Duplice appuntamento con Marino Marini a Pistoia. La città toscana dedica due interessanti mostre al grande scultore italiano del Novecento che qui ha avuto i propri natali, e che costituiscono due eventi cruciali delle celebrazioni di Pistoia Capitale Italiana della Cultura 2017.
La prima, a Palazzo Fabroni fino al 7 gennaio, si intitola Marino Marini. Passioni visive. Confronti con i capolavori della scultura dagli etruschi a Henry Moore. Si tratta della più organica retrospettiva realizzata fino ad oggi sull’artista, che ha l’obiettivo di conferirgli una giusta collocazione nella storia della scultura, contestualizzando il suo lavoro nelle vicende del modernismo novecentesco internazionale.

Sotto la curatela di Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi, le dieci sezioni che formano il percorso di visita ripercorrono la carriera dell’artista in tutte le sue fasi creative, dagli anni Venti agli anni Sessanta del XX secolo, secondo un percorso tematico e cronologico.
A fianco dei lavori di Marino Marini, a rendere la mostra ancora più interessante, una selezione di sculture che furono per lui d’ispirazione, che spaziano nel tempo e danno vita ad un dialogo ricco di suggestioni.
L’esposizione rende ben visibile da un lato il recupero consapevole, come in altri artisti della sua generazione, della scultura del passato – dall’antichità egizia a quella della greca, etrusca e persino cinese, dalla scultura medievale a quella del Rinascimento e dell’Ottocento – e dall’altro la produzione plastica dei grandi scultori a lui contemporanei, con i quali spesso strinse legami di profonda amicizia. Un’attitudine al confronto felice e proficua che ha caratterizzato l’intero arco della carriera di Marini, da cui ha avuto origine il suo stile originale all’interno del panorama artistico del Novecento.

La mostra si apre con le sue sculture degli esordi, affiancati da canopi etruschi, busti rinascimentali e greco-arcaici, ai quali evidentemente si richiamò.

Verso la metà degli anni Trenta l’artista dedica particolare attenzione al tema del nudo maschile, incarnato ora da un Nuotatore, ora da un Pugile, figure di sportivi dove il corpo di per sé acquista un ruolo di primo piano, e che per lui altro non sono che un pretesto per rappresentare la figura virile nuda, dalla forte valenza volumetrica e plastica. Tuttavia nelle due sculture lignee – e raro è l’utilizzo del legno per le sculture all’epoca – Marini si sofferma anche sul lato umano del personaggio, da un lato la concentrazione del Nuotatore e dall’altro la sofferenza fisica ed emotiva del Pugile dopo una sconfitta. Questo soggetto scultoreo era tornato in quel periodo fortemente in voga, come emerge dall’accostamento dei lavori in bronzo con lo stesso soggetto di Arturo Martini (Tobiolo), suo maestro ideale, e Giacomo Manzù (David), realizzati in questi stessi anni.

A queste date, in parallelo Marino Marini reinterpreta il ritratto in scultura: partendo da modelli del passato, in particolare dall’arte egizia, da cui attinge a volumetria pura, intrinsecamente monumentale, egli approda a forme nuove, stilizzate ed espressive.

La sezione successiva si concentra sui primi grandi Cavalieri di bronzo dei secondi anni Trenta. E’ il soggetto per eccellenza legato alla fama di Marino Marini, che lo affronterà lungo tutto l’arco della sua carriera, con risultati molto diversi. In questa fase, gli esiti risultano piuttosto pacati, quasi impassibili, elementi che se da un lato furono criticati per il sovvertimento dei canoni rispetto alla tradizionale iconografia, dall’altro furono molto apprezzati per la loro originalità da alcuni raffinati ammiratori.

Progressivamente, le sue sculture assumono forme più allungate e sintetiche. Ci troviamo di fronte ad una nuova versione della figura virile, dove un Icaro precipita dal cielo in caduta libera, con braccia e gambe spiegate, e dialoga con un Cristo Crocifisso trecentesco, con gli stessi arti stilizzati e distesi.

Ancora il corpo umano, stavolta quello femminile. Le Pomone sono per Marino Marini un altro tema celeberrimo. Punto di partenza nell’affrontare il soggetto è per l’artista un post-classicismo che si pone sulla via dell’astrazione, in mostra ben rappresentato dai nudi di donna di Ernesto dei Fiori, di Aristide Maillol e, soprattutto, di Auguste Rodin nella sua fase più matura ed espressionista.
Marino stesso ricorda con entusiasmo di aver incontrato Rodin a Firenze nel 1915, quando aveva appena quattordici anni. Avrebbe poi approfondito la conoscenza delle sue opere, assumendo un atteggiamento in controtendenza. Proprio quando, all’inizio degli anni Quaranta, la maggior parte degli scultori in Italia e in Europa sembrava voler abbandonare la lezione di Rodin, egli invece decide di rivisitarla per dare vita a qualcosa di nuovo. Viene sedotto dai giochi di luce e ombra che investono la superficie dei corpi dello scultore francese, dalle pose libere nello spazio e dalle figure mutilate, frammentarie.

E’ una suggestione profonda che prosegue anche in seguito, quando Marino si rifugia in Svizzera per fuggire dal conflitto bellico. La guerra lo segna profondamente e lo conduce ad esiti di sempre più accentuato espressionismo. In questi anni (1942-1946) egli guarda anche al primo Rinascimento di Donatello, altra sua ‘passione visiva’ di grande rilievo: attratto dalla scultura medievale, Marini rimane fortemente sedotto dalla matrice gotica che l’artista fiorentino aveva reinterpretato in modo nuovo, con drammatico realismo. Questo riferimento è rappresentato in mostra dal busto di Niccolò da Uzzano del Bargello, fino a non molto tempo fa ritenuto di Donatello e oggi assegnato a Desiderio da Settignano, con il quale i busti mariniani instaurano evidenti affinità.

Questi esiti si riscontrano in altre tematiche, come il Cavallo e cavaliere. Le sue ricerche post-belliche daranno luogo a forme sempre più astratte ed espressioniste. Dopo la sua prima mostra personale a New York nel 1950, le opere di Marino Marini di tal soggetto saranno motivo d’interesse del collezionismo internazionale e saranno determinanti per conferirgli una posizione di primo piano nella scultura contemporanea di figura. La sala dedicata a questo fase della sua attività è estremamente suggestiva: accanto ai Cavalieri mariniani ecco i loro antenati, cavalli e cavalieri di epoche passate e di luoghi lontani, dalle civiltà del Mediterraneo all’antica Cina.

Stessi risultati anche sul piano della ritrattistica, altro genere in cui Marino Marini eccelle, al punto di essere considerato il più grande ritrattista-scultore del Novecento. Egli dà origine ad un nuovo linguaggio visivo che punta tutto sulla resa espressiva del volto umano: nel Dopoguerra l’artista coniuga la scomposizione cubista delle forme con la deformazione espressionista. Nella sala dedicata a questo tema, a confronto teste di civiltà antiche con quelle di alcuni grandi artisti contemporanei.

Ed ecco di nuovo il Cavaliere, nei suoi esiti estremi, adesso disarcionato. Il soggetto è divenuto quasi irriconoscibile e costituisce un motivo di pura ricerca spaziale, come testimonia la sezione dedicata ai cosiddetti Miracoli. Le parole di Marino Marini, estratte dai suoi Pensieri sull’arte, spiegano in modo molto preciso la ‘passione visiva’ per questa particolare tematica: “In fondo l’amore per il cavallo è una ricerca in me di una certa architettura che mi ha interessato. La forma del cavallo è l’opposto di quella dell’uomo: è una forma orizzontale, la forma dell’uomo è verticale. Queste due idee architettoniche mi hanno suggerito di indagare e di continuare a lavorare su questa idea. Tuttavia questa idea cambia, perché in un certo momento nasce serena e tranquilla ma attraverso gli anni diventa estremamente inquieta ed espressionista. Anticamente si pensava sempre che l’uomo a cavallo era il personaggio che poteva discutere, dire e dare degli ordini; invece oggi non è più così, esiste un’idea più tragica della cosa, esiste un’idea di distruzione della cosa, tant’è vero che i miei ultimi elementi dell’uomo a cavallo si riducono a delle forme liberissime. Si perde il senso architettonico della cosa: il cavallo e il cavaliere creano una croce precisa e matematica, ma tutto ad un tratto questa croce si distrugge, si sfa, per dar vita a una struttura, a una costruzione più irregolare, più libera”.

A chiudere la mostra i piccoli e grandi Guerrieri e le Figure coricate degli anni Cinquanta e Sessanta, dove si alternano, in modo complementare, la tradizione medievale toscana di Giovanni Pisano e le soluzioni sperimentali di Picasso ed Henry Moore.

Dopo la tappa pistoiese, la mostra si trasferirà alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, dove sarà visibile dal 27 gennaio al 1 maggio 2018.

Marino Marini non soltanto scultore.

Sempre fino al 7 gennaio, a Palazzo del Tau è in corso la seconda mostra che Pistoia dedica al suo grande artista, che viene presentato in questa sede da un altro punto di vista. Mirò e Marino. I colori del Mediterraneo nasce con il duplice intento di sottolineare da un lato l’anima pittorica di Marino Marini, come testimonia il cospicuo nucleo di tele presenti nella collezione permanente del museo che l’artista ha donato alla sua città, e dall’altro di far dialogare la sua opera con quella di altri artisti a lui contemporanei.

L’esposizione in corso lo ha avvicinato ad uno dei più rivoluzionari pittori del Novecento: Joan Mirò. Molteplici i motivi di questa scelta. Innanzitutto il profondo legame tra i due, un rapporto fatto sia di amicizia, sia di affinità sul piano artistico. Due lettere di Mirò presenti nell’epistolario di Marino hanno costituito il punto di partenza dell’esposizione, supportate da numerosi cataloghi monografici (ben 7) dedicati all’artista spagnolo presenti nella biblioteca “storica” di Marino Marini.

Sebbene i due artisti si distanzino per temi ed approcci, numerose sono le similitudini che il percorso di visita mette in luce, fin quasi, talvolta, a non riuscire più a distinguere quando si tratta di Marino e quando di Mirò. Le loro opere emanano alla pari vitalità ed energia, elementi espressi dall’uso della linea ma soprattutto dal colore. Entrambi fortemente affascinati dai colori del loro mare, il Mediterraneo. La calda natura delle terre diviene indelebile fonte di ispirazione, una natura fatta di cieli immensi, di mare infinito, e di luce abbagliante.
Entrambi, inoltre, ricercano la semplicità, spogliano la realtà di qualsiasi sovrastruttura, rifuggono la prospettiva e praticano la via dell’astrazione, per approdare ad un non spazio e ad un non tempo, per arrivare al vero senso delle cose.

Mirò e Marino entrano in contatto negli anni Cinquanta a Parigi, dove entrambi, insieme a Chagall, Picasso e altri grandi maestri contemporanei, frequentano l’atelier di Fernand Mourlot per stampare le loro litografie.
Entrambi amano dipingere le sculture, un omaggio agli antichi, ma espressione anche del loro spirito solare e ironico.Utilizzano solitamente colori primari, senza sfumature, stendendo il colore a larghe campiture con segni netti e decisi che definiscono forme isolate. Un vero e proprio inno alla vita espresso attraverso il colore, che altro non è che un grido di ribellione in anni di tragedie belliche che entrambi attraversano.

Per Marino Marini il colore costituisce la suggestione sensoriale dalla quale prende vita la sua opera, come sostiene lui stesso: “E’ il colore che mi dà la spinta e il sentimento per fare qualcosa di creativo. Così comincio con il colore e dopo il colore vedo una linea e vedo una forma”.

La selezione di dipinti e opere grafiche di Mirò vede la collaborazione con la Fondaciò Joan Mirò di Barcellona e la Fondaciò Pilar i Mirò a Mallorca, con Guastalla Centro Arte e con la casa d’aste Farsetti, oltre che con collezionisti privati che hanno reso possibile la realizzazione della mostra.

Dettagli

In copertina:
Marino Marini, Cavaliere, 1947, gesso originale policromo, cm 100x65x34, collezione privata
[particolare]

 

  • Marino nello studio di Tenero, 1944 con Bagnante (1943 gesso)
  • Marino Marini, Nuotatore, 1932
    legno, cm 113,5x43,2x50
    Museo Marino Marini, Firenze
  • Marino Marini, Cavaliere, 1947
    gesso originale policromo, cm 100x65x34
    Collezione privata
  • Marino Marini, Nudo, 1947
    bronzo, cm 79,6x26,9x18,2
  • Marino nello studio di Milano, 1957, con Danzatrice (1949, bronzo policromo) e Piccolo Cavaliere (1949, bronzo policormo)
  • Fondazione Marino Marini, Pistoia
  • Marino Marini, Ritratto di Fausto Melotti, 1937
    busto in cera su forma in gesso, cm 36,7x39x23
    Museo Marino Marini, Firenze
  • Marino Marini, Cavallo, 1953
    tempera e smalto su carta, cm 43x62
  • Joan Mirò, Barrio Chino, 1971,
    litografia originale a colori, cm 60,5x90
    Guastalla Centro Arte, Livorno
  • Marino Marini, Sintesi, 1960
    olio su tela, cm 199,5x184
     

 

Marino Marini. Passioni visive
Palazzo Fabroni, Pistoia

Mirò e Marino. I colori del Mediterraneo
Palazzo del Tau, Pistoia

Dove e quando

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Fino al: 20180107