Alla Pinacoteca di Brera prosegue, fino a domenica 13 settembre, la prima mostra dedicata a uno degli artisti più originali attivi in Italia nei decenni a cavallo del Sedicesimo secolo. Curata da Maria Cristina Passoni, Cristina Quattrini – con un comitato scientifico composto da Alessandro Ballarin, Francesco Frangi, Mauro Natale, Maria Cristina Passoni, Cristina Quattrini, Edoardo Rossetti – cerca di restituire complessità e ricchezza di Giovanni Agostino da Lodi la cui a vicenda resta misteriosa per la scarsità di dati biografici e, anche per questo, fino a ora era tra i pochi artisti di rilievo del Rinascimento italiano ai quali non era mai stato realizzato un evento espositivo.

Per i musei di Stato è doveroso valorizzare i propri patrimoni, cercando nelle pieghe della storia dell’arte elementi di novità, significati non ancora evidenziati, ulteriore bellezza, senza cedere alle facili logiche del già visto e già noto.

Sappiamo che fu attivo tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento, in un quadro di fitte relazioni artistiche fra Milano e Venezia quindi, il percorso, riprende e aggiorna gli studi che hanno contribuito a definirlo. Raffinato e bizzarro, riemerse all’inizio del Novecento con il nome convenzionale di Pseudo Boccaccino – coniato da Wilhelm von Bode nel 1890 – e gli vennero restituite varie opere precedentemente riferite al cremonese Boccaccio Boccaccino.

Nonostante l’unica dipinto firmato, la tavoletta della Pinacoteca di Brera raffigurante i Santi Pietro e Giovanni Evangelista (?), resa nota nel 1912 da Francesco Malaguzzi Valeri, la sua si rivelò una vicenda critica a lungo controversa, fino al riconoscimento della statura sancito da ricerche della fine del secolo scorso.

Presumibilmente la formazione avvenne a Milano tra la fine del nono e l’ultimo decennio del Quattrocento, a contatto con Bramante e Bramantino, ma la prima attività nota ebbe inizio a Venezia, dove lavorò dagli ultimi anni del Quattrocento a poco prima del 1510, anno da quando è documentato a Milano. Durante il soggiorno veneziano venne sicuramente in contatto con i maggiori maestri attivi in Laguna, dimostrando una profonda comprensione dei loro linguaggi e, al tempo stesso, la capacità di rielaborarli in modo estremamente personale e, sulla cultura milanese, innestò inizialmente l’influenza di Alvise Vivarini e presto la conoscenza di Giorgione.

L’ispirazione a Leonardo – evidente anche nella tecnica dei rari disegni – farebbe ritenere possa essere tornato occasionalmente in patria, ma, al tempo stesso, l’artista, appare uno dei pittori più profondamente toccati dal secondo soggiorno veneziano di Dürer (fra il 1505 e il 1507).
Dal 1510, nonostante la scarsità di opere e documenti, pare godere di un certo prestigio, lavorando per cantieri artistici milanesi di primo piano come la chiesa di Santa Maria della Pace, la Certosa di Pavia e, in quest’ultima fase, il suo stile si fa più monumentale avvicinandosi alle opere coeve di Bramantino e al leonardismo di Marco d’Oggiono.

Attraverso quarantasei opere, tra autografe e di autori coevi, in parte conservate a Brera, ma, soprattutto, frutto di numerosi e importanti prestiti da musei italiani ed esteri, i dipinti di Giovanni Agostino da Lodi dialogano con capolavori di Bramantino, Alvise Vivarini, Giovanni Bellini, Giorgione, Dürer, Lorenzo Lotto, Girolamo Romanino. La mostra è accompagnata da un prezioso catalogo di Silvana Editoriale.