Antonio Ligabue (Zurigo, 18 dicembre 1899 – Gualtieri, 27 maggio 1965) trascorse la sua vita a pochi chilometri da Bologna, ma nella città felsina non era mai stata realizzata una sua mostra. Ora, per la prima volta e fino a domenica 30 marzo, una grande antologica – curata da Francesco Negri – viene dedicata all’artista tra i più commoventi del Novecento. A Palazzo Albergati oltre cento opere – oli, disegni e sculture – tra paesaggi, fiere, scene di vita quotidiana e numerosi autoritratti, formano un percorso espositivo capace, attraverso la fortissima carica emotiva delle tele, di far entrare il visitatore nel mondo visionario di un uomo sfortunato ma che, da autodidatta fu capace, e ancora riesce, a raggiungere chiunque con immediatezza.

Una storia umana unica, vita travagliata, escluso dal resto della sua gente, legato visceralmente al mondo naturale e animale, lontano dal giudizio altrui, riuscì a imprimere sulla tela il suo genio creativo. Folle, quindi unico, con la sua asprezza espressionista arriva dentro chiunque si soffermi a osservarlo attentamente, al punto che, nel corso degli anni, ha appassionato così tanto il grande pubblico, da diventare il protagonista di film e sceneggiati televisivi.

Apprezzato e compreso da importanti critici e studiosi negli ultimi anni di vita, cadde poi nell’oblio dopo la sua scomparsa. Bollato semplicisticamente come un pittore naif, definizione riduttiva che, non considerandolo adeguatamente, sminuì il suo reale valore per lungo tempo. Ingiustamente trascurato dai grandi circuiti dell’arte, rimase nell’ombra, figura di nicchia conosciuta solo da un esiguo numero di appassionati.

Le sue originalissime tele, nel rappresentare soprattutto soggetti animali con un realismo quasi sconcertante, furono accantonate e relegate nell’ambito del mero folklore popolare. Si perse così di vista la profondità della sua ricerca pittorica, la capacità di cogliere l’essenza più intima delle creature ritratte, trasmettendone con potenza l’istinto primordiale.

Solo negli ultimi decenni è stato studiato e si è compreso il valore autentico, pur nella sua eccentricità, di un talento frainteso, ma che celava una poetica unica e stratificata, in grado di restituire sulla tela una personalissima semplicità e drammaticità del mondo naturale. Tuttavia, nel tentativo di rivalutarne l’opera artistica, spesso si è finito per trascurare l’aspetto umano e personale dell’uomo indispensabile per comprenderne davvero la grandezza.

La mostra, organizzata da Arthemisia, ribadisce quanto sia importante il rapporto instaurato con l’opera di Antonio Ligabue, nato nel 2017 con la grande l’esposizione romana al Complesso del Vittoriano, seguita da quelle a Conversano e Trieste che hanno riscosso un vero enorme successo di pubblico e critica, contribuendo alla divulgazione e alla conoscenza dell’opera di un artista che oggi è tra i più richiesti nel panorama nazionale. Adesso quella di Palazzo Albergati, racconta l’uomo e l’artista valorizzandone sia l’eccezionale talento artistico quanto la sua ricca interiorità e la sua personalità fuori dal comune, è accompagnata dal catalogo edito da Moebius.

Per la prima volta esposto anche un album completo di disegni realizzati mentre Ligabue soggiornava alla locanda “La Croce Bianca” (gestita dalla famiglia della famosa “Cesarina”, l’amore platonico della sua vita), perduto per anni e da poco ritrovato, con alcune delle fiere custodite al Museo Lazzaro Spallanzani della rete di Musei Civici di Reggio Emilia, le stesse che osservò per ore all’interno del Museo, accompagnato dall’amico Sergio Negri.