Jules van Biesbroeck (Portici, 25 ottobre 1873 – Bruxelles, 27 gennaio 1965) scultore e pittore belga sconosciuto al grande pubblico, merita un viaggio a Modena per esplorare tutto il suo talento. La Galleria BPER Banca dopo la prima esposizione dedicatagli (Jules Van Biesbroeck. L’anima delle cose, aperta nel dicembre 2019, ma chiusa a causa della pandemia) ha recentemente inaugurato Ferine Creature. Centauri, fauni, miti nell’opera di Jules Van Biesbroeck e nell’immaginario moderno, un inedito progetto volto ad approfondire la vena simbolista dell’artista (di cui la corporate collection del Gruppo custodisce un nucleo di trentanove opere, tra dipinti, disegni e sculture) e la sua capacità di trattare i temi legati alla psiche umana e alle pulsioni più intime attraverso il prisma del mito. Il centauro, nel suo essere un ibrido con corpo a metà tra cavallo e uomo, simboleggia il costante conflitto tra l’istintualità e il vitalismo animale con la razionalità che tende a dominare e regolare gli istinti. Curata da Luciano Rivi, con il Patrocinio del Comune di Modena, seppur contenuta, la mostra è ben pensata e realizzata ripercorrendo l’immaginario artistico e letterario dal Sedicesimo al Ventunesimo secolo. Suddivisa in tre sezioni è fruibile in modo semplice, ma con la possibilità di leggerla a più livelli in un percorso dove dialogano Apollo e Marsia di Guercino con una nuova commissione all’artista Wainer Vaccari (Sono Chirone… sono tornato) che vi inchioderà a osservarla.

La prima sezione (dal titolo Van Biesbroeck simbolista: figure e paesaggi del mito) punta a sorprendere il visitatore per la qualità e la sua diversità con epicentro, Centauro che uccide un cervo (1918 circa) dove trasudano tutti gli orrori della Grande Guerra – l’opera trae ispirazione da una lirica di Gabriele D’Annunzio della raccolta Alcyone (1903) – e raffigura un centauro sollevare in trionfo le corna del cervo appena catturato in un rimando diretto alla doppia natura dell’uomo.
Allargandosi ad altri protagonisti del contesto europeo, la seconda sezione (La visione panica della natura e il centauro nel Simbolismo tra Otto e Novecento) esplora come il centauro divenga figura ricorrente nell’arte simbolista. Tra Diciannovesimo e Ventesimo secolo, in un clima culturale di critica alla filosofia positivista, gli autori ripiegano su atmosfere intimiste e nostalgiche e la dimensione mitologica li impegna così a esplorare il rapporto tra uomo e natura, tra cultura e istinto.

La terza sezione (Una figura archetipica dal repertorio mitologico: il centauro nei secoli) indaga, appunto, la figura dal Cinquecento ai giorni nostri, mettendo in luce come abbia attraversato diverse epoche assumendo significati sempre nuovi. Dalle rappresentazioni neoclassiche legate alla riscoperta dell’antico, passando per il Futurismo e la pubblicità della prima metà del Novecento, fino alla sua reinterpretazione nell’arte contemporanea, il centauro rimane il simbolo di una tensione mai risolta tra bestiale e razionale. Un’idea che si tramuta anche nel binomio natura e artificio in inedite associazioni che vedono, a partire dagli anni Trenta, il centauro assimilao al motociclista.

Il misterioso equilibrio tra uomo e animale, che da sempre spinge a interrogarsi sulla propria condizione, costituisce un campo di indagine costante per l’umanità e attraversa riflessioni valide tutt’oggi sulla molteplicità del sé, sulla tensione tra pulsioni individuali e necessità collettive, sul conflitto tra natura e cultura. Concludono questa sezione una scultura di Luigi Ontani raffigurante un centauro multiforme, il dipinto dedicato a uno dei centauri più celebre dell’antichità: Chirone, di Alberto Savinio e quello di Vaccari.

A fine percorso è palese come la mostra inviti il pubblico a una profonda riflessione su alcuni aspetti fondanti della condizione umana – l’attualisimo smarrimento tra chi siamo e chi invece offriamo alla “rete” – nella quotidiana difficoltà ai legami affettivi e sociali. La figura del centauro come propulsore di un serio confronto con la propria parte più istintiva, ma anche a prendere coscienza del costante tentativo nel disciplinare le emozioni.