Al Museo d’Arte Orientale di Torino prosegue fino al 4 settembre 2022 “Il grande Vuoto. Dal suono all’immagine” curata da Davide Quadrio, su un’idea di Claudia Ramasso, per offrire un’esperienza multisensoriale particolarmente coinvolgente oltre a un forte segno di speranza per un futuro che si rivela incerto e sconfortante. La mostra si apre con un grande spazio vuoto.

Non si tratta però di un vuoto vero e proprio, ma di uno spazio che si satura gradualmente con la presenza delle note del giovane e pluripremiato compositore romano Vittorio Montalti, che per l’occasione ha composto il brano “Il Grande Vuoto”, in cui silenzi, ritmi, sonorità e l’eco dello spazio stesso diventano matrice e metafora della costruzione divina dello spazio rituale: un lavoro sospeso tra composizione e installazione sonora che abita i diversi spazi del Museo.

Quello di vuoto, di vacuità, è un concetto centrale per la dottrina buddhista: il vuoto non è solo l’istante che precede la nascita di tutte le cose, ma è anche il vuoto finale, la liberazione di tutti gli esseri senzienti a un livello cosmico. All’opposto di quanto accade nelle tradizioni culturali e filosofiche europee, dove il termine “vuoto” porta con sé una connotazione negativa che la avvicina a idee nichiliste e alla mancanza o privazione, per il buddhismo la vacuità ha una connotazione positiva legata in ultima istanza al raggiungimento della consapevolezza, ovvero alla comprensione che la vita, con i suoi continui mutamenti, è impermanenza e interdipendenza, poiché tutto esiste solo in relazione all’altro. Capire questo, e quindi liberarsi dalla sofferenza della vita, si risolve in una dimensione di pace assoluta (nirvana): è qui che si rivela l’essenza del Buddha, che non è divinità, ma appunto Vuoto.

I visitatori sono invitati dalla musica a compiere un percorso esperienziale e meditativo, per giungere al fulcro della mostra, in Sala Colonne: qui è infatti esposta una rarissima thangka tibetana del XV secolo, la più preziosa delle collezioni del MAO, che ritrae Maitreya, il Buddha del Futuro raffigurato in splendide vesti e seduto sul trono dei leoni. Con le mani atteggiate nella dharmacakramudra (il gesto della messa in moto della Ruota della Legge), che rivela la sua futura missione di promulgatore della Dottrina, il Buddha regge gli steli di piante e fiori, simboli germinali di una futura liberazione.

L’antica thangka tibetana si inserisce qui come prima immagine, densa e profonda, che si rivela allo spettatore dopo un percorso sonoro e spaziale importante. L’osservazione di questa immagine sacra dopo un viaggio che “ripulisce” lo sguardo e l’orecchio attraverso le sonorità di Montalti sarà quindi un’esperienza trascendente: immagine sospesa, in un white noise sonoro, un fruscio cosmico vibrante, che apre a una moltitudine di forme, colori e gesti.
Questa prima immagine dipinta porta con sé la forza della tradizione tibetana di riprodurre divinità e santi Buddhisti su tela (le thangka) e che, in epoca moderna, sta all’origine del ritratto fotografico dei tulku, a cui è dedicata la parte finale della mostra.

Nelle ultime due sale trovano infatti spazio centinaia di fotografie di tulku, parte di una collezione di immagini realizzate dalla fine dell’Ottocento fino ai giorni nostri, che ritraggono i Buddha viventi appartenenti alle scuole buddhiste e bonpo in tutte le aree del mondo dove si pratica il buddhismo tibetano; i tulku sono figure salvifiche la cui “mente di saggezza” rinasce in nuovi corpi per condurre l’umanità verso la salvezza e il Grande Vuoto… verso la buddhità.
In questo senso non si tratta di semplici ritratti fotografici, ma di autentici oggetti di venerazione, che contengono la sacralità della presenza: si ritiene infatti che l’immagine abbia lo stesso potere del tulku stesso, o più precisamente che l’immagine e il tulku siano inscindibili.

Questa raccolta, iniziata oltre una decina di anni fa dall’artista Paola Pivi, ha raggiunto migliaia di immagini e costituisce quello che è oggi il più grande archivio di immagini di tulku al mondo.
La mostra è completata da un ricco programma musicale curato da Davide Quadrio, Chiara Lee & Freddie Murphy. Infine, i Servizi Educativi hanno proposto attività per i centri estivi sulla mostra con attività di educazione all’ascolto. Invece, “Nei panni di un Tulku“, è prevista la visita con una particolare attenzione alla sezione fotografica dedicata ai ritratti di Tulku tibetani poi, in laboratorio, con l’uso di tecniche miste (collage e acquerelli) si realizzerà un ritratto personalizzato con l’aiuto di immagini di oggetti rituali/etnografici e copricapo.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. uno scatto all’interno del percorso espositivo
    foto © Perottino
  2. Ju Lama
    Photo: Dr. Albert L. Shelton
    Courtesy Newark Museum
    Karma
  3. ancora uno scatto all’interno del percorso espositivo
    foto © Perottino
  4. Maitreya, i trentacinque Buddha della confessione e i maestri della scuola Kagyupa
    Tibet centro-occidentale, XV secolo, Tempera su cotone
  5. ulteriore scatto all’interno del percorso espositivo
    foto © Perottino
  6. una veduta della sezione dedicata alle immagini di Paola Pivi
    foto © Perottino

In copertina un particolare di:
Maitreya, i trentacinque Buddha della confessione e i maestri della scuola Kagyupa

Dove e quando

Evento: "Il Grande Vuoto. Dal suono all’immagine. Un incontro inedito con la collezione buddhista del MAO"

Indirizzo: Museo di Arte Orientale - Via San Domenico, 11 - Torino
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Fino al: 04 Settembre, 2022