«Se dovessi morire, fa che sia un racconto»
(Refaat Alareer)
Negli spazi dell’Ex Convento San Francesco di Bagnacavallo, s’inaugura alle ore 20 di domani, “fa che sia un racconto” mostra curata da Francesca Recchia, studiosa e scrittrice interessata alla dimensione geopolitica dei processi culturali. Si tratta di un progetto interdisciplinare di immagini, parole, testimonianze, per sottolineare le contraddizioni che caratterizzano la narrazione pubblica e mediatica del più recente conflitto nel Medio Oriente.

Fino a lunedì 2 giugno gli spazi sono trasformati in un percorso a episodi, ciascuno dei quali esplora alcuni temi fondamentali del racconto: la documentazione, l’evidenza, la testimonianza e l’idea di Sumud, ovvero di resistenza.

La mostra, fortemente voluta dal Coordinamento alla cultura dei Comuni della Bassa Romagna, rappresenta l’evento di punta del programma delle iniziative organizzate in occasione dell’80° anniversario della Liberazione dal nazifascismo.

Realizzata in collaborazione con l’Istituto storico della resistenza e dell’età contemporanea della provincia di Ravenna, con il supporto del Comune di Bagnacavallo, e grazie al contributo della Regione Emilia-Romagna, presenta quaranta foto di grande formato realizzate da Lorenzo Tugnoli (Lugo, 14 settembre 1979, unico italiano ad aver vinto il Premio Pulitzer, nel 2019, per la fotografia).

La possibilità di un’inedita riflessione individuale e civica sulle difficoltà, i vuoti, le complicità, le manipolazioni e i silenzi che caratterizzano l’atteggiamento dei media e del pubblico sulla guerra. La mostra permette quindi di costruire la propria narrazione a partire dalle testimonianze visive e testuali presentate, ovviamente senza alcuna pretesa di offrire risposte o verità assolute, uno spazio di informazione dove poter coltivare lo sguardo critico e continuare a porsi domande, per rimettere al centro il ruolo del pubblico come testimone e della narrazione come necessaria alla storia.

La curatrice, sottolinea: «Se il registro primario di “fa che sia un racconto” è quello della fattualità documentaria, il sottotesto è poetico e riflessivo: un’occasione per soffermarsi e mettere a fuoco i valori della solidarietà, della resistenza e del diritto all’autodeterminazione.

Se da una parte siamo testimoni – a volte passivi, complici o indignati – di una brutalità senza precedenti, dall’altra assistiamo sia al rischio di assuefazione sia di una presa di coscienza delle numerose omissioni da parte dei mezzi di comunicazione di massa. Giri di parole, disumanizzazione, eufemismi e censure offrono degli scorci ideologici e parziali che mettono in discussione le radici stesse del diritto fondamentale di conoscere i fatti».

Durante l’inaugurazione l’artista libanese Omaya Malaeb si esibirà in un live set, trasmesso in diretta su Radio AlHara (https://www.radioalhara.net/), piattaforma di ascolto lanciata nel 2020 da un gruppo di amici palestinesi e giordani.

Malaeb proporrà una selezione di suoni che tessono un paesaggio sonoro di musica contemporanea evocativo del territorio medio-orientale, in cui memoria, resistenza e ritmo si intrecciano.

Se la mostra si confronta con le difficoltà del linguaggio e le modalità di rappresentazione dell’escalation militare tra Israele, Palestina e Libano, la composizione sonora dell’artista offre un contrappunto ambientale: uno spazio di presenza e risonanza.

Anche la musica diventa testimonianza, fluida, affettiva e generativa, occasione di incontro e riflessione.