«Penso in immagini prima di pensare in parole.
E prima di pensare in immagini, penso in moti astratti»,

A soli dieci chilometri dal confine di Chiasso, il Museo d’arte di Mendrisio ospita fino al prossimo 13 febbraio la prima retrospettiva realizzata in un museo in area culturale italofona dedicata ad A.R. Penck uno tra i maggiori artisti tedeschi della seconda metà del Novecento, capace di esprimere le contraddizioni della Germania post-nazista e del conflitto Est-Ovest.

Cercando di fornire al pubblico gli strumenti per poter comprendere la struttura complessa e profonda di questo protagonista dell’arte contemporanea, la retrospettiva è stata curata da Simone Soldini, Ulf Jensen e Barbara Paltenghi Malacrida e ne traccia le principali tappe del percorso creativo, con una quarantina di dipinti in grande formato, venti sculture in bronzo, cartone e feltro oltre una settantina di opere su carta e libri d’artista, evidenziando proprio quell’originalissimo linguaggio seppur concepito nelle forme espressive tradizionali.

Ralf Winkler nasce a Dresda il 5 ottobre 1939 (assumerà lo pseudonimo “A.R. Penck” a partire della sua prima mostra nella galleria di Michael Werner a Colonia) vivendo, con la madre insegnante e la sorella più piccola, nel quartiere popolare di Nausslitz. Dell’infanzia scriverà In seguito: «I miei genitori erano divorziati. Sono cresciuto senza l’autorità di un padre e ho acquisito presto una mentalità indipendente».
Inizia a dipingere all’età di dieci anni. Dopo il diploma frequenta un corso di disegno e pittura presso la Volkshochschule, dove entra nella cerchia di Jürgen Böttcher, detto “Strawalde”. Interrompe il tirocinio presso un’agenzia pubblicitaria vicina al partito; fa domanda di ammissione a un corso di scultura, quindi ai corsi dell’Accademia d’arte di Dresda e di Berlino – Weißensee, ma senza successo. Fa la conoscenza di Georg Baselitz. Prende un atelier insieme allo scultore di Dresda Peter Mokolies. Sperimenta con la scultura in gesso; lavora a scenografie, ritratti, disegni e xilografie ispirati a opere di Rembrandt, van Rijn e Pablo Picasso.

Quindi, per decenni, è attivo nella Germania dell’Est con opere di chiara ispirazione socialista, riuscendo a far tesoro di condizioni apertamente ostili all’arte d’avanguardia: mentre il socialismo nega all’artista moderno qualsivoglia funzione, con il tempo, sa trasformare la funzione della propria pittura in un elemento in dialogo col sistema sociale e politico. Fino alla fine degli anni Settanta, tuttavia, è molto osteggiato così da esporre raramente nell’allora DDR. La sola partecipazione ufficiale è quella a una mostra organizzata nel 1961, all’indomani della costruzione del Muro di Berlino, dove il pubblico dello “stato degli operai e dei contadini” reagisce ai suoi ritratti con accese critiche.

Ridefinisce la sua pittura in rapporto alla visione scientifica del socialismo: legge testi di storia della filosofia e della scienza, da Kant e Newton fino ai testi più recenti di psicologia, cibernetica, teoria dell’informazione. Sottolinea il messaggio dei quadri tramite simboli e figure: crea i Weltbilder e i Systembilder. Nel 1963 presenta a Dresda un provocatorio dipinto murale sulla divisione della Germania.

Ulf Jensen, nel saggio del catalogo che accompagna l’evento espositivo, scrive: “Penck aveva il dono di trarre dalle condizioni di oppressione una maggiore capacità produttiva e prende sul serio il monito che gli viene rivolto dalla voce del popolo. Decide di attenersi alla cosiddetta Via di Bitterfeld, un indirizzo programmatico rivolto agli artisti che, adottato nel 1959, mette in primo piano la necessità di dare voce e rappresentazione alla vita dei lavoratori. Dovere primario dell’artista è adottare un linguaggio vicino al popolo. In tutte le mostre dedicate all’arte tedesca, organizzate con regolarità a Dresda a partire dal 1946, vengono esposti l’uno accanto all’altro i tipici soggetti del realismo socialista. Trattoristi, macchinisti e ingegneri sono rappresentati nella loro realtà quotidiana, risultando quasi indistinguibili gli uni dagli altri.

Qui A.R. Penck raggiunge una decisiva comprensione del meccanismo dell’arte moderna: «Chi non si distingue, è identico». Egli interpreta a suo modo, con diabolica scaltrezza, la richiesta fatta all’arte di essere vicina al popolo. Ne scopre le potenzialità non tanto nei soggetti, che potevano costituire una sfida solo per i bravi pittori di manifesti, ma nello stile: in quei talentuosi e infantili abbozzi grafici che somigliano ai disegni incisi sulla corteccia degli alberi o sui muri delle latrine pubbliche. A.R. Penck ispira il suo nuovo linguaggio agli scarabocchi dei bagni pubblici, la cui chiarezza espressiva non lascia dubbi di interpretazione. Non poteva esistere una pittura più popolare. Ciò che la critica conservatrice della Germania Ovest rimproverava a Picasso, cioè di rivolgersi prevalentemente al “nervo sessuale” del pubblico, A.R. Penck lo elabora in modo originale, fino a farne il proprio metodo.”

Invece, Simone Soldini, spiega: “L’arte di Penck è analitica, per niente primitivista, istintiva, selvaggia o infantile; le sue basi poggiano sulla razionalità. Ogni sua immagine è costruita per rappresentare un concetto e in pochi anni le sue immagini-informazione, o immagini-concetto, si affinano al massimo grado. Alla fine degli anni Sessanta prende forma teorica la Standart. Ma che cos’è la Standart? Proviamo a sintetizzarlo riprendendo dagli scritti-manifesto o dalle spiegazioni dell’artista. Il termine unisce due parole: Stand (presa di posizione) e Art, ma probabilmente si riferisce anche a “stendardo”, cioè al vessillo militare. Si apre così il suo scritto-manifesto: «Standart si riferisce a un metodo di fare prodotti di informazione […]. In generale, ogni fenomeno esistenziale visivo, una volta che è stato percepito nella sua totalità, è uno standart».

Una situazione sperimentata e riportata in pittura tramite una teoria di segni e simboli. Ricrearla comporta una capacità (allenata) di percezione d’insieme, di memorizzazione e di immagazzinamento dei dati, di analisi e di ricostruzione: «rendere visibile la logica delle interazioni umane». Ma non solo. Standart è «un sistema di segnali fatto in modo tale da non essere solo percepito e imitato, ma anche prodotto, moltiplicato e operativamente modificato». Il che lo rende un sistema alla portata di tutti. Simbolo emblema della Standart è una figura d’uomo ridotta alla sua essenza – testa e sesso ben evidenziati – che un po’ ricorda il primitivo e un po’ l’automa del futuro, ma che in definitiva è presenza senza tempo. Nel suo scritto-manifesto Penck precisa anche che la sua Standart è un modello che evolve, come ad esempio è capitato a ogni genere di musica.“

Oscuro l’inizio, oscura anche la fine
Sosia, due parti di un tutto, strano
(…)
E dentro e fuori e sempre sono in due,
come la notte e il giorno prigionieri del duale
(…)
[dal sonetto di A.R. Penck La mort du temps. Spazio e tempo,
traduzione italiana di Anna Fattori]




Dettagli

Didascalie immagini

  1. A.R. Penck, Standart, 1969
    colori a dispersione su tela 127.5 x 98.5 cm
    © 2021, ProLitteris, Zurich
  2. A.R. Penck, How it works (Come funziona), 1989
    acrilico su tela, 340 x 340 cm.
    © 2021, ProLitteris, Zurich

In copertina un particolare di
A.R. Penck, Cosmic Blues, 1981
olio su tela, 90 x 95 cm
© 2021, ProLitteris, Zurich

Dove e quando

Evento:

Indirizzo: Museo d'arte - Piazzetta dei Serviti, 1 -Mendrisio
[Guarda su Google Maps]

Fino al: 13 Febbraio, 2022