“Non sei niente senza di me”.
Potrebbero sembrare le parole di qualcuno dall’ego sconfinato, dettate dal rancore per una storia finita o da un malcelato senso di inezia. Romanzi e sceneggiati in tv da sempre si accompagnano a moniti e “ricatti” del genere pur di suscitare quel senso di subdola curiosità, alimentare la voglia di rivalsa o istigare certe menti ormai assopite almeno a una reazione critica nei confronti di un mondo in frantumi.
Invece no. Se quelle parole le avesse dette vostro nonno? Statene certi…tutto avrebbe avuto un altro significato.
Sono cresciuto ad Agrigento, tra meravigliosi templi dorici e distese di rovine romane. Beni inestimabili che noi, italiani con la puzza sotto al naso, ormai non vediamo più, abituati come siamo ad avere “troppo”. Un troppo “che quasi stanca” direbbero alcuni. Un troppo che “ci vorrebbero mille vite e chissà quanti finanziamenti per cercare di risanare tutto” direbbero altri. Un troppo che mi ha dato la vita – diceva lui -, che mi ha sfamato e che ha appagato ogni mia curiosità e voglia di sentirmi, sempre, ovunque io volessi.
Che sia una magnolia secolare o una margherita di campo, una costruzione iper-tecnologica o un antico rudere etrusco, una scultura del periodo severo o una tela bianca molto più contemporanea, tutto porta con sè un significato ed è espressione di una crisi, di un’evoluzione inarrestabile. Tutto è già storia. É vita.
Ma tra ricordi e piccole tracce di nostalgia di un passato poi nemmeno così lontano, fa parte di questa vita anche un sentimento che, in fondo, il Bel Paese ogni tanto si ricorda di sfoggiare e che taluni chiamano orgoglio: una sensazione strana, di protezione verso qualcosa che non calcoliamo fin quando non ci viene sottratta alla vista, un qualcosa che ci attira a sé come una calamita perche, a quel “qualcosa” noi apparteniamo.

Oggi provo orgoglio e compiacenza verso Torino che, nell’anno consacrato al Patrimonio Culturale Europeo, ospita un grande evento che scuote, con l’intento di farci riflettere proprio sull’importanza del patrimonio artistico e culturale, sul tema della vulnerabilità, della distruzione e della sottrazione dei tesori che hanno scritto – in parte – la storia di tutti noi.
Un tema che drammaticamente appartiene alle cronache contemporanee e che adesso – a causa delle devastazioni prodotte dall’Isis in Iraq, Iran e Libano – orienta e influenza sempre più gli artisti del nostro tempo.
In un insolito e innovativo sodalizio tra antico e contemporaneo, Museo Egizio, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Musei Reali e il Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia (CRAST) propongono un dialogo aperto tra reperti del passato e creazioni di artisti del presente. Il progetto Anche le statue muoiono vuole “creare un circuito virtuoso – spiega Patrizia Sandretto Re Rebaudengo – e innescare una circolazione di sguardi e pensieri”. È una riflessione sulla fragilità dei tesori d’arte, sul museo come luogo di memoria e conservazione, ma anche di demolizione sistematica e consapevole del patrimonio culturale.
Un percorso di integrazione e arricchimento culturale, che stimola la riflessione, indirizza in qualche modo verso un modo di agire e aiuta a individuare le radici del chi siamo e da dove veniamo. Nelle tre sedi torinesi che ospitano la mostra – tra installazioni, sculture, video, fotografie, statue e reperti archeologici – è centrale il dialogo tra espressioni artistiche apparentemente così distanti ma che tutte, parimenti, riempiono le pagine della nostra “memoria”.
Con un titolo tratto dal documentario sull’arte nera di Alain Resnais e Chris Marker del 1953, la mostra Anche le statue muoiono non poteva che aprirsi proprio in un museo, sede vocata non solo alla semplice tutela di opere dal valore più o meno rilevante, ma entità prescelta alla custodia della nostra eredità, di una comune identità.

“Ho paura, naturalmente, so di essere in pericolo e tuttavia provo un senso di serenità.
Ho fatto tutto quel che potevo per favorire il dialogo tra culture diverse.
È il dialogo che crea la pace permanente, non quella superficiale che svanisce non appena il più forte persegue i propri interessi calpestando il più debole”.
Si apre con queste parole il percorso della memoria al Museo Egizio di Torino che, per la prima volta, lascia entrare l’arte contemporanea. Parole di un’anima tormentata che non ha fatto altro che agire, sempre, secondo vocazione: sono quelle di Khaled al-Asaad, direttore per più di 30 anni del meraviglioso sito archeologico di Palmira, barbaramente ucciso dall’Isis nel coraggioso e disperato tentativo di sottrarlo al suo oltraggioso destino.
Una riflessione storica prima che artistica, che vuole – sommessamente e, a mio avviso, non a torto – anche colmare quel gap culturale, sopperire a quelle mancanze informative che ormai la maggior parte del pubblico sembra possedere.
La distruzione di Palmira da parte di Daesh – o Stato Islamico che dir si voglia – oltre che un oltraggio alla cultura rappresenta infatti una privazione politica più profonda: “una distruzione volta alla cancellazione del passato, alla diffusione dell’ignoranza e alla più semplice manipolazione delle menti sulla base di ideologie costruite ad arte abusando della storia” come affermato da Christian Greco, direttore del Museo Egizio.
In questo contesto, si inseriscono le opere dell’artista iraniana Moreshin Allahyari – che con una stampante 3D ha riprodotto 12 manufatti distrutti a Mosul dalla furia dell’Isis nel febbraio 2015 – e le fotografie prodotte dal CRAST che testimoniano la bellezza del Palazzo di Sennacherib a Ninive prima di essere completamente raso al suolo.

Opere di altri artisti contemporanei qui dialogano con reperti millenari introducendo a un suggestivo incontro tra sguardi: quelli dei nove volti fotografati da Mimmo Jodice e quelli spezzati dei governatori di Qau el-Kebir, XII dinastia egizia (1900 – 1850 a.C).
Un importante momento di riflessione sul ruolo dei musei – in bilico tra vili usurpatori di patrimoni e fidati custodi di tesori altrimenti condannati all’oblio – è affidato a opere quali quelle di Ali Cherri, Liz Glynn e Kader Attia.

Sempre al dramma della distruzione, Attia dà una sua interpretazione alla Fondazione Sandretto con sedici teche museali vuote e dai vetri infranti, per invitare lo spettatore a riflettere sui diversi modi in cui i reperti museali sono stati oltraggiati. E poi anche una scultura di Mark Manders e opere di Simon Wachsmuth e Lamia Joreige, dedicate al Museo Nazionale di Beirut.

Anche ai Musei Reali il percorso si intreccia con l’arte contemporanea attraverso la spettacolare installazione di Mariana Castillo Deball, nel fastoso Salone delle Guardie Svizzere di Palazzo Reale, e le riprese filmiche della recente attività di ricerca e di recupero attuata dal Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino in Iraq.
Storie di reimpieghi, distruzioni o saccheggi, ma anche nuovi contesti di forma e di significato, identità perdute, smembramenti e lunghi viaggi: uno scenario attuale sulle logiche di mercato che, ieri come oggi, hanno regolato l’ingresso dei beni culturali nelle grandi raccolte dinastiche prima e nelle collezioni dei più noti musei occidentali poi.

Se non salviamo la nostra storia, la nostra memoria, perderemo la nostra identità e sarà sempre più difficile guardare ad un futuro.
Il nostro patrimonio non è un fatto ma un processo che si sviluppa nel tempo.
Perchè non tutto ciò che diamo per certo lo sarà in eterno.