A Rovigo ultime due settimane (chiusura 10 marzo) per la mostra che propone una selezione delle più significative opere della Collezione de Silvestri e, come nella tradizione delle esposizioni di Palazzo Roncale, ha l’obiettivo di far conoscere al pubblico la storia del casato presente in città sin dal Ducato Estense indagando le figure dei membri di una famiglia che si distinse in città e nel Polesine. Accompagnato dal catalogo edito da Antiga, oltre al percorso espositivo, i riflettori sono puntati sulla figura, e la storia, del Cardinale Pietro de Silvestri noto per le idee sull’Unità d’Italia “sgradite” al suo Papa (Pio IX).

Nato il 13 febbraio del 1803 dal conte Carlo de Silvestri e da Antonia Dottori Sanson, dopo gli studi letterari presso il Seminario rodigino, Pietro si laurea all’Università di Padova in teologia e diritto. È del 1826 l’ordinazione sacerdotale seguita dall’incarico nella parrocchia dei Santi Francesco e Giustina e dall’insegnamento di discipline bibliche e della lingua ebraica nel Seminario diocesano.
Nel 1836, giunge dall’Imperatore Francesco I la nomina a uditore per l’Austria alla Sacra Rota. A Roma il sacerdote si mostra molto attivo nella riorganizzazione dell’antica istituzione, fino a diventarne decano.

Il prestigio che andava conquistandosi nella Curia Pontificia venne premiato, il  15 marzo 1858, dalla porpora cardinalizia decisa da Papa Pio IX. Pochi mesi dopo il governo austriaco gli conferisce l’incarico di protector nationis austriacae presso la corte papale, incarico di assoluta fiducia finalizzato a salvaguardare gli interessi e le relazioni privilegiate dell’Impero con il Papa e la Curia romana. In quanto cardinale, gli venne assegnata la titolarità della chiesa di San Marco e residenza nel contiguo Palazzo Venezia, già sede dell’ambasciata della Serenissima a Roma.

Sono gli anni in cui matura l’Unità d’Italia e il cardinale si mostra uno “dè più favorevoli, dè più energici” alleati di Cavour presso la Curia romana. Il suo è un mutamento di campo che non passa inosservato e l’Austria gli toglie l’incarico di rappresentanza e la sede di Palazzo Venezia. De Silvestri entra in conflitto con il potente Segretario di Stato, cardinale Giacomo Antonelli, e con lo stesso Papa.
Considerato come “capo della cospirazione in Roma”, corre il concreto rischio di essere privato della stessa porpora cardinalizia e, tale ostilità, consiglia un atteggiamento molto defilato. Il suo ruolo e peso nella Questione Romana sono tutti da verificare. Le opinioni degli storici risultano molto contrastanti.

C’è chi lo considera un “insignificante opportunista”, “soggetto di scarsi talenti” e chi gli riconosce una statura ben diversa. La distruzione da lui voluta della corrispondenza e di altri documenti, ha privato gli storiografi di testimonianze che avrebbero potuto meglio chiarire il suo ruolo politico.
Di certo la posizione all’interno della Curia Papale era del tutto compromessa, tanto che venne tenuto all’oscuro persino della convocazione del Concilio Ecumenico Vaticano I e messo il veto sulla sua nomina ad Arcivescovo di Milano, pur caldeggiata nel 1867 dal Governo Italiano.
Vale la pena ricordare che Vittorio Emanuele II lo indicò, senza fortuna, tra i candidati al Soglio Pontificio graditi al Governo italiano.
Dopo Porta Pia, e il disfacimento dello Stato Pontificio, de Silvestri entrò a far parte della speciale commissione incaricata di riorganizzare la Curia.
Morì a Roma il 19 novembre 1875 e venne provvisoriamente sepolto, senza particolari onori, al cimitero del Verano per essere poi trasferito nella tomba di famiglia a Rovigo.

Con la morte del Cardinale, nel 1875, preceduta di un anno da quella del fratello, la famiglia si estinse. Pietro de Silvestri non fu certo un fine stratega politico, ma uomo di grande cultura. Già da giovane era stato ammesso tra gli Accademici dei Concordi. Alla “sua” Accademia destinò la ”Silvestriana”, raccolta di quarantamila volumi tra i quali testi unici e rari, così come aveva già donato la Casa del Petrarca, possedimento di famiglia. Infine, con il fratello conte Gerolamo, l’intera collezione d’arte e di archeologia dei de Silvestri, venne conferita per metà al Comune e all’Accademia dei Concordi e l’altra al Seminario Vescovile, senza però stabilire cosa dovesse pervenire a chi.
Il patrimonio da dividere tra le due istituzioni era imponente: oltre duecento opere, un lascito che provocò una contesa al rovescio, dato che entrambi i co-beneficiari lottarono per “scaricare” all’altro il possesso della Collezione, considerandola troppo ingombrante e per nulla interessante.

Il Seminario acquisì volentieri la collezione archeologica che i de Silvestri avevano lasciato insieme alla quadreria, mentre auspicarono che a farsi carico di quest’ultima fosse l’Accademia dei Concordi.
Gli altri beni mobili ed immobili di famiglia, in assenza dell’erede designato, finirono nella disponibilità del Vescovo di Adria.
Rifiutare il lascito, definito dall’esperto dell’epoca come “cose da bottega di rigattiere”, non si poteva, così, dopo lunghe diatribe, la gara a disfarsene venne salomonicamente risolta dai numeri: le opere con un numero di inventario pari andarono al Seminario Vescovile, quelle dispari all’Accademia. Benignità della sorte, alla recente confluenza della Pinacoteca del Seminario nella Pinacoteca dell’Accademia, la collezione smembrata è tornata unita; recuperando l’originaria unità a cui avevano aspirato i due illustri donatori.

Perché tanta indifferenza per una così imponente collezione d’arte? A spiegarlo è la curatrice della mostra, Alessia Vedova: “Quella dei nobili de Silvestri è una tipica collezione privata dell’epoca: molte opere settecentesche o seicentesche, che al momento non erano particolarmente apprezzate, un buon numero di copie volute per scopo di studio o decorativo, ritratti, nature morte, piccoli paesaggi, opere devozionali. Nulla che veramente intrigasse gli Accademici o gli ecclesiastici”.

Un giudizio che agli occhi di oggi appare davvero miope. Basti pensare alle grandi opere trecentesche e quattrocentesche di Nicolò di Pietro e Quirizio da Murano, tra i capolavori della attuale Pinacoteca, alle tele di Mazzoni, Nogari, Pittoni, Pietro Della Vecchia, Giambattista Piazzetta, Pietro Longhi, Fra Galgario…

Questa mostra – continua la curatrice – riaccende i riflettori sulla Collezione e ne fa oggetto di una importante campagna di studi, preceduta da una nuova campagna fotografica. A quasi centocinquant’anni dalla donazione, si analizzerà e documenterà questo patrimonio in gran parte finito nei depositi. L’indagine scientifica di tutte le opere continuerà anche dopo la mostra e in questo lavoro sarò affiancata da altri specialisti universitari. Al termine di questa ricerca, immagini e schede scientifiche dell’intera collezione saranno rese disponibili on line. Un altro progetto riguarda la messa on line dell’intera Bibbia Istoriata, manoscritto miniato oggi suddiviso tra Rovigo e la British Library di Londra.

Dettagli

La mostra, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo insieme all’Accademia dei Concordi, al Comune di Rovigo e al Seminario Vescovile, è ideata da Sergio Campagnolo e curata da Alessia Vedova.

Didascalie immagini

  1. Vittore Ghirlandi detto Fra Galgario, Ritratto di ragazzo vestito all’orientale olio su tela (seminario)
  2. Sebastiano Mazzoni, Loth e le figlie
    olio su tela (accademia)
  3. Sebastiano Bombelli, Triplice ritratto
    olio su tela (seminario)
  4. Elisabetta Marchioni, Fiori
    olio su tela (seminario)
  5. Quinzio da Murano, Santa Lucia e storie della sua vita
  6. Pittore veneto bizantino, San Girolamo e il leone
  7. Bibbia istoriata padovana, particolare
  8. Daniel Van Den Dyck, Ritratto di collezionista
    olio su tela (seminario)

 

Dove e quando

Evento:

Indirizzo: Palazzo Roncale - Piazza Vittorio Emanuele, 25 - Rovigo
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Fino al: 10 Marzo, 2024