale a dire quella del principe Māndhātā mentre gode della vita celeste. Il pannello denota un’alta qualità stilistica e compositiva nei vari registri che rivelano una stupefacente abilità tecnica.

Didascalie immagini

  1. Testa del Budda
    Gandhara, Taxila (?)
    IV – V secolo d.C.
    stucco
    50 cm
  2. Gli otto grandi eventi
    Bihar
    seconda metà IX secolo d.C.
    arenaria grigia
    30 cm
  3. La dea Gaurī
    Uttarakhand, distretto di Almora
    IX secolo d.C.
    scisto cloritico verde
    48 cm
  4. Śiva e Pārvatī abbracciati
    Uttarakhand, distretto di Almora
    IX secolo d.C.
    scisto verde
    44 cm
  5. Pārvatī
    Tamil Nadu
    XI secolo d.C.
    bronzo (lega di rame)
    37.5 cm
  6. Bodhisattva Maitreya
    Gandhara
    II – III secolo d.C.
    scisto grigio
    88 cm
  7. Budda incoronato e storie della sua vita
    Bihar
    XI secolo d.C.
    fillade a grana fine
    30 cm
  8. Scena dal Māndhātā Jātaka
    Andhra Pradesh, Amaravat
    II secolo d.C.
    pietra calcarea
    94 cm

In copertina
Architrave di un portale Mathura
fine I – inizio II secolo d.C.
arenaria rossa
25.5 x 100 cm
 

Dove e quando

Evento: Museo d’arte – piazzetta dei Serviti – Mendrisio, Svizzera
  • Fino al: – 26 January, 2020