Noi futuristi, Balla e Depero, vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all’invisibile, all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile. Troveremo degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo, poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione, per formare dei complessi plastici che metteremo in moto.
 (Ricostruzione Futurista dell’Universo, Manifesto firmato da Giacomo Balla e Fortunato Depero nel marzo 1915)

Aveva appena ventitré anni Fortunato Depero (era nato nel 1892 a Fondo, in Trentino) quando progettava un’arte totale che investisse tutti gli ambiti della creatività, anzi della vita umana, senza stabilire gerarchie e graduatorie; un progetto onnicomprensivo che spaziava dalla pittura alla musica, dal teatro alla moda, fino alla pubblicità e alla cucina. Punto di partenza, l’assemblaggio di materiali diversi con cui creare effetti visivi, sonori e tattili che definì “complessi plastici motorumoristici“.

Presso il Mart di Rovereto, la grande esposizione Depero new Depero esplora fino al 13 febbraio 2022 le sperimentazioni di questa poliedrica personalità e le influenze che le sue ricerche hanno avuto negli ambiti dell’arte, della moda e del design. La rassegna comprende circa cinquecento lavori tra dipinti, disegni, arazzi, mobili, oggetti, manifesti, fotografie, libri e riviste; una decina di video e film realizzati negli ultimi venti anni; fumetti e oggetti di design, tra cui i celebri prodotti realizzati per la Campari: dalla geniale bottiglietta a forma di megafono (oggetto-culto per i futuristi), che dopo un secolo resta tuttora invariata, a una lunga e variopinta serie di manifesti pubblicitari.

Negli ultimi anni di vita, l’artista crea a Rovereto – dove nel 1960 si concluderà la sua esistenza – la Galleria museo Depero, primo e unico museo futurista in Italia. Ampliata e restaurata, nel 2009 la Galleria diviene la Casa d’Arte Futurista Depero, dove si possono ammirare, esposti a rotazione, alcuni dei tremila pezzi lasciati dall’artista alla città: dipinti, disegni, tarsie in panno e altri materiali, grafiche, giocattoli, mobili, disegni, locandine, collage, manifesti e prodotti d’arte applicata.

Un mondo ibrido ed eterogeneo che riflette la particolare visione di Depero, per la quale l’arte non è un valore assoluto e astratto, ma una categoria applicabile anche alla produzione industriale e ai beni di consumo, unendo così l’aspetto estetico di un oggetto, la sua bellezza, con la componente tecnica e funzionale, analogamente ai principi che ispiravano negli stessi anni gli artisti del Bauhaus.

La rassegna in corso al Mart prende avvio dall’acquisizione, avvenuta all’inizio degli anni Ottanta del Novecento, delle ricostruzioni di due scenografie che Depero aveva realizzato per I Balli Plastici e Le chant du rossignol: straordinarie creazioni per il teatro, tanto d’avanguardia che per le scene e i costumi de Le chant du rossignol l’impresario dei Balletti Russi, Djaghilev, preferì affidarsi a Matisse. È proprio dagli anni Ottanta che il mondo dell’arte inizia a interessarsi al Futurismo: in quel periodo, due importanti mostre portarono alla ribalta un movimento sul quale fino a quel momento aveva pesato la compromissione con il regime fascista di alcuni suoi rappresentanti. Tra questi, un personaggio poliedrico e geniale come Depero, che incarnava l’apporto dato dal Futurismo a design, fumetto e grafica, attirava in particolare l’attenzione di maestri del design come Ettore Sottsass.

Ampio spazio è dedicato in mostra alla sofferta avventura americana di Depero: “W W W l’America futurista!” scrive nel 1928 al suo arrivo nel nuovo mondo, dove si confronta con le  “strette pareti regolarmente foracchiate, come pezzi di gigantesco scatolame turrito” dei grattacieli, e prova un senso di smarrimento davanti all’acciaio dai gelidi riflessi che gli sembra di incontrare ovunque, “per le strade, nelle case e nell’animo”. Della metropoli cerca di ricreare il rumore, il mescolarsi di suoni e voci che si accavallano in una babelica onomalingua, come la definisce.

A New York Depero lavora per il teatro, ideando scenografie e costumi, nella pubblicità e nell’illustrazione per riviste come Vogue e Vanity Fair; rimane affascinato dalle vetrine della Quinta Strada che gli appaiono “di una modernità azzardata: costruzionismo dinamico e cromatico, decorativismo espresso con i materiali più contrastanti“.

Queste impressioni si riflettono sulle sue realizzazioni grafiche, di impostazione costruttivista, in cui il bianco dello sfondo gioca con il rosso e il nero dei caratteri di stile Déco:  un esempio significativo sono le pagine con cui pubblicizza la Depero’s Futurist House, allestita in una stanza del New Transit Hotel, nel tentativo di esportare a New York l’idea che animava la casa d’arte di Rovereto.

Dell’avventura americana, terminata forzatamente per la grande crisi del 1929, restano le “tavole parolibere” nelle quali sono immortalati i luoghi che forse più avevano colpito Depero a contatto con la New Babel, come definisce la grande metropoli: le luci dei teatri di Broadway, la metropolitana con le sue fiumane che si riversano nei meandri di quella “città sotto la città” e la fantasmagoria di colori del luna park di Coney Island, subendo la fascinazione della pubblicità presente ovunque. Scrive: “L’arte della pubblicità è un’arte decisamente colorata, obbligata alla sintesi. Arte fascinatrice che arditamente si piazzò sui muri, sulle facciate dei palazzi, nelle vetrine, nei treni, sui pavimenti delle strade, dappertutto. […] Arte libera da ogni vincolo accademico. Arte gioconda, spavalda, esilarante, ottimistica“.

Particolarmente felice appare l’allestimento della mostra di Rovereto, che stabilisce un dialogo fra le opere di Depero e le strutture del Mart, trasformate in una scatola magica: vi si esalta quel trionfo cromatico che rappresenta la sigla caratteristica delle creazioni di Depero, con accostamenti audaci e un uso “piatto” del colore, privo di ombre e sfumature. Scrive l’artista nel 1919: “m’imposi uno stile piatto, semplice, geometrico, meccanico. Linea precisa, forma chiara e colore complementare, piatto o a curvature sfumate, sferiche e cilindriche“; appare nelle parole di Depero la piena consapevolezza dell’effetto dirompente che ebbe il futurismo sulla scena dell’arte: “i futuristi stilizzarono le loro composizioni con uno stile violentemente colorato; con una plastica riassuntiva e geometrica moltiplicarono e scomposero i ritmi degli oggetti e dei paesaggi per accrescere la dinamicità e per rendere efficace la loro idea veloce, il loro stato d’animo e la loro concezione – a contatto continuo con il paesaggio d’acciaio, di luce e di cemento dei nostri tempi“.1
Un effetto dirompente la cui onda lunga sarebbe arrivata fino agli artisti del Pop americano.

Dettagli

Didascalie immagini

  1. Depero, Il corteo della Gran Bambola, 1920, Mart, Fondo Depero
  2. Depero, Manifesto pubblicitario Casa d’Arte Depero, 1921, Mart, Fondo Depero
  3. Depero, Costruzione pubblicitaria Campari (Plastico pubblicitario Campari), 1926, Mart, Fondo Depero
  4. Depero, Costume cifrato, 1929, Mart, Fondo Depero
  5. Depero, Grattacieli e tunnel, 1930, Mart, Fondo Depero
  6. Depero, Bozzetto di copertina per Vanity Fair, 1929-1930, Mart, Fondo Depero
  7. Depero, Bozzetto di locandina Depero Futurist House (Depero Futurist House), 1929-1930, Mart, Fondo Depero
  8. Depero, The New Babel (Scenario plastico mobile), 1930, Mart, Fondo Depero
  9. Due vedute della mostra Depero new Depero
    foto Mart

In copertina

Depero, Festa della sedia, 1927, Mart, Fondo Depero
[particolare]

Note

1 Fortunato Depero, il futurismo e l’arte pubblicitaria, glorie, prodotti e arte del passato e del presente. stile futurista – precursori – plagiari