A Palazzo Casali, Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona, ha aperto al pubblico domenica scorsa “Gino Severini. Modernità come dialogo” realizzata in occasione del sessantesimo anniversario dalla morte del celebre artista cortonese. Curata da Daniela Fonti e Margherita d’Ayala Valva indaga, per la prima volta in modo approfondito, il ruolo di “mediatore culturale” svolto nella prima metà del Ventesimo secolo. Instancabile costruttore di ponti tra Italia e Francia, fu tra le figure di spicco della cultura europea, artista internazionale, protagonista delle avanguardie tra tradizione e sperimentazione, il Classicismo e linguaggi diversi, persino tra mondi apparentemente lontani, come il suo lungo confronto tra arte sacra e modernità. La biografia testimonia come la cultura crebbe attraverso incontri, contaminazioni, scambi.
Frutto di un corale lavoro di squadra, con l’organizzazione generale di Villaggio Globale International, la mostra, volutamente di ricerca con un taglio critico a tesi, si presenta però di forte impatto presentando dipinti e disegni prestati da tanti musei italiani ed esteri e da collezioni private; documenti originali che, oltre ad emozionare, aiutano a definire il contesto storico e culturale, i dibattiti, le relazioni tra i maggiori artisti del tempo, le riflessioni teoriche e la gestazione di alcuni lavori.

Inoltre, l’eccezionale testimonianza, attraverso bozzetti, studi e una inedita documentazione fotografica, degli affreschi realizzati in numerose chiese nella Svizzera romanda, del momento centrale del suo confronto con l’arte religiosa dopo il ritorno alla fede cristiana del ’23.
Godibile e leggibile a tutti i livelli, consigliabile una visita guidata per entrare pienamente in quel mondo multiforme e, già il titolo, è un’esplicita dichiarazione di come venga interpretato, e rivelato, il ruolo unico svolto nella storia delle avanguardie artistiche, un ruolo da lui stesso ricercato con caparbia volontà e orgogliosa consapevolezza, tra Paesi, artisti, esperienze e visioni.
La Francia fu la sua patria adottiva, lavorò, come detto, in Svizzera, si nutriva di tutte le istanze che s’intrecciano nel panorama internazionale, ma il suo retaggio e le sue fonti restano italiane e toscane. Tra questi mondi, tra quello che all’epoca era il centro del cosmopolitismo e della sperimentazione culturale e il provincialismo italiano, continuò a gettare ponti. Un “bilinguismo culturale” lo definiscono le curatrici “che si esprime in uno sguardo sul proprio paese d’origine, insieme dall’interno e dall’esterno, come è il destino di molti espatriati”.

Il percorso espositivo, suddiviso in cinque sezioni:
- Un ponte tra la macchia e il Divisionismo, 1903-1906
- Una mediazione tra Futurismo e Cubismo. Parigi, Milano e Firenze 1910-1915
- Dal cubismo al classicismo
- La pittura decorativa: il dialogo con l’architettura e il tema delle maschere
- Il dialogo tra la Chiesa e la modernità, dalla Svizzera a Cortona
si concentra sulle stagioni della vita del Maestro, che sono sempre di formazione, ma anche di elaborazione di un linguaggio personale, frutto di una riflessione mai superficiale sul lavoro dei contemporanei: un ponte tra la Macchia e il Divisionismo, la fondamentale mediazione tra la dinamicità del Futurismo e la geometrizzazione del Cubismo, il passaggio dal Cubismo al Classicismo, la pittura decorativa in relazione con l’architettura, il tema delle maschere e, infine, il dialogo tra la Chiesa e la modernità, dalla Svizzera a Cortona.
Oltre ottanta opere tra cui il ritorno in Italia, dopo oltre trentacinque anni (dal Centre Pompidou di Parigi) del monumentale capolavoro futurista di quattro metri La danse du Pan Pan a Monico. Un prestito eccellente ottenuto con caparbietà dagli organizzatori e dalle curatrici grazie anche al sostegno assicurato all’evento da Romana Severini, la figlia dell’artista, che da tempo sta contribuendo a ricordare e valorizzare il legame tra Severini e Cortona.

L’opera è la versione realizzata a Roma agli inizi degli anni Sessanta della famosissima tela del 1911 purtroppo perduta, in cui l’artista ha voluto ritrarre la frenetiche danze in voga nella Parigi di inizio secolo. Definita da Apollinaire sulle pagine de L’Intransigeant “l’opera più importante dipinta da un pennello futurista”, la tela ebbe un grande successo al momento dell’esposizione a Parigi da Bernheim Jeune e nel successivo tour europeo organizzato da Marinetti. Venduta tuttavia nel 1912 in Germania, andò successivamente dispersa forse nei disastri bellici, pur rimanendo nell’immaginario artistico italiano così da generare anche diverse riproduzioni. Nel 1959-1960 Severini si risolse a eseguirne una copia fedele in scala reale, basandosi su antichi cliscé fotografici conservati in archivio: un’impresa a dir poco titanica per l’artista ottantenne che riuscì ad imprimere nella replica la fantasia cromatica e il ritmo dell’opera giovanile.

Arricchiscono l’esposizione documenti originali inediti, un’innovativa installazione multimediale immersiva e speciali itinerari urbani (di cui dettaglieremo il prossimo 1° agosto) alla scoperta dei luoghi e delle opere di Severini conservate nella città natale, a partire della celebre Via Crucis.
L’imperdibile mostra (tra l’altro Cortona, vale sempre un viaggio) è accompagnata da un prezioso catalogo di Dario Cimorelli Editore.