Ricorre quest’anno il cinquantenario della morte di Giuseppe Capogrossi, uno dei padri della pittura informale e dell’arte italiana del Novecento. La ricorrenza dà l’avvio ad una serie di iniziative diffuse sul territorio italiano avviatesi con l’inaugurazione di una esposizione importante alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, dal titolo Capogrossi. Dietro le quinte, a cura di Francesca Romana Morelli, realizzata in collaborazione con la Fondazione Archivio Capogrossi.
Il programma di eventi proseguirà dal mese di ottobre con una mostra diffusa sul territorio italiano, sezione curata da Patrizia Rosazza Ferraris: circa venticinque i musei e le istituzioni italiane che conservano nelle collezioni opere di Capogrossi e aderiscono all’iniziativa. Ognuna parteciperà mettendo in risalto le proprie opere attraverso incontri, conferenze, laboratori.

La mostra presenta una selezione di oltre trenta dipinti e una ventina di opere su carta che provengono da collezioni private, dalla collezione della Galleria stessa e dalla Fondazione Archivio Capogrossi. Proprio queste ultime istituzioni hanno fornito documenti d’archivio, come ritratti fotografici dell’artista con personaggi di spicco dell’epoca, cataloghi di mostre, riviste, lettere e articoli di giornale, per ricostruire le relazioni e le situazioni della vita dell’artista.
Molte sono le opere non esposte da lungo tempo. L’Autoritratto con Emanuele Cavalli, del 1927, ci fa incontrare uno dei suoi sodali e primi compagni di avventura, conosciuto nel 1923 alla scuola di nudo del pittore Felice Carena, suo primo vero maestro. Non molto mostrato anche Il Paesaggio invernale del 1935, di proprietà Unicredit: una visuale di case riprese dalla terrazza in cima a una palazzina del quartiere Prati a Roma, dove Capogrossi aveva il suo studio, che è anche una simbolica e solitaria messa in scena della vita umana.

Inoltre, l’esposizione presenta la straordinaria Superficie 76 bis (1954-1958), i cui segni si dispongono in modo articolato, creando degli spazi vuoti che hanno un peso determinante nella struttura compositiva; l’essenziale ed enigmatica Superficie 538 (1961), caratterizzata da un piano nero che si incardina su rapporti e forze in atto nello spazio, potenziati dalle proprietà del colore e da sottili gradi di luminosità e opacità dei pigmenti neri, interrotti diagonalmente da una fenditura bianca, su cui esercita una forza dinamica la combinazione di segni neri e di più grandi arancioni.

Infine, un’imponente marouflage, una tecnica mista su carta intelata, verticale, la Superficie 419 del 1950 circa, il cui carattere bidimensionale è accentuato da una griglia su cui poggiano i segni grandi, che impongono un ordine ai segni più piccoli, e Superficie 106 (1954) un’opera di forma ovale, intesa dall’artista come una forma continua, che contiene al suo interno una struttura compositiva in cerca di un raccordo con la dimensione visiva-sonora dello spazio esterno. Queste due ultime opere sono appartenute ai famosi architetti Luigi Moretti e Vincenzo ed Edoardo Monaco, che hanno avuto un ruolo determinante nella vicenda artistica e umana di Capogrossi. Il percorso espositivo è arricchito da una sala di opere dal formato ovale e una sala di Rilievi bianchi, ideati dall’artista negli anni sessanta, che dimostrano la sua inesauribile volontà di sperimentazione. Non ultimo, il grande arazzo Astratto (1963), ideato per la Turbonave Michelangelo.

Come sottolinea la curatrice Francesca Romana Morelli “la mostra è un excursus che intende stabilire un serrato dialogo tra la prima stagione pittorica dell’artista, culminata nel periodo tonale, con la fase successiva, in cui le opere funzionano come le tessere di un puzzle, che una volta incastrate tra di loro, senza seguire un ordine cronologico, ma piuttosto assonanze nella struttura compositiva, rendono visibile l’autentica fisionomia saturnina dell’artista, che dagli anni trenta, filtra la sua pittura con una logica e un rigore mentale, mostrando di essere sempre in ascolto di sé stesso e in costante osservazione del mondo esterno, rimanendo fuori da rotte consolidate”. Nel corso degli anni Trenta Capogrossi sarà spesso a Parigi, dove incontrerà il favore di critica e pubblico, approdando poi negli anni Quaranta ad una serie di temi come la figura femminile, le nature morte o i paesaggi, di cui isola un particolare e progressivamente lo mette al fuoco, rendendolo sempre più essenziale, fino a stravolgerlo.

Con il graduale abbandono della figurazione, approda a una unica forma-segno che coniugandosi in infinite variazioni costruisce lo spazio del quadro, rappresentazione simbolica di una interiore organizzazione spaziale. Da qui il passo è breve: lanciandosi nell’astrazione, fonda nel 1950 il Gruppo Origine con Burri, Colla e Ballocco. Il riconoscimento internazionale viene sancito dalla Biennale d’Arte di Venezia del 1954 dove Capogrossi ebbe una sala personale dedicata alla sua ricerca segnica, ed il suo nome diventerà internazionalmente l’emblema dell’arte italiana contemporanea.

Le sue stesse parole raccontano perfettamente le motivazioni di questo percorso evolutivo, che lo porterà ad abbandonare il linguaggio figurativo per intraprendere una ricerca basata sul colore e sulla ripetizione di segni di elementare semplicità. «Fin da principio infatti ho cercato di non contentarmi dell’apparenza della natura; ho sempre pensato che lo spazio è una realtà interna alla nostra coscienza, e mi sono proposto di definirlo. Al principio ho usato immagini naturali, paragoni o affinità derivate dal mondo visibile; poi ho cercato di esprimere direttamente il senso dello spazio che era dentro di me e che realizzavo compiendo gli atti di ogni giorno.» (Argan, Fagiolo, 1967)
La mostra inizia con una serie di disegni di corpi femminili, che partono in modo compiuto e tornito fino ad arrivare a nudi scarniti, simbolo e riflesso del vuoto che li circonda, bidimensionali nei loro accesi toni.

Le figure sono così dissolte in segni di colore, passo significativo verso la forma a tridente, cifra della sua arte informale. Aggregata in dimensioni e formazioni differenti, questa forma darà origine a composizioni in cui la mancanza di profondità sembra quasi elevarla ad entità arcaica, fuori dal tempo e dalla storia. Per questo i contrasti cromatici sono determinati dalle tonalità di colori primari, per arrivare ad essere resi con la semplice contrapposizione del bianco e del nero.

La mostra ci invoglia quindi a trovare un dialogo tra le opere, ad individuare i dettagli premonitori dell’opera del maestro ben prima della messa a punto del suo segno iconico, a lasciarsi andare verso l’astrazione, che può riportarci alle origini del nostro essere, proprio come ci racconta la curatrice: “I dipinti tonali e quelli segnici scelti per questa mostra funzionano pertanto come le tessere di un puzzle, che una volta incastrate tra loro senza seguire un rigoroso ordine cronologico, ma piuttosto la concezione formale, l’uso dello spazio e del colore, rendono visibile la vera fisionomia di Capogrossi che si rivela non un Giano bifronte, non un artista schizoide o sdoppiato, che all’improvviso nega trent’anni della sua storia ma un artista coerente, ben centrato rispetto alla sua ricerca, in ascolto di se stesso, che affida al processo della sua pittura l’obiettivo di trasformare il nostro modo di percepire la realtà.“
