Le figure femminili che Dante incontra durante il suo viaggio nell’Oltremondo, discendendo i gironi infernali e salendo sulla montagna del Purgatorio, scontano pene legate a peccati d’amore o di lussuria, tranne una. Mentre a Pia de’ Tolomei e Francesca da Rimini il poeta rivolge uno sguardo compassionevole, tratteggiandone i caratteri con versi che coinvolgono ed emozionano chi legge, ben diversa è la personalità della senese Sapìa, così poco aderente ai canoni della femminilità quale si concepiva nell’epoca del “dolce stil novo”. Incontriamo Sapìa Salvani sulla seconda Cornice del monte del Purgatorio, con indosso una pesante e ruvida cappa grigia e gli occhi cuciti dal filo di ferro, pena assegnata dal poeta agli invidiosi: per Dante, che confessa di aver a volte condiviso questo deplorevole sentimento, è il peccato di chi augura del male a qualcuno, rallegrandosi per le sue sventure, come spiega Sapìa stessa: “Savia non fui, avvegna che Sapìa / fossi chiamata, e fui de li altrui danni / più lieta assai che di ventura mia.” (Purgatorio, XIII, 109-111)

Come altri nobili senesi di parte guelfa Sapìa si era allontanata da Siena, dove avevano prevalso i ghibellini, per trasferirsi nella guelfa Colle Val d’Elsa. Quando nel giugno 1269 ghibellini senesi e guelfi fiorentini si affrontarono in battaglia nella piana fuori dalle mura di Colle, era al comando delle truppe senesi quel Provenzan Salvani, nipote di Sapìa, che Dante colloca nel Purgatorio tra i superbi. Sapìa, che assisteva alla battaglia dall’alto delle mura di Colle, quando vide i suoi concittadini in rotta e Provenzano ucciso – fu decapitato e la sua testa infilata su una lancia venne esibita come trofeo dai vincitori – esultò ferocemente: “tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, / gridando a Dio: ‘Omai più non ti temo’” (Purgatorio, XIII, 121-122)

Sapìa appare un personaggio di notevole spessore e forte personalità; ma nonostante il ritratto intenso e passionale che ne traccia Dante, non ha incontrato la fortuna di altri tra quelli che popolano la Commedia. Certo, le “ombre con manti / al color de la pietra non diversi”, come Dante descrive gli invidiosi, non appaiono soggetti attraenti dal punto di vista figurativo, ma il grigiore in cui queste anime sono immerse risponde alla dantesca “legge del contrappasso”: l’uso dei colori nel Medioevo ha un forte valore identitario, negli stemmi, negli abiti e nei copricapi, uno o più colori associati identificano la provenienza e la casata di chi li indossa. E dunque, gli invidiosi non solo non possono vedere, ma il non-colore delle loro cappe fa sì che si confondano con l’ambiente circostante, perdendo la propria identità. Insolita e originale appare quindi la scelta della città di Colle Val d’Elsa, che ha organizzato nei suggestivi ambienti del Museo San Pietro, rinnovati di recente, la mostra “Savia non fui”. Dante e Sapìa fra letteratura e arte, in corso fino al 28 ottobre 2018: la mostra apre le celebrazioni per i 750 anni dalla battaglia di Colle, che si svolgeranno nel corso del 2019.

L’illustrazione del testo dantesco ha avuto inizio con le miniature che ornano alcune pregevoli copie manoscritte realizzate nel corso del XV secolo, dove compaiono Dante e Virgilio tra gli invidiosi, raffigurati come anime vestite di incolore “cilicio” o addirittura nude; una delle prime rappresentazioni dell’incontro di Dante con Sapìa compare in uno dei disegni che Sandro Botticelli dedicò tra il 1480 e il 1495 all’illustrazione della Divina Commedia; il progetto fu interrotto nelle fasi iniziali, e del centinaio di bozzetti tracciati dal maestro uno solo venne completato. La Sapìa del disegno botticelliano rivive il momento in cui leva le braccia al cielo nel gesto di sfida a Dio che l’ha portata a scontare la sua pena. L’immagine più famosa del colloquio di Dante con Sapìa si deve all’illustratore francese Gustave Doré, autore di una serie di raffinate xilografie che negli anni Sessanta dell’Ottocento furono inserite in un’edizione della Divina Commedia divenuta celebre. La Cornice del Purgatorio è qui una stretta cengia affacciata a strapiombo su un abisso di cui non si vede la fine e Sapìa, accasciata al suolo alza la testa verso i due poeti, fissata nel gesto con cui Dante la introduce nel poema: “Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava / in vista; e se volesse alcun dir ’Come?’, / lo mento a guisa d’orbo in sù levava” (Purgatorio, XIII, 100-102)

Tra i pochi artisti che hanno rappresentato l’episodio di Sapìa come soggetto autonomo e non come illustrazione a corredo del testo dantesco, figura il pittore modenese Adeodato Malatesta, che nel 1839 dette della scena una versione languidamente romantica; ne resta oggi solo il bozzetto preparatorio, con una Sapia ancora giovinetta, pallida ed eterea. Nel Novecento, Emilio Ambron (1905-1996), pittore romano che visse e lavorò lungamente a Firenze, chiamato dal Conte Guido Chigi Saracini ad affrescare la biblioteca dell’Accademia Musicale Chigiana di Siena, rappresentò l’episodio di Sapìa in forme classicheggianti dai sommessi toni pastello, articolandolo in più scene disposte in un fregio che corre in alto lungo tre pareti.

Il soggetto fu scelto dal Conte, nell’intento di rendere omaggio alla sua antenata – Sapìa Salvani era andata sposa a Ghinibaldo Saracini – che aveva trascorso gli ultimi anni di vita realizzando per la sua città molte opere di beneficenza, tra cui la fondazione di un ospizio per i pellegrini che percorrevano la Via Francigena. Scriveva il Conte al Professor Ugo Frittelli, che aveva incaricato di studiare il personaggio di Sapìa: “Da lei, professore, aspetto la riabilitazione di Sapìa. Quella donna non può essere stata così cattiva, come il grande Alighieri ci ha ritratto. Oh! Se potesse Ella ‘rinfamare’ la donna senese, che mi è lontana parente”. Anche al pittore il Conte fornì indicazioni precise sul messaggio che doveva provenire dalla rappresentazione dell’episodio dantesco: “deve dare l’impressione di una vastità non soltanto lineare e murale, ma anche di vastità, di lontananze di orizzonte […] di distanze impressionanti e commoventi tali da colpire l’osservatore non soltanto con le figurazioni di primo presso; ma anche con quelle imponenti della grandiosità circostante e lontana”. Inoltre, il conte commissionò allo scultore Fulvio Corsini un bassorilievo in marmo dedicato a Sapìa, che venne collocato nell’atrio del palazzo dell’Accademia.

La mostra presenta anche una serie di bozzetti per le pitture murali che il pittore Gino Terreni (1925-2015) eseguì nella casa-torre di Arnolfo di Cambio a Colle Val d’Elsa e nel castello Bigozzi di Monteriggioni, un tempo feudo dei Saracini. I bozzetti, che i figli dell’artista hanno donato al Comune di Colle, rappresentano in uno stile espressionista dai vivaci colori scene della battaglia che segnò per sempre il destino di Sapìa e la consegnò alla storia.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Antonio Salvetti: Bastione di Sapia - Colle di Val d’Elsa, Museo San Pietro
  2. Sandro Botticelli: Illustrazione de La Divina Commedia, Purgatorio, Canto XIII - Staatliche Museen zu Berlin, Kupferstichkabinett (fonte)
  3. Gustave Doré: Dante incontra Sapìa nel Purgatorio - Il Purgatorio di Dante Alighieri colle figure di G. Doré, Parigi, Hachette, 1868 - Siena, Biblioteca Comunale degli Intronati, C2 II 13
  4. Adeodato Malatesta: Dante incontra Sapìa nel Purgatorio (1839 ca.) - Modena, Collezione privata
  5. Emilio Ambron: Episodi di Sapìa (1951) - Siena, Accademia Musicale Chigiana, Biblioteca / Fulvio Corsini: Sapìa, bozzetto – Siena, Collezione privata
  6. Gino Terreni: Provenzan Salvani - Bozzetto preparatorio per la pittura muraria di Castel Bigozzi, Monteriggioni (1996), Comune di Colle di Val d’Elsa

IN COPERTINA
Emilio Ambron, Episodi di Sapìa (1951) - Siena, Accademia Musicale Chigiana, Biblioteca
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