Vorrei avere la firma di qualcuno che sia stato curato dalla proliferazione
Qualcosa che toglie il peso…
Penso ai numeri uno dopo l’altro in una dilatazione proliferante…
Sono un tappeto volante su cui vivere…
Che mantiene l’assurdità e la leggerezza della favola…
Mario Merz
Anticipando le celebrazioni del centenario della nascita, avvenuta a Milano il 1° gennaio 1925, la Fondazione Merz negli spazi torinesi, dallo scorso 8 luglio al 6 ottobre, ha presentato “Qualcosa che toglie il peso” primo capitolo del progetto realizzato dalla Fondazione intitolata a Mario Merz, nata nel 2005 come centro d’arte contemporanea con l’intento di ospitare mostre, eventi, attività educative, portando avanti avanti la ricerca e l’approfondimento dell’arte. La mostra presentava una selezione lavori tra installazioni, igloo, tavoli, tele (dell’artista scomparso il 9 novembre 2003) il cui fulcro era rappresentato dalla grande opera Quattro tavoli in forma di foglie di magnolia (1985) esposta per la prima volta in Europa e realizzata in occasione della personale da Sperone Westwater e Leo Castelli a New York.

Qualcosa che toglie il peso parte dal concetto descritto dall’antropologo Claude Lévi-Strauss – legato alla necessità di individuare la natura profonda che si cela dietro ai modelli per arrivare alla base del pensiero umano – il quale, nella sua diversità, è definito sempre da leggi che sfuggono allo scorrere del tempo e alla varietà degli ambienti. Nel concetto di antropologia strutturale di Lévi-Strauss, le strutture vengono riconosciute come qualcosa che appartiene all’inconscio, similmente al principio di reciprocità che è all’origine del passaggio dalla natura alla cultura. Pertanto, la frase che dà il titolo al progetto, è stata estrapolata da uno scritto di Mario Merz e si ricollega a questa necessità di guardare alla natura, e allo scorrere del tempo, per poter raggiungere un senso di leggerezza concettuale e che si ritrova nel nucleo di opere presentate.

Invece, il secondo capito espositivo, dal 28 ottobre è in corso fino al 2 febbraio 2025, ripropone tali elementi e concetti che, citando sempre Merz, mantiene l’assurdità e la leggerezza della favola…
Come un iconico virtuosismo pas de deux tra la tela e il coccodrillo con i numeri di Fibonacci, antica presenza in fondazione, le opere rimbalzano da una parte all’altra dello spazio espositivo collegandosi le une con le altre in un’atmosfera da fiaba; un apparente disordine in cui cose dal mondo si mescolano e diventano responsabili del loro trasformarsi, per riapparire in un’armonica unione. All’atmosfera onirica e delicata con i riflessi dorati dell’iglù Senza titolo (foglie d’oro) (1997), dalla cera dei Quattro tavoli in forma di foglie di magnolia, dalla trasparenza dei vasi di L’horizont de lumière traverse notre vertical du jour (1995) oltre che dalle opere alle pareti già presenti in mostra, si affaccia un dominante controcanto, dovuto all’installazione di due altri igloo del 1989 e del 2002 e un imponente lavoro pittorico di oltre dieci metri, Geco in casa (1983).

L’iglù Senza titolo (1989), soprannominato igloo del pane, è stato realizzato per l’esposizione personale dell’artista al Solomon R. Guggenheim Museum a New York nel settembre 1989. Sulla rete metallica tesa sulla struttura, di tre metri di diametro, si rincorrono in successione serrata delle forme di pane che ricoprono interamente la curvatura dell’igloo. Il secondo igloo, più recente, Senza titolo (2002) ha un diametro di cinque metri e la struttura è ricoperta di lastre di pietre rosa provenienti da una cava argentina.

I tre igloo danzano tra loro nella sala raccontandoci storie tra diversi pesi e misure, tra materiali onirici e reali: “L’igloo, per esempio, può essere fatto di pane, di terra, di sterco, di bottiglie… è significante in quanto è quella cosa lì… una forma primitiva, ma reale […] alla fine degli anni ’60 abbiamo costruito la gioconda illusione che l’arte potesse essere costruita anche con il pane, con la terra ecc., con che cosa ci piace di più, andando oltre l’idea che era l’idea precedente – che l’arte fosse solo ricordo di qualche cosa di perduto. Così abbiamo capito che noi vediamo anche nel pane, nella terra ecc. o nelle cose della società, da vivere nel momento il ricordo anche di qualche cosa di perduto. Abbiamo costruito una gioconda illusione su qualche cosa di perduto così che non ci amareggia più e ci fa vivere il presente.” (Mario Merz)
I materiali, si adattano e riproducono la convessità dell’igloo, siano essi malleabili come nel caso del pane o della paraffina o siano rigidi come nel caso della pietra, mantenendo salde le specificità simboliche e poetiche intrinseche.

“Oltre che legarsi a terra, vedo i miei quadri arrampicarsi al muro. Diventano subito un coccodrillo o una lucertola che si arrampica a parete. Sono il geco che sta sul muro con i suoi perfetti equilibri anatomici. Mi piace molto che la tela si arrampichi e non sia piazzata sul muro in senso decorativo. E siccome, per me, il coccodrillo è un geco ingrandito in senso mitico, esso può diventare una rappresentazione della pittura. È la tela che diventa geco e viceversa, si arrampicano entrambi sul muro.” (Mario Merz)
A conclusione del progetto, le giornate di martedì 14 e mercoledì 15 gennaio 2025, saranno dedicate a incontri, convegni e vari momenti aperti al pubblico in omaggio alla figura di Mario Merz negli spazi della sua Fondazione.