Ogni due anni, attraverso il Mast Photography Grant on Industry and Work, a giovani fotografi viene offerta l’opportunità di confrontarsi con le problematiche legate al mondo dell’industria e della tecnica, con i sistemi del lavoro e del capitale, con le invenzioni, gli sviluppi e
l’universo della produzione. I giovani artisti mettono il dito nelle piaghe del nostro agire sociale ed economico, e lo fanno spesso con sarcasmo, con una profonda, caustica acutezza, mettendo a nudo e consentendoci di vedere – perfino lì dove, con il nostro sguardo retrospettivo e romantico, immaginavamo che esistesse ancora l’unità – tutte le contraddizioni, le ingiustizie nascoste, i fatali paraocchi che ci portano a idealizzare il passato e il presente.

Conseguentemente, la settemana scorsa, la Fondazione bolognese ha inaugurato l’esposizione dei lavori del concorso fotografico presentando le opere dei cinque finalisti della sesta edizione scelti tra quarantasette candidati provenienti da tutto il mondo. I progetti selezionati per l’edizione 2020 sono diversi tra loro, ma legati dall’attualità dei temi affrontati e dalla molteplicità dei mezzi di rappresentazione scelti

Il curatore della mostra, Urs Stahel, al riguardo sottolinea: «Spesso il loro sguardo innovativo e inedito ci costringe a scontrarci con incongruenze, fratture, fenomeni e forse perfino abissi che finora avevamo trascurato o cercato di non vedere.»

Alinka Echeverría (vincitrice della sesta edizione) alla soglia della quarta rivoluzione industriale, indaga alcune immagini di femminilità guardando al ruolo svolto dalle donne agli albori dell’industria del cinema e della programmazione informatica; Chloe Dewe Mathews mostra i danni ambientali delle coltivazioni intensive nei polytunnel, le strutture in plastica che ricoprono quattrocento chilometri quadrati di superficie terrestre per consentire di produrre ortaggi tutto l’anno.

Maxime Guyon usa il mezzo fotografico al massimo delle sue potenzialità per restituirci gli aspetti tecnologici e le alte prestazioni degli aerei; Aapo Huhta esplora il mondo dell’Intelligenza Artificiale e mostra come “la macchina“ legga in modo eticamente sospetto le immagini, sollevando dubbi sulle modalità di implementazione dei software; Pablo López Luz fotografa le vetrine dei negozi di abbigliamento in America Latina, che resistono all’omologazione imposta dall’industria globale della moda e porta la riflessione sul paesaggio urbano quale luogo privilegiato per cogliere le trasformazioni sociali e culturali.

Ricordando che le mostre del Mast sono sempre a ingresso gratuito – in epoca Covid è però indispensabile la prenotazione per garantire distanziamento e rispetto delle norme di prevenzione – la seconda mostra è “Inventions”, curata da Luce Lebart con Urs Stahel, e presenta le fotografie delle invenzioni più brillanti provenienti dalle collezioni dell’Archive of Modern Conflict di Londra e dagli Archives nationales francesi.

Invenzioni realizzate e fotografate in Francia tra le due Guerre mondiali presso l’Office des inventions su iniziativa di Jules-Louis Breton, a capo del Sous-secrétariat d’État aux inventions. Breton, inventore a sua volta, voleva promuovere la ricerca scientifica e industriale, accelerando i processi e garantendo la rapida trasformazione di un’idea in un oggetto o in una macchina di pronto utilizzo e, in tal senso, favoriva attivamente la collaborazione tra industriali, scienziati e inventori.

Di corredo ai progetti e alle descrizioni dettagliate delle invenzioni, le immagini ne facilitavano la valutazione e contribuivano a conservarne la traccia. Rappresentavano così una valida alternativa ai prototipi, facili da archiviare e prontamente disponibili per la presentazione di fronte alle commissioni.

Una mostra documentaria estremamente godibile nel presentare la molteplicità delle invenzioni presenti nell’archivio di Breton: dagli oggetti usati per sopravvivere in tempi di crisi, ai dispositivi per una migliore qualità della vita in periodo di pace. Merito dei curatori è stato evitare mire artistiche, ma focalizzare sulla natura delle immagini e le loro qualità estetiche forti di uno stile fotografico paragonabile a quello di un autore nonostante non siano mai firmate.

Luce Lebart, storica della fotografia, fa notare: «si tratta di un archivio visivo che colpisce per la sua fantasia, gli accenti umoristici e la libertà nello svelare i codici dell’oggettività fotografica. L’elemento comico è tanto più inatteso in quanto si inserisce in un contesto industriale e scientifico. Come al cinema, queste scene fotografiche ci raccontano delle storie.»

DIDASCALIE IMMAGINI

  1. Alinka Echeverría 
    Apparent Femininity / Femminilità apparente,
    Madeleine (da /from Hélène), 2020
    © Alinka Echeverrí
  2. Chloe Dewe Mathews 
    For a few euros more / Per qualche euro in più
    Western Leone (cimitero) / Western Leone (graveyard), 2019
    © Chloe Dewe Mathews
  3. Maxime Guyon
    Aircraft Catena di montaggio Airbus, veduta frontale di una cabina di pilotaggio
    / Airbus assembly line, front view of a cockpit, 2019
    © Maxime Guyo
  4. Aapo Huhta
    Sorrow? Very unlikely / Tristezza? Molto improbabile, 2019
    © Aapo Huhta
  5. Pablo López Luz
    Baja Moda XCIII, Ecuador, 2019
    © Pablo López Luz
  6. Lo studio come teatro di posa, 1917-1918,
    stampa ai sali d’argento,
    Archives nationales, Francia, 398AP/61 /
  7. Cingolato del signor Caufer. 1917-1918,
    stampa ai sali d’argento,
    Archives nationales, Francia, 398AP/38
  8. Computer primordiale, immagine pubblicata sul “Sunday Times Magazine”,
    stampa ai sali d’argento, 1920-1930,
    Collezione Archive of Modern Conflict, Londra /
  9. Macchina lavastoviglie di Jules-Louis Breton, 1923
    Stampa ai sali d’argento
    Archives nationales, Francia / France 398AP028

In copertina
Alinka Echeverría
Apparent Femininity / Femminilità apparente, 2020
Section from ‘Ada’ Installation / Sezione dall’install
azione Ada
Mosaic composed of 16 pigment prints / Mosaico composto da 16 stampe a pigmenti
© Alinka Echeverría

 

 

I cinque finalisti della sesta edizione del
Photography Grant on Industry and Work
Testo di Urs Stahel tratto dal suo saggio
“Conflitti, fratture e desiderio di integrità”
courtesy Fondazione Mast

  • Pablo López Luz, nella serie Baja Moda (Bassa moda), che ritrae strade e vetrine in Messico, affronta le metamorfosi e le deformazioni nel settore del commercio che portano alla scomparsa dei cicli locali di produzione e vendita a vantaggio di processi e attori globali. López Luz segue con occhi attenti, perspicaci, i negozi di abbigliamento e le mode locali, fotografa gli ambienti di vendita come fossero piccoli teatri di posa, scenari che consentono di gettare uno sguardo su una cultura popolare che svanisce, scompare gradualmente. La vetrina del negozio si trasforma in una sorta d’interfaccia fra il passato e il futuro, fra l’alta moda e la moda “bassa”, l’abbigliamento locale, d’uso quotidiano, e le tendenze dei brand internazionali con cui ci identifichiamo, una moda visivamente appariscente, che invade in modo sempre più pervasivo le vie dello shopping e i centri commerciali di tutto il mondo.
  • Aapo Huhta lavora sull’attrito tra immagine e parola. Nelle sue installazioni video-sonore raccolte sotto il titolo Sorrow? Very Unlikely (Tristezza? Molto improbabile) la “fotografia”, medium per la registrazione delle immagini ormai vecchio di duecento anni, impatta sui nuovi sistemi analitici sviluppati da Google e Microsoft. Le fotografie che ritraggono il paesaggio rurale finlandese, con i suoi villaggi cresciuti in armonia con la natura, le tradizioni trasmesse da una generazione all’altra, le azioni semplici, banali, lontane anni luce dalle correnti e dalle tendenze globalizzate, vengono analizzate cinque volte da sistemi di riconoscimento delle immagini basati su algoritmi e, in correlazione con la probabilità che vi si verifichino determinati eventi, accompagnate dal commento apatico e distaccato di un sintetizzatore vocale. La molteplicità, l’ambivalenza, la contraddittorietà di ciò che è organico viene misurata da algoritmi di precisione binaria 0-1, con il risultato che due mondi si sfiorano senza tuttavia percepire niente di fondamentale l’uno dell’altro.
  • L’installazione video e fotografica di Chloe Dewe Mathews dal titolo For a Few Euros More (Per qualche euro in più) unisce in modo fluido, disteso ed elegante epoche e settori industriali essenzialmente diversi, caratterizzati da strutture sociali e monetarie differenti. L’ambientazione è il gigantesco Mar de Plástico, il “mare di plastica” che si estende a sudovest di Almería, nella Spagna meridionale, fra il litorale e la Sierra Nevada, un’enorme distesa agroindustriale di circa duecento chilometri quadrati, in cui si produce la metà della frutta e verdura che andrà a riempire gli scaffali dei supermercati di tutta Europa. È il più vasto “orto” coperto da teloni di plastica del mondo, serre che forniscono circa tre milioni di tonnellate di prodotti all’anno. Tra la popolazione andalusa locale e i lavoratori stranieri, soprattutto africani, si verificano forti tensioni e scontri continui. La regione era povera, prima che negli anni sessanta prendesse avvio lo sfruttamento sistematico del suolo. Alla stessa epoca, la grande miniera d’oro, argento e piombo in disuso che aveva occupato l’area nei cento anni precedenti veniva scelta da Sergio Leone come location per i suoi famosi spaghetti western; oggi il vecchio set cinematografico è una meta ambita da molti turisti. Maruf, il lavoratore migrante africano protagonista del video di Dewe Mathews, penetra come una sonda, sorvola come un drone mondi ed epoche profondamente diversi, quattro universi industriali – agricoltura, miniera, cinema e turismo – con il sottofondo di un ambient sound di grande effetto. La vita incorrotta è soprattutto un sogno, una nostalgia, un desiderio. Perché, nel presente di ogni essere umano, è un’utopia che si avvera di rado e con tratti solo vagamente analoghi a quella che spesso proiettiamo sul passato, accarezzando l’idea di un’esistenza mitica, di un popolo, di un’epoca leggendaria. Questa proiezione è sempre un gioco pericoloso, perché quasi mai controllabile e verificabile, in compenso però può essere enfatizzata e strumentalizzata in funzione di una presunta superiorità del pensiero dominante, della cultura nazionale.
  • Apparent Femininity (Femminilità apparente), opera tripartita di Alinka Echeverría è un inno e insieme una denuncia. Prima di tutto l’artista celebra Grace, con un’animazione a LED creata a partire da una fotografia di Berenice Abbott. Grace Brewster Murray Hopper, che al termine della sua carriera militare aveva raggiunto il grado di ammiraglio di flottiglia della US Navy Reserve, è stata un’informatica americana, una pioniera del computer. Poi l’artista onora Hélène. In Francia Hélène – la cui radice greca ēlē significa fiaccola, splendore – era un nome molto comune all’epoca del cinema muto, quando alle giovani donne della classe operaia veniva affidato il montaggio delle pellicole. Echeverría le ricorda con un’installazione costituita da lastre di vetro stampate e collocate su basamenti. Le immagini rimandano all’abilità delle montatrici, a una competenza essenziale nella storia del cinema. Infine l’artista rende omaggio ad Ada, Ada Lovelace, o più precisamente Augusta Ada King-Noel, contessa di Lovelace, la matematica definita da molti la prima programmatrice della storia, e lo fa con un gigantesco mosaico, un collage fatto di più parti. Echeverría celebra queste tre figure di donne reali o immaginarie in rappresentanza del lavoro femminile nascosto (nel cinema, nella fotografia, nella tecnologia informatica) e ne scrive la storia. Questo omaggio va inteso tuttavia anche come una denuncia rivolta a una storiografia dominata dagli uomini, cui si lega l’interrogativo sul destino della donna nel futuro mondo del lavoro, nell’industria 4.0.
  • Maxime Guyon non si cimenta tanto con il tema della tensione, della frattura: il nucleo del suo lavoro dal titolo Aircraft riguarda invece l’accentuazione, la duplicazione, la fusione. “La qualità tecnica delle fotografie corrisponde a quella tecnologica, indispensabile per sollevare da terra queste enormi masse metalliche e portarle in volo. Nelle fotografie di Guyon tutto è riprodotto con estrema nitidezza, dalle grandi superfici ai minimi dettagli, dallo scheletro completo di una cabina al più piccolo bullone. Percepiamo un senso di controllo, una visione frammentaria eppure totale, artificiosa, quasi feticista”. È quanto scrive Milo Keller nel testo che accompagna questo libro, prima di constatare che “le luci artificiali sottolineano la plasticità delle forme in un virtuosismo estetico studiato, parametrato, calibrato, che sorpassa la dimostrazione tecnica sterile imponendo un registro formale al contempo attraente e alienante. Siamo in uno spazio globalizzato, omogenizzato, sovranazionale”. Le fotografie iperrealistiche di Guyon ci trasportano in uno spazio concreto eppure irreale in cui, almeno così pare, l’universo ideale e quello tangibile non sono più separati, in cui l’eterna promessa della salvezza tecnologica compensa e annulla delusione e soddisfazione. Queste immagini alludono al fatto (o forse lo affermano) che la vita e la tecnologia, al termine del loro viaggio nel futuro possibile di un’integrità sintetica, si fonderanno, diventeranno una cosa sola.

Dove e quando

Evento: FONDAZIONE MAST – via Speranza, 42 – Bologna
  • Fino al: – 03 January, 2021