“la cultura è l’apprendimento del dimenticare”
Nella citazione, Vincenzo Agnetti (1926-1981) ricorda come questa dimenticanza sia, però, solo apparente, il risultato di un’assimilazione profonda, così profonda da riscrivere ciò che conosciamo, da essere assorbita a tal punto da svuotare le pagine del libro.
Nel centenario della nascita, il MA*GA di Gallarate rende omaggio a uno dei più importanti protagonisti dell’Arte Concettuale italiana del Ventesimo secolo, con Le strade terminano prima di cominciare. Vincenzo Agnetti e le tracce fotografiche; curata da Alessandro Castiglioni in collaborazione con l’Archivio Vincenzo Agnetti, la monografica approfondisce, attraverso trenta opere, l’interesse dell’artista per la fotografia concettuale e per una pratica che mette al centro la capacità narrativa del frammento fotografico, il dialogo con la letteratura e con la tecnologia.

Nata dalla vincita di Strategia Fotografia 2025 promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, con il progetto Dopo le grandi manovre. Vincenzo Agnetti Al MA*GA in occasione del centenario dalla nascita e, grazie al quale, il museo ha acquisito tre opere appartenenti al ciclo Dopo le Grandi Manovre andate ad arricchire la collezione permanente. Tale serie si formò dopo il ritrovamento – da parte di Agnetti – a Gibilterra, di un fondo ottocentesco di fotografie giapponesi così che, l’artista milanese, con un approccio concettuale, riprodusse quelle immagini abbinandole a elementi grafici e testuali. Lontana da una prospettiva rigidamente cronologica, la mostra documenta come la fotografia sia stata utilizzata dall’artista per liberare l’immagine dal proprio referente, lavorando attorno ad opere che appaiono come tracce di qualcosa che c’è stato, ma non c’è più.

Per lui la fotografia, al tempo stesso, significa e non significa e, come la parola, non segue un percorso lineare di corrispondenze biunivoche. Dice alcune cose, riferendosi ad altre. Allude, suggerisce. È sia concreta che poetica. Come ricorda Roland Barthes ne La camera chiara (1980): “la fotografia diventa allora per me un medium bizzarro […]: falsa a livello di percezione, vera a livello del tempo.” Per tutto questo, la prima sala espositiva presenta tre opere – Il Trono; Il Delitto; Machiavelli 30 – che sintetizzano alcune questioni essenziali per comprendere la poetica di Agnetti, e che affrontano temi come il tempo, lo spazio e il corpo, riflettendo sul significato della fotografia, intrecciando l’uso della parola e della poesia. Il Trono, un’installazione realizzata insieme a Paolo Scheggi nel 1970, riflette sul potere e sulla sua assenza, in modo ironico e con un richiamo funebre (formalmente l’opera trae ispirazione dal monumento funerario ad Antonio Canova). Di fronte ad esso si trova Il Delitto, in cui dettagli fotografici e brevi misteriose frasi costruiscono una partitura evocativa che può essere idealmente completata dalle poesie del libro Machiavelli 30.

La rassegna prosegue con La Macchina Drogata (1967-1968), opera che porta a compimento una serie di ricerche sviluppate intorno a combinazioni permutabili e ai sistemi tecnici e tecnologici. Com’ebbe modo di affermare lo stesso Agnetti, nella Macchina Drogata, centodieci numeri di una calcolatrice Divisumma sono stati sostituiti con altrettante lettere dell’alfabeto facendo seguire ad ogni consonante una vocale, in modo che tutte le parole ottenute casualmente dalle operazioni anche se prive di senso logico, fossero comunque di supporto di intonazione. Accanto a essa, s’incontrano lavori come Dissolvenze, Comete e Oltre il Linguaggio, che evocano il funzionamento della Macchina Drogata e legano questa libera ricombinazione di lettere con la pittura.

Agnetti cita e attraversa la storia dell’arte riscoprendo e recuperando diversi personaggi, ipotesi ed episodi che, dalla dimensione particolare, divengono universali. Opere come Tutta la storia dell’arte è in questi tre lavori e Architettura tradotta per tutti i popoli osservano la natura, citano l’antropologia e la storia dell’arte con l’obiettivo di parlare e pensare all’umanità in ogni sua epoca. Ciò avviene anche in riferimento ad effettivi personaggi storici, come nel caso di Elisabetta d’Inghilterra (1976), un polittico fotografico che riflette sul potere e la sua rappresentazione attraverso quello che l’artista definiva “teatro statico”, richiamando lo sfondo del teatro elisabettiano in un “dramma senza movimento”.

Completa la mostra Libro dimenticato a memoria (1970), un volume di grandi dimensioni il cui interno è composto solo dai margini esterni che racchiudono uno spazio vuoto.