Nello Spazio Scoperte al secondo piano dei Musei Reali di Torino prosegue, fino a domenica 3 maggio, un altro confronto particolarmente interessante in un dialogo declinato alla comparazione formale e concettuale tra la pionieristica invenzione iconografica – elaborata da Beato Angelico intorno al 1425-1428 – nella rappresentazione del Giudizio Universale, conservata al Museo di San Marco a Firenze, e l’opera di Bartholomeus Spranger (Anversa 1546 – Praga 1611), ispirata al modello del frate domenicano ed eseguita tra il 1570 e il 1571 per papa Pio V, appartenente alle collezioni della Galleria Sabauda.
La mostra dossier Beato Angelico negli occhi di Bartholomeus Spranger. Giudizi Universali a confronto – frutto di un’attività di valorizzazione e ricerca di un gruppo di lavoro dei Musei Reali – consente quindi di indagare le modalità di ricezione, reinterpretazione e trasmissione di un prototipo figurativo focalizzando su continuità e trasformazioni del tema tra primo Rinascimento e Manierismo maturo dove, per molti versi agli antipodi della propria estetica, il pittore fiammingo sottolinea poeticamente l’adesione al modello con accelerazioni personali.

Il Giudizio Universale, dipinto a tempera e oro su tavola estremamente complesso, costituisce la prima rappresentazione nota di questo tema realizzata da Guido di Piero, che vi tornerà più volte in quanto, radicato nell’esagesi del Giudizio finale – ripresa dalla lettura della Città di Dio di sant’Agostino d’Ippona e tipica della tradizione teologica medievale – propone una struttura tripartita, dominata dalla figura di Cristo Giudice nel fulgore della gloria celeste, affiancato dalla Vergine, da San Giovanni Battista e da una schiera di santi. Nella parte inferiore, una doppia fila di sepolcri aperti separa i beati rappresentati sulla sinistra, che rendono grazie a Dio e vengono guidati dagli angeli verso la Gerusalemme celeste, dai dannati raffigurati sulla destra, sospinti dai demoni nelle profondità dell’Inferno, dove li attendono i castighi eterni. I dannati sono suddivisi in base ai peccati commessi, con una minuziosa descrizione delle torture inflitte e, al centro della scena infernale, domina la figura di Lucifero, fulcro visivo e simbolico della condanna.

Bartholomeus Spranger, fra i principali artefici del tardo Manierismo internazionale, con uno stile elegante e ricercato si affermò nelle più importanti corti europee tra la seconda metà del Cinquecento e i primi decenni del secolo successivo. Dopo il periodo di formazione ad Anversa proseguì in Francia e arrivò in Italia nel 1565, soggiornando a Milano e a Parma, prima di stabilirsi a Roma, dove entrò nella cerchia del cardinale Alessandro Farnese e, dal 1570 al 1572, lavorò per la Santa Sede. Dal 1575 la carriera proseguirà alle corti di Vienna e Praga, dove fu attivo per l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, dedicandosi a soggetti mitologici e letterari caratterizzati da estrema raffinatezza formale e potente sensualità. Il suo Giudizio Universale venne eseguito a Roma, durante il periodo al servizio del pontefice Antonio Ghislieri. L’opera – destinata al convento domenicano di Santa Croce di Bosco Marengo, paese natale del papa – venne realizzata a olio su rame mantenendo l’impianto iconografico e la complessità decorativa delle invenzioni di Beato Angelico, ma interpretate attraverso una sensibilità aggiornata, attenta alle prescrizioni della Controriforma, optando per una tavolozza più naturale. Nel Paradiso terrestre, a sinistra, tra i personaggi destinati alla salvezza, è riconoscibile anche il volto di Pio V, raffigurato con camauro e mozzetta in velluto rosso, come nei suoi più noti ritratti ufficiali.

Pertanto, la reale possibilità di approfondimento degli aspetti è di particolare interesse e, nella prima sala, i pannelli con le riproduzioni delle due versioni del Giudizio, corredate da didascalie, permettono di orientarsi negli spazi ultraterreni e di riconoscere i soggetti raffigurati. Invece, nella seconda sala, sono presentati i risultati di alcune indagini scientifiche non invasive apparendo evidente come, complessivamente, le due tavolozze siano molto simili e ricche di materiali pregiati: il blu oltremare (pigmento ricavato dai lapislazzuli), il rosso cinabro e le lacche rosse estratte da insetti. Differenza sostanziale, invece, l’uso dell’oro dell’Angelico, sostituito da Spranger con un pigmento, il giallorino. Ulteriore focus riguarda la tecnica esecutiva delle dorature utilizzata nella tavola della Madonna dell’Umiltà (capolavoro maturo del frate-artista, entrato nelle collezioni sabaude nell’Ottocento).
La mostra si completa con un video realizzato da Stefano P. Testa per Lab80 film e testo di Alessandro Uccelli.