In corso e fino al 28 gennaio 2018 la nuova stagione espositiva del Centro Pecci presenta, per la prima volta dopo la recente riapertura, la sua collezione permanente, la più importante raccolta pubblica di arte contemporanea di Prato e della Toscana. Dalla caverna alla luna. Viaggio dentro la collezione del Centro Pecci , questo il titolo della mostra, è una sintesi significativa, a cura di Stefano Pezzato, dell’espressione artistica dell’ultimo cinquantennio, frutto del collezionismo della famiglia Pecci insieme alle effettive opportunità di acquisizione dei sette direttori e dei vari curatori che si sono susseguiti alla guida del museo nei suoi 30 anni di vita; uno spaccato di ciò che è stato prodotto e lasciato da grandi e piccole esposizioni del passato, cui si aggiungono per l’occasione alcune opere mai esposte prima o di recente acquisizione dell’istituto museale.

In mostra circa 80 sulle oltre 1100 opere custodite dal Pecci, rappresentative di 60 artisti italiani ed internazionali sui 310 raccolti dalla nascita dell’istituto nel 1998 fino ad oggi, fra cui installazioni ambientali che costituiscono l’attuale fulcro di sezioni espositive, opere video e una serie di azioni e performances d’artista riattivate e inserite nella raccolta.
Julian Schnabel, Ri de Pomme, 1988
Dopo La fine del mondo, con cui il Pecci ha riaperto l’attività espositiva nel 2016 e che ha suscitato grande interesse di critica e pubblico richiamando oltre 65.000 visitatori, questa nuova esposizione è una sorta di dialogo a distanza con quella trascorsa, puntando anche questa volta sul coinvolgimento diretto dello spettatore.
Un’affascinante immersione fra forme artistiche diverse tra loro che si sviluppano e nel tempo e nello spazio, come video, azioni e performances, un percorso in divenire, un invito a fare esperienza diretta, ad entrare dentro la collezione del Centro Pecci, come recita il sottotitolo della mostra, per lasciarsi stimolare dall’incontro con le opere o lasciarsi coinvolgere dalle combinazioni proposte, che dà luogo ad una visita ricca di suggestioni e rivelazioni.

L’itinerario di visita, che si articola fra l’ala grande del nuovo edificio rinnovato da Maurice Nio e in metà della struttura originaria progettata da Italo Gamberini, è suddiviso in otto sezioni collegate dialogicamente attraverso spettacolari evidenze, spettacolari relazioni inedite e raffronti originali fra le opere che inglobano oppure evitano di volta in volta combinazioni filologiche per generi artistici, gruppi stilistici o cronologia storica, e seguono un unico filo rosso: spazio, corpo, performatività.
Un tragitto ideale, ‘Dalla caverna alla luna’, confrontando ipoteticamente il luogo più lontano nel tempo dove l’uomo si è riparato all’alba dei tempi e dove ha dato vita alle prime espressioni artistiche e il posto più distante nello spazio dove l’uomo si è spinto fisicamente o proiettato in direzione di un infinito virtuale o spirituale”, si legge nel catalogo (SilvanaEditoriale), un cortocircuito spazio-temporale ispirato da opere emblematiche, quali la Caverna dell’antimateria di Pinot Gallizio (1958-59) e la Luna di Fabio Mauri (1968), fulcri tematici della mostra.
Superstudio, Supersuperficie, 1971/2011
Due imponenti progetti site specific rimasti dalla scorsa esposizione La fine del mondo (2016), fanno inoltre da poli al nuovo percorso espositivo: in apertura, il catartico percorso a ritroso immerso nel monumentale “Trascorrendor” del brasiliano Henrique Oliveira, pensato come compenetrazione di architettura e natura, e in appendice l’incommensurabile pavimento “stellato” calpestatile del cubano Carlos Garacoa, due progetti speciali fanno riferimento anch’essi ai termini spazio-temporali proposti nel titolo dell’esposizione (Dalla caverna alla luna) e che inseriscono nel percorso elementi di trasfigurazione ambientale, rispettivamente la metamorfosi tra architettura e natura, e l’ambiguità di una visione aerea notturna, distorsione fra geometria urbana e astrazione cosmica.

Tra di essi si inseriscono numerose importanti opere della collezione, a partire dall’esplorazione fotografica, di grande formato: da un lato Maria Mulas immortala, nel corso di due decenni di lavoro (1974/1994), i volti dei maggiori esponenti della cultura artistica della seconda metà del Novecento, dall’altro Massimo Vitali testimonia la pratica contemporanea del tempo libero trascorso all’aperto, inquadrando un’attività culturale collettiva, come la festa nazionale del nuovo millennio lungo il meridiano di Parigi (Pic-Nic Allée, 2000), che rievoca i passatempi mondani en plein air degli impressionisti.
A seguire, la dinamica ed alchemica Canoa sospesa di Gilberto Zorio (1984), scomposta a metà e rimontata in tensione aerodinamica per mezzo di un arco, che coniuga l’evocazione del flusso energetico con l’esperimento della conduzione elettrica e la metafora del viaggio; l’imponente Ri de Pomme dell’americano Julian Schnabel, realizzato con un telone da camion dipinto (1988) sul quale suggerisce lo scorrere di immagini e parole in un “senso nautico” di rappresentazione; il trittico Solo (Made in Madras) dell’inglese David Tremlett (1985), che attraverso pastelli stesi a mano rielabora e traduce in forme astratte esperienze vissute, incentrate sulla dimensione interiore e, di nuovo, sull’immaginario del viaggio. Si tratta di tre opere significative di artisti a cui in passato il Centro Pecci ha dedicato mostre personali, casi esemplari di pratiche artistiche degli anni Ottanta del Novecento, proprio quando ha avuto inizio la storia della collezione ed è nato il Centro Pecci.
Fabrizio Corneli, Pelle di Luce I, 2001/2011
Arte contemporanea è anche ricerca di nuove tecniche esecutive ed è la luce quella utilizzata dal fiorentino Fabrizio Corneli, sostanza immateriale e impalpabile che dà vita a immagini oniriche, come Pelle di luce I (2001/2011), una sagoma umana quasi angelica proiettata su parete, che con la sua particolare poesia suscita meraviglia e illusione.

Fuoco e metallo sono invece gli elementi ispiratori del lavoro di Jannis Kounellis: nell’opera Senza titolo (1985-1995), le lame conficcate nella lastra di ferro a cornice insieme alle fiamme vive esprimono l’energia generatrice e la forza purificatrice di questi elementi mitici e simbolici dell’antica cultura mediterranea.
Riferimenti ancestrali si ritrovano anche in Senza titolo (montagna) nel bassorilievo in metallo di Enzo Cucchi (1998), il monumentale polittico in lamiera e gomma che ha le sembianze di un moderno bassorilievo montuoso sprofondato nell’oscurità ma da cui, al centro, emerge una macchia bianca che produce un effetto di profondità della massa scura ed innesca un’eco all’interno di essa. Per Cucchi “i lavori sono come delle enormi caverne… dove c’è la possibilità di reinventare tutto”, si legge nel testo in catalogo.
Una linea guida condivisa anche da Pinot Gallizio nella già anticipata Caverna dell’antimateria (1958-59), un’alchemica opera ambientale dove la pittura disintegrata e bombardata è stesa in rotoli su tutte le pareti, sul soffitto e sul pavimento per prefigurare un ‘antimondo’, “la preistoria della cosiddetta era atomica”.

Con la curiosità del viandante, lo spettatore prosegue il suo viaggio partecipando alla insaziabile sete di conoscenza degli artisti, che attraverso le loro opere esprimono una inappagabile voglia di nutrirsi, di arricchirsi ed esprimersi alla fonte della vita. L’indagine si sposta sui segreti della materia, approfondisce il fascino delle mutazioni, l’energia di evoluzioni fisiche o spirituali.
Così, La spirale appare (1990) di Mario Merz è un’opera ‘totale’ che avvolge organicamente lo spazio, attraverso una natura inarrestabile eppure fragile, che pone in contrasto col disordinato rumore quotidiano della società; emblematica la successione di Fibonacci che, insieme alla forma a spirale, rappresenta per l’artista il simbolo dell’energia vitale e della crescita naturale.
Quattro dischi di ferro disposti secondo un rapporto aureo vanno a creare un anello d’oro, centro immateriale e simbolico che diviene fulcro della Stella di Remo Salvadori (1998), da cui si sprigiona la forza vitale dell’ordine geometrico proporzionale, con una struttura spiraliforme che richiama quella che alcune foglie o infiorescenze assumono per ottimizzare l’assorbimento della luce – e quindi dell’energia – da cui dipende la vita della pianta.

Rimanendo in tema di natura, il fiammingo Jan Fabre affronta il tema delle Metamorfosi (1979) in riferimento al mondo degli insetti e all’eredità del bisnonno entomologo, ed esprime attraverso una serie di disegni una condizione esistenziale in precario equilibrio tra volontà e necessità, in bilico tra la vita e la morte, tra la memoria del passato e l’evidenza del presente.
Un assemblaggio di moduli d’acciaio dà vita agli Steelorbitalcocoons di Loris Cecchini (2009), a metà tra la proliferazione naturale e la concrezione minerale, dove si approfondisce la ricerca sulla materia associata a forme e tipologie di crescita organica e aggregazione cellulare, una sorta di nuova invenzione artificiale dell’organismo naturale.
Andy Warhol, Jacqueline, 1964
L’itinerario di visita approfondisce dunque il tema del corpo e dell’identità umana, ma anche quello dell’ambiente, immaginato e trasfigurato secondo visioni immaginifiche.
La Supersuperficie (1971/2011) è un microambiente pensato dal gruppo fiorentino Superstudio che individua “un modello alternativo di vita sulla terra” con l’intento di rifondare l’assetto urbano, secondo una concezione di “architettura non fisica”, una forma di ribellione alla regola costruttiva tradizionale per lasciarsi guidare dalla creatività umana, ad esempio inserendo gli effetti illusionistici degli specchi o affidandosi all’evasione nel ‘kitch’.
La Jacqueline dell’americano Andy Warhol (1964), emblema femminile solitamente associata ad un’icona Pop, ha in questo caso un altro significato: un ritratto di Jackie Kennedy al funerale del marito assassinato, ripreso dalla rivista “Life”, che trasforma la donna affascinante e seducente, modello di stile femminile, nella tragica immagine della vedova del presidente degli USA, nel momento del suo compianto, con un richiamo al tema sacro del sacrificio e del martirio.
E ancora, il dialettico Multibed#1 (1992) dell’americano Vito Acconci invita a riflettere sulla funzione dello spazio a partire da un letto, che da luogo di riposo e di piacere approfondisce il tema dell’esplorazione del corpo e sulle diverse possibilità di interazione fisica e interpersonale, che possono accompagnare comportamenti tra l’agonistico e il rituale o situazioni plastiche ambigue e intriganti che possono caricarsi di tensione e di violenza.
L’analisi sulla concezione dello spazio è al centro anche dell’ Uomo nudo di schiena di Michelangelo Pistoletto (1962-1987), un quadro “specchiante”, nel quale è riprodotta una figura nuda di spalle a grandezza naturale dove viene riflessa l’immagine dello spettatore, che diviene quindi parte integrante dell’opera, innescando un cortocircuito fra arte e vita in quanto opera e spettatore si fondono in un tutt’uno.

La novità e il passaggio all’inconsueto, la fusione originale e inedita di elementi diversi, il superamento del limite di ciò che è noto per aprirsi all’ignoto sono gli elementi che contraddistinguono le opere a seguire.
Rievocando l’omonimo saggio che Tommaso Campanella all’inizio del Seicento dedicò ad una città ideale, la Città del sole di Marco Bagnoli (1987-1997) è un progetto che propone sotto forma di mappa geometrica uno schema di X ripetute, detto a “quinconce”, da cui deriva la disposizione di piante per far sì che siano sempre esposte alla luce. A completare il progetto una banda verticale rossa illuminata è associata al concetto di soglia, di apertura e quindi per estensione di sapienza e comprensione.
Marco Bagnoli, Città del Sole, 1987/1997
Il feltro inciso e appeso “Senza titolo” di Richard Morris (1993), versione ridotta della famosa serie inaugurata dall’artista americano nel 1968, combina la semplicità della forma elementare alla tensione elastica della materia, la natura fisica della sospensione all’immagine anatomica e epidermica del suo sviluppo. Morris presenta l’opera come mero “oggetto”, pura sostanza e pura forma.
In mostra anche Irregular tower, opera che Sol Lewitt progettò nel 1997 e che fu costruito all’esterno del Pecci nel giugno dell’anno seguente, dove l’artista americano, a partire dal modulo del parallelepipedo in cemento del Cubi degli anni Ottanta e delle Torri dei primi Novanta,  sviluppa il tema della “progressione irregolare”, inaugurata alla Biennale di Venezia proprio nel 1997 con una nuova “struttura” che se da un lato richiama i proflili architettonici dei grattacieli, dall’altro evoca anche la modulazione grafica di un equalizzatore.
L’installazione Here and there dell’anglo-indiano Anish Kapoor (1987) è un’articolata composizione di pietra arenaria che denota una particolare dicotomia: un cumulo di forme plastiche stondate che somigliano a bozzoli o a primitive otri vengono giustapposte ad una struttura scavata dentro ad un masso squadrato e inciso come un’architettura ancestrale, simile ad un altare o santuario, dove il “qui” sensibile della materia si spalanca su un “altrove” onirico e sublime evocato dalla suggestiva profondità del pigmento blu.

Indagine sullo spazio nel Novecento per eccellenza è quella inaugurata da Lucio Fontana nel 1958 con la serie dei Tagli, creazione mentale di uno spazio non rappresentato ma evocato virtualmente dall’opera e dichiarato verbalmente nel titolo, trasposizione sulla tela – superficie bidimensionale – della sua esperienza come scultore – realtà in tre dimensioni. Il ‘quadro’ su parete diventa quindi una sofisticata forma scultorea. In mostra un suo taglio giallo del 1960  Concetto spaziale. Attesa, dove il sottotitolo si riferisce alla sospensione temporale che precede l’incisione fisica sulla tela, un momento indefinito di concentrazione in cui si delinea, attraverso un semplice gesto, la sua “idea” profonda e assoluta.
Evoluzione dello ‘Spazialismo’ di Fontana è l’opera di Paolo Scheggi, che sovrappone diversi livelli di superficie monocromatica, sui quali sono presenti fori ovali o concentrici ad evocare la profondità del lavoro pittorico classicamente considerato su due dimensioni. In mostra l’Intercamera plastica (1967/2007), un’installazione ambientale per la quale l’artista fiorentino ha collaborato  con la Facoltà di Architettura di Milano al fine di realizzare un modello di Unità d’abitazione e di Proposta di cellula ‘plurifunzionale’, che vuole una stretta interazione fra opera e pubblico, in quanto i visitatori sono effettivamente invitati ad entrarvi.
Paolo Scheggi, Intercamera Plastica, 1967/2007
Al di là del mondo oggettivo c’è un’altra realtà, un mondo parallelo che conduce a distaccarsi dalla realtà presente per abbandonarsi all’immaginazione, dove è possibile vedere nel buio della notte o guardare nella profondità dell’assenza. E’ la dimensione dell’astrazione, ben esemplificata da opere che si aprono a scenari imprevedibili.
Una su tutte, la visionaria installazione ambientale che Fabio Mauri dedica alla Luna (1968), presentata alla Galleria La Tartaruga di Milano. In fermento ma anche in anticipo rispetto allo sbarco degli astronauti americani dell’Apollo 11, che avverrà con la memorabile diretta televisiva del 20 luglio 1969, l’artista romano proietta fisicamente il pubblico nello spazio cosmico dando luogo ad una dimensione artificiale, che rompe i limiti fra l’esperienza reale e quella virtuale, fra il ruolo dell’attore e quello dello spettatore, dove il pubblico può entrare ed immergersi.

Come anticipato, il viaggio nella collezione si conclude con un colpo di teatro, l’incommensurabile pavimento notturno retroilluminato di Carlos Garaicoa, poeticamente poeticamente De còmo la tierra se quiere parecer al cielo II, ideale e consequenziale epilogo della mostra: dopo la Luna di Fabio Mauri, l’artista cubano immagina la visione notturna e onirica di una città ideale costellata di mille bagliori, che evoca la suggestione di un immaginario cielo stellato.

Queste sono soltanto alcune tra le 80 opere selezionate per la mostra, accostate tra loro e disposte in un itinerario che non ha alcuno schema precostituito, ma che vuole proporre relazioni inedite e raffronti originali, includendo o evitando caso per caso combinazioni filologiche per generi artistici, gruppi stilistici o semplice cronologia storica, al fine di raccontare una parte del patrimonio d’arte contemporanea raccolto negli ultimi tre decenni dal Centro Pecci.

Ad affiiancare la mostra sono previste numerose iniziative collaterali, a partire dall’originale programma di azioni e performances d’artista che diventeranno parte integrante dell’itinerario di visita, per i quali si rimanda alla sezione dedicata del sito ufficiale.

Dettagli

© Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci

 

Catalogo SilvanaEditoriale

 

Fabrizio Corneli, Pelle di Luce I, 2001/2011, particolare Julian Schnabel, Ri de Pomme, 1988 (Ph. Carlo Gianni) Superstudio, Supersuperficie, 1971/2011 (Ph. ZEP Studio) Fabrizio Corneli, Pelle di Luce I, 2001/2011 Andy Warhol, Jacqueline, 1964 Marco Bagnoli, Città del Sole, 1987/1997 Paolo Scheggi, Intercamera Plastica, 1967/2007 (Ph. Serge Domingie )

Dove e quando

Evento: Dalla Caverna alla Luna. Viaggio dentro la collezione del Centro Pecci

Indirizzo:
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Fino al: 27 Gennaio, 2018