Alle Gallerie d’Italia prosegue, fino a domenica 18 ottobre, una particolarissima mostra dedicata a un tema tra più affascinanti della storia dell’arte occidentale, la dialettica tra bellezza e bruttezza, paradigma indissolubile fin dall’antichità classica. Un viaggio nel cuore del Rinascimento per esplorare il sottile confine tra bello e brutto, tra armonia ideale e deformazione grottesca, tra natura e artificio. Curata da Chiara Rabbi Bernard con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli e realizzata in collaborazione con il Bozar – Centro per le Belle Arti di Bruxelles (dove è stata presentata per la prima volta lo scorso febbraio) è giunta a Milano con nuovi importanti prestiti internazionali riunendo oltre cento opere tra sculture, dipinti, disegni, manoscritti e arti decorative, così da mettere a confronto la tradizione italiana, influenzata dal modello classico e dall’ideale di perfezione, e le ricerche degli artisti dell’Europa settentrionale (in particolare fiamminghi), più attente alla dimensione realistica e alle anomalie del corpo.

L’evento espositivo indaga l’evoluzione del concetto del bello e del suo opposto tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento, mettendo in luce continuità, differenze e trasformazioni culturali. Il percorso evidenzia così come nel Rinascimento, bellezza e bruttezza diventino categorie complementari, capaci di definire insieme i limiti e le possibilità della rappresentazione umana. Tra gli artisti presenti figurano Ludovico Carracci, Bernardino Luini, Paolo Veronese, Tiziano Vecellio, Lorenzo Lotto, Sandro Botticelli, Tintoretto e Michelangelo Buonarroti.

La prima sezione è quindi dedicata all’eredità dell’antichità classica: nel Quindicesimo secolo gli artisti seguivano tali modelli vedendo la bellezza come armonia tra le parti, basata su proporzioni precise. La bruttezza, invece, era quanto si allontanasse da tali regole avvicinandosi alla realtà naturale. Poi, con la scoperta della Domus Aurea iniziò a diffondersi anche un’idea diversa di bruttezza, più fantastica e legata al grottesco, pertanto, accanto alle figure di bellezza ideale, come il Ritratto di Giulia Gonzaga attribuito a Tiziano o le Veneri rinascimentali, compaiono immagini di vecchiaia, mostruosità e grottesco, che rivelano come il “brutto” acquisisca una nuova dignità artistica.

La mostra prosegue con un approfondimento sul tema della bellezza femminile e del ritratto realistico nel Rinascimento che riflette il rapporto tra ideale e naturale: i profili ispirati all’antico sono realistici, mentre le “Belle” incarnano un ideale perfetto e, con l’influenza fiamminga e la posa a tre quarti, le figure diventano più dinamiche ed espressive. Una ulteriore sezione è dedicata a “Muse, Mostri e Prodigi”, ovvero figure reali o leggendarie dal carattere eccezionale, che diventano modelli iconografici. Personaggi come Simonetta Vespucci, celebrata per la sua bellezza, o il nano Morgante, percepiti come “mostruosi”, si trasformano in veri archetipi della cultura figurativa rinascimentale.

Nel Sedicesimo secolo il concetto di artificio diventa sempre più importante: l’arte può non solo correggere la natura, ma anche trasformarla fino a renderla mostruosa. A questo si affianca l’idea di grazia, una qualità che supera i rigidi canoni della proporzione e coinvolge anche l’interiorità e il comportamento, aprendo a una forma di bellezza alternativa. Ampio spazio è dedicato al tema del “farsi bella”, con la diffusione di trattati e ricettari cosmetici che definiscono e perseguono un ideale estetico preciso. In mostra pettini, specchi e pomandri evidenziano come il trucco, così come l’arte, intervenga sul corpo per perfezionarlo.

Tuttavia, l’uso di sostanze nocive poteva produrre effetti paradossali, trasformando i volti e mettendo in discussione il confine tra perfezione e deformità. Nel clima manierista, la crisi dei modelli assoluti favorisce una maggiore libertà creativa: l’arte abbandona l’imitazione della realtà e mette in discussione i canoni tradizionali. Artisti come Leonardo e Dürer aprono la strada a una nuova attenzione per il deforme e il caricaturale, facendo della bruttezza un soggetto autonomo. Nasce così il concetto di “bella bruttezza”, in cui anche il mostruoso, se ben rappresentato, può avere valore estetico.

Accompagnato da un catalogo Società Editrice Allemandi, con un ricco apparato di immagini e testi di approfondimento, il percorso si conclude con il tema delle coppie mal assortite, in cui bellezza e bruttezza sono rappresentate insieme nello stesso spazio visivo. In questo genere, affrontato già da Leonardo, il contrasto tra gli opposti diventa elemento espressivo fondamentale, rafforzando l’idea che bello e brutto si esaltino reciprocamente.