«Non dipingerò più interni con uomini che leggono e donne che cuciono.
Dipingerò persone vive, che respirano e sentono e soffrono e amano.»
Al Centro Culturale Candiani di Mestre prosegue, fino a domenica 1° marzo, una mostra che propone una rinnovata lettura delle radici e dell’eredità di Edvard Munch (Loten 1863 – Oslo 1944), artista celebre però quasi sempre noto solo per alcune opere iconiche, in realtà uno dei grandi protagonisti delle rivoluzioni del secolo scorso, la cui lezione artistica e umana ha segnato l’intero Novecento. Il racconto dell’uomo del suo tempo capace di lasciare un segno nella società, specchio della cultura mitteleuropea e cittadino del mondo: tra i lunghi viaggi e soggiorni a Parigi, in Germania, in Belgio, in Italia, in una Europa esplosiva – quella del Salon des Refusées, dei Secessionisti, i giovani ribelli – raccolse antichi echi di Goya e Rembrandt, Redon e Toulouse-Lautrec, fino a Van Gogh e Gauguin, le influenze del Simbolismo e Postimpressionismo per poi lasciare il suo inconfondibile segno, punto di riferimento fondamentale per le rivoluzioni artistiche europee tra la fine del Diciannovesimo e l’inizio del Ventesimo secolo. Fondamentale per lui fu la produzione grafica tanto che, per lungo tempo in Europa, soprattutto in Italia, era noto quasi solo per le sue incisioni. Ca’ Pesaro conserva quattro celebri esemplari realizzati con tecniche diverse (puntasecca, acquatinta, acquaforte e litografia) e il segno distintivo, fin da subito, fu quello di marcare con ferocia i volti e le figure, con un’espressività che li rende quasi mostri con gli occhi vuoti, scavati, chiusi in spazi che sembrano collassare uno sull’altro o descritti in luoghi desolati e torbidi.

Introspettivo certo, ma anche partecipativo; solo, nella sua inquietudine, ma non isolato; tanti i suoi legami con autori, artisti, letterati contemporanei – Ibsen fra tutti, di cui illustrò le opere teatrali – che ne stimolarono il pensiero, la rivoluzione grafica e iconografica, la vita. Ancora, le nuove sonorità pittoriche, lo spirito nordico che entra in Europa e influenza le secessioni: Munch è il suo tempo, ed è il nostro perché quell’urlo espressionista, che nasce dal corpo e rende l’arte totalizzante, carica di dolore, memoria, denuncia, non si è mai esaurito.
Il progetto espositivo ideato da Fondazione Musei Civici per il Centro Culturale Candiani, curato da Elisabetta Barisoni e accompagnato da un catalogo edito da Lineadacqua, è suddivio in sette sezioni, prende avvio dalle quattro opere grafiche – Angoscia, L’urna, La fanciulla e la morte, Ceneri – e il Maestro norvegese diviene la guida per una nuova avventura di scoperta dell’arte del nostro tempo, nel segno della rivoluzione espressionista, per riconnetterlo sia con le correnti artistiche dalle quali partì, sia quelle che lui ispirò nei decenni successivi. Un intreccio di rimandi e risonanze, dalla drammaticità della grafica di Waldemar e dalle atmosfere simboliste e secessioniste che emergono nei volti sospesi di Franz von Stuck e nelle maschere ironiche di James Ensor, le prime sezioni della mostra arrivano fino agli echi inquietanti del Simbolismo italiano e belga. L’occasione per scoprire un Munch meno noto, attraverso il monumentale dipinto Due vecchi (in prestito da Stoccolma), opera che rimanda a una fase della produzione più luminosa e più vicina ai richiami postimpressionisti.

L’esposizione delinea anche quanto l’artista abbia influenzato le visioni dolorose, inquiete, angoscianti e drammatiche delle generazioni successive, fino alle contemporanee. Nella sala dedicata all’Espressionismo tedesco, il linguaggio si fa più duro e tagliente, mentre la denuncia diventa più esplicita: i paesaggi deformati e le figure di Otto Dix e Max Beckmann incarnano il dramma collettivo della Repubblica di Weimar e delle tensioni europee tra le due guerre mondiali.
La violenza espressionista divenne, nel corso del Ventesimo secolo, strumento di grido, disagio e denuncia, assumendo i contorni di un urlo che esprimeva la tragedia delle guerre e delle degenerazioni umane; per questo, il percorso, conduce il visitatore verso il presente, dove l’eco dei demoni, dei vampiri e dei ritratti inquieti continua a risuonare.
Le installazioni di Tony Oursler, le performance di Marina Abramović e la denuncia di Shirin Neshat testimoniano come l’eredità di Munch rimanga viva, capace di dare forma al dolore, alla violenza e alla solitudine che ancora attraversano i nostri giorni.