A Palazzo Blu di Pisa prosegue, fino a domenica 6 settembre, la mostra dedicata a due figure centrali della pittura toscana tra Ottocento e Novecento, profondi innovatori della cultura figurativa locale e della pittura a Pisa tra i due secoli: I fratelli Gioli e la pittura a Pisa fra ‘800 e ‘900, a cura di Stefano Renzoni che presenta una selezione di centocinque dipinti di Francesco (San Frediano a Settimo, 29 giugno 1846 – Firenze, 4 febbraio 1922) e Luigi (San Frediano a Settimo, 16 novembre 1855 – Firenze, 27 ottobre 1947) e di molti altri artisti.

Volta a restituire ai fratelli il ruolo centrale che hanno rivestito nello sviluppo della cultura figurativa della zona, mettendo in luce il riflesso della loro pittura sul territorio e offrendo una nuova chiave di lettura del percorso post macchiaiolo locale, di cui furono rappresentanti estremamente significativi, la rassegna è anche una occasione per proporre una panoramica della pittura e dei pittori operanti a Pisa tra il Dicannovesimo e il Ventesimo secolo evidenziandone ricchezza e originalità.

Infatti, partendo dall’influenza che i Gioli esercitarono, la mostra racconta come il territorio fu frequentato da presenze artistiche di primo piano, come quella dei fratelli Tommasi, fino a incrinare il pregiudizio che voleva la Pisa degli ultimi due secoli città laterale e priva di lieviti artistici. Al rigurado, il Curatore, sottolinea: «La storiografia artistica pisana ha sempre evitato di confrontarsi con gli sviluppi della pittura locale tra Otto e Novecento. Il peso dello straordinario Medioevo è così incisivo, da finire con l’aver assunto una funzione catalizzatrice, attenuando l’attenzione per altri periodi storici, in particolare quelli a noi contemporanei. Per quanto possa sembrare paradossale, Pisa ad esempio non ha mai dedicato una mostra ai fratelli Gioli, così come l’ultima esposizione dedicata ad un pittore notevolissimo come Amedeo Lori è del 1932.

Mai è stata puntualizzata la presenza degli artisti che pur lavorarono a Pisa nel XIX secolo, nella convinzione che Pisa fosse solo un luogo di passaggio. Lontane sono ormai alcune mostre su artisti del Novecento inoltrato. La presente mostra intende ricondurre l’attenzione verso un periodo storico assai denso per la città di Pisa, che fu ricco di episodi e di risultati artistici non disprezzabili, nella convinzione che all’indagine scientifica non possa sfuggire il compito di esaminare quella cultura che ha segnato l’esistenza di una città nell’ultimo secolo. E dal momento che non esiste la Storia, ma la Storiografia, questa mostra rappresenta anche il tentativo di stimolare un recupero che non è solo di gradevolezza estetica e formale, ma anche storico e culturale».

Inoltre, viene offerto lo spunto per nuove riflessioni su esperienze artistiche come la cosiddetta “Scuola di Bocca d’Arno”, che si sviluppò tra Marina di Pisa e il Gombo, attorno a Nino Costa e che vide come protagonisti artisti, non solo locali, come Plinio Nomellini, – di cui è presente un dipinto esposto alla Biennale di Venezia – Spartaco Carlini e Giuseppe Viviani.

Il percorso si articola in sei sezioni, che ricostruiscono il contesto artistico di quegli anni: La Scuola di Staggia, con la bottega di Carlo Markò; La Macchia, con alcuni dei protagonisti che influenzarono i Gioli (Fattori, Lega, Cabianca); I fratelli Gioli, sui due artisti pisani; Intorno alla Macchia, sugli artisti contemporanei dei Gioli che non poterono dirsi macchiaioli, come Vittorio Corcos e Ernesto Rayper; Post – Macchiaioli, sui pittori che si rifecero all’esperienza macchiaiola, con interessanti riferimenti ai Tommasi; L’eredità pisana, sugli artisti pisani tra Ottocento e Novecento che, a partire dalla macchia, elaborarono un nuovo linguaggio.

Curata da Bianca Cerrina Feroni, un’ulteriore sezione è dedicata ai disegni dei Gioli e, per la prima volta, presenta un nucleo di opere inedite provenienti dall’archivio di famiglia e da collezioni private. La Curatrice spiega: «Portare questi fogli fuori dai cassetti significa restituire al disegno una dignità che va oltre la funzione preparatoria, tracciando e fissando linee sulla carta, l’artista cerca la sintesi migliore, interroga la realtà e impara a comprenderla. Supporti di ricerca, strumenti di riflessione, studi a sé stanti, i vari disegni rivelano la loro forza nel conoscere e interpretare il reale. Alle pareti, i disegni di Francesco Gioli mostrano alcuni dei soggetti più iconici della sua pittura: le figure del lavoro rurale – le boscaiole di San Rossore, i pescatori della Pesca a sciabica, lo spaccapietre – ma anche le figure di ispirazione più simbolista che popolano alcuni dei suoi quadri del primo Novecento, come Vita.

Per Luigi Gioli, la selezione di fogli rivela, accanto alla straordinaria capacità di rappresentare gli animali, buoi e cavalli in particolare, una sensibilità altrettanto attenta alle vedute urbane e a Pisa in modo particolare. Nelle teche, insieme a una serie di taccuini e a una scatola di colori che raccontano la pratica en plein air, fogli con prove reiterate sulla figura, annotazioni rapide e studi più compiuti restituiscono la ricchezza della pratica grafica dei due fratelli. Un insieme che arricchisce la mostra di una dimensione nascosta, e propone una lettura dei fratelli Gioli che va oltre la superficie delle tele».

Il percorso espositivo è accompagnato da un catalogo edito da Felici Editore e prevede visite guidate, della durata di ottanta minuti, rivolte agli adulti oltre a quelle per le scuole di ogni ordine e grado, che si caratterizzano per un tipo di linguaggio specifico in base alla capacità di ascolto e di apprendimento delle varie fasce di età.