Pablo Picasso sosteneva che ci vuole molto tempo per riuscire a diventare giovani. Giorgio de Chirico (Volo, 10 luglio 1888 – Roma, 20 novembre 1978), vi riuscì, in modo singolare, nel 1968 quando, a ottant’anni, inaugurò la sua stagione neometafisica, il periodo che vide il ritorno ai temi, alle figure e ai motivi che avevano animato la sua pittura dagli anni Dieci ai primi anni Trenta, ma infondendo un nuovo significato, più giocoso, pervaso da una giovinezza dello sguardo ormai libera dal senso tragico che, celato dietro un’apparente serenità, permeava le sue opere di oltre mezzo secolo prima. Per approfondirne pensiero e poetica, Modena – nella nuova ala del Palazzo dei Musei – celebra l’ultima stagione creativa di uno dei protagonisti assoluti dell’arte del Novecento con una mostra curata da Elena Pontiggia, promossa dal Comune, in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico (da cui provengono tutte le opere esposte) e prodotta da Silvana Editoriale che ha realizzato anche il catalogo che l’accompagna.

L’ultima metafisica, visitabile fino a domenica 12 aprile, riunisce cinquanta opere per offrire un percorso attraverso la stagione creativa finale del fondatore della pittura metafisica e lo fa ripercorrendo il decennio (1968–1978) in cui l’artista torna a dipingere manichini, Piazze d’Italia e altri enigmi reinterpretandoli con rinnovata libertà creativa e immaginazione fertile, tra memoria e reinvenzione. La neometafisica si distingue, dalle copie che realizzò per gran parte della sua vita, proprio per il profondo mutamento di linguaggio e di significato. Attrverso un’accentuata ironia e una tavolozza più vivace, de Chirico si allontanò dalla visione nichilista e inquieta degli anni Dieci per reinterpretare, in chiave più serena, seppur ancora venata di malinconia, i temi che avevano segnato la sua prima stagione metafisica. Al riguardo, la Curatrice fa notare che “voleva esprimere l’enigma, l’incomprensibilità e l’assurdità dell’esistenza. In quella degli anni Settanta il sentimento dell’insensatezza dell’universo si attenua, ed è osservato con ironico distacco”.

Alla pittura densa e corposa del periodo “barocco” ne sostituì una più limpida, fondata sul disegno e sulla costruzione nitida delle forme. Attraverso alcuni capolavori come Ettore e Andromaca davanti a Troia (1968), L’astrologo (1970), o Sole sul cavalletto (1973) l’esposizione focalizza e documenta questa fase tutt’altro che secondaria del suo percorso creativo.
In queste e in altre opere dello stesso periodo – Il segreto del castello, Interno metafisico con pere e Il segreto della sposa – non si limitò a ripetere sé stesso, ma rielaborò liberamente le proprie invenzioni, trasformandole in una riflessione matura e ironica sulla vita e sull’arte facendo emergere un linguaggio nuovo, in cui la memoria e il presente si fondono in una poesia dell’eterno ritorno illuminato dalla consapevolezza.
Tale svolta fu riconosciuta nel 1968 da Dino Buzzati che, nel recensire la mostra milanese ospitata nella galleria di Alexander Jolas, (dopo aver criticato le repliche “meccaniche” dell’artista) in questa nuova produzione, per primo, vide sincerità e freschezza autentiche, scrivendo con ammirazione che “a ottant’anni un artista abbia l’animo di mettersi in un’impresa simile è cosa meravigliosa”.

Fu l’inizio della riscoperta del “nuovo” de Chirico e la denominazione “neometafisica” nascerà ufficialmente nel 1970, quando il curatore Wieland Schmied, presentando la mostra tedesca di Hannover, parlerà di un “periodo neometafisico” contrassegnato dal ritorno ai temi metafisici con spirito rinnovato.
Sarà poi Renato Barilli, in “Presenza assenza” del 1974, ad approfondire il valore della pittura ultima di de Chirico, vedendola come una coerente meditazione sul museo e una “ripetizione differente”. Poi, nel 1982, Maurizio Calvesi scriverà un libro fondamentale dal titolo “La metafisica schiarita“.
Nell’ultimo decennio della vita quindi, Giorgio de Chirico mostrerà vitalità sorprendente e libertà intellettuale che sfidano la vecchiaia e la neometafisica diverrà la sua serena risposta al tempo, un gioco di memoria e invenzione, una meditazione leggera sul destino umano. Nelle sue parole finali, l’artista riafferma la fusione sacra tra Poesia e Pittura, rifugio ultimo della sua arte e della sua filosofia di vita.

Dettagli

Didascalie immagini

(courtesy Studio ESSECI di Sergio Campagnolo s.a.s. – Ufficio Stampa e P.R.)

  1. Giorgio de Chirico, La tristezza della primavera, 1970
    Fondazione Giorgio e Isa de Chirico
  2. Giorgio de Chirico, Due cavalli in riva al mare con ruderi e drappo rosso, 1971
    Fondazione Giorgio e Isa de Chirico
  3. Giorgio de Chirico, Visione metafisica di New York, 1975
    Fondazione Giorgio e Isa de Chirico

 

Dove e quando

Evento:

Indirizzo: Palazzo dei Musei - Largo Porta Sant'Agostino, 337 - Modena
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Fino al: 12 Aprile, 2026