Alla Permanente di Milano prosegue, fino a domenica 25 gennaio 2026, la retrospettiva dedicata al pittore scozzese di origini italiane – recentemente scomparso – le cui atmosfere noir evocano situazioni sensuali e, anche per questo, amato e apprezzato dal pubblico per opere dal gusto cinematografico e malinconico. Di Jack Vettriano, all’anagrafe Jack Hoggan, (Methil, 17 novembre 1951 – Nizza, 1º marzo 2025) ne vengono proposte ottanta tra cui nove olii su tela, una serie di lavori su carta museale a tiratura unica, il ciclo di fotografie scattate nello studio dell’artista da Francesco Guidicini, ritrattista ufficiale del Sunday Times (le cui creazioni sono presenti alla National Portrait Gallery di Londra) e un video in cui Vettriano parla di sé e dell’evoluzione stilistica. Uno sguardo sulle diverse declinazioni di un artista autodidatta che, nel 2004, venne insignito – dala Regina Elisabetta II – dell’onorificenza OBE (Ordine dell’Impero Britannico) per i servizi alle arti visive.

La mostra, accompagnata da un catalogo Ippocampo edizioni, è stata curata da Francesca Bogliolo, organizzata da Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci di Pallavicini srl, in collaborazione con Jack Vettriano Publishing e il coordinamento di Beside Arts.
La Curatrice, ci accompagna lo sguardo per osservare come le opere forniscano «una prospettiva sul percorso di vita e sulla poetica artistica di un pittore il cui lavoro, per sua stessa ammissione, risulta quasi interamente autobiografico. Onirica, sensuale, romantica, contraddittoria, la pittura di Vettriano attraversa la dimensione simbolica del chiaroscuro che riverbera in molte delle sue opere, facendosi metafora di un’esperienza personale in bilico tra ombra e luce. L’arte diviene per Vettriano occasione di introspezione e confronto con condizioni opposte, parti inconciliabili, conflittuali eppure necessarie, inevitabili. La musica a cui sembra rispondere questo sentimento è senza dubbio il jazz: per questo motivo i titoli delle sezioni di questa mostra si ispirano al genere musicale che Jack Vettriano ascolta durante la creazione delle sue opere, tanto da accompagnarne il naturale fluire. L’artista è rapido nel dipingere, ha chiara la coscienza del tempo, è sincero, immediato, realistico. Integrare le parti contraddittorie dell’animo umano è per lui un atto spontaneo, per permettere a chi guarda un rispecchiamento istintivo, che passa attraverso un’intensa partecipazione emotiva. Vettriano sa invitare a danzare, corteggia lo sguardo, lo accompagna al ballo senza fine della vita e lo consegna di volta in volta nelle mani di nostalgia, mistero, solitudine, intimità, fino a congedarsi con un inchino».

Francesca Bogliolo sottolinea altresì che «tra le sue opere, luce e oscurità si alternano, la presenza convive con l’assenza, la forma dialoga con il contenuto. Rimandi all’estetica del cinema noir, ai coloristi scozzesi, alla pittura di Edward Hopper, Norman Rockwell, Gil Elvgren, si uniscono in uno stile peculiare capace di tratteggiare atmosfere evocative, in equilibrio tra bellezza e mistero: protagonisti sono gli attimi sospesi, fatti di incontri già avvenuti e di languide speranze, di cui mai conosceremo la sorte».
Sull’universo femminile, la Curatrice osserva come seduzione e romanticismo occupino «la tela con l’eleganza e la raffinatezza delle femme fatale, dive ammalianti eppure irraggiungibili. Gli uomini, affascinanti e autorevoli, sembrano tuttavia possessori di un potere effimero e apparente, capace di vacillare davanti al colore di un rossetto, a un paio di tacchi a spillo, al bordo sottile di una veste. La passione è misurata, mai volgare, la tensione palpabile, le atmosfere rarefatte. La vita e l’immaginazione vanno sfumando i propri confini, compenetrandosi e sovrapponendosi al pari della luce e del buio. L’amore per la vita è nascosto tra i dettagli, che aprono a una narrazione dagli infiniti finali: in un barlume di luce è nascosto il segreto dell’ombra».

Protagonista di una vicenda che sembra uscita dalle pagine di un romanzo vittoriano, Jack, nato nella contea di Fife, sulla costa scozzese del Mare del Nord, in una famiglia legata all’estrazione del carbone, già a dieci anni lavora per contribuire alle finanze familiari e a sedici anni lascia la scuola per impiegarsi come apprendista tecnico minerario. Solo a ventun’anni inizia a dipingere dopo aver ricevuto un set di pennelli e acquerelli in regalo per il suo compleanno. Quasi quindici anni più tardi, nel 1988, riesce a esporre in un ambiente artistico professionale (alla Royal Scottish Academy di Edimburgo) e, durante tale mostra di esordio, i dipinti vengono venduti il primo giorno. Trasferitosi nella capitale scozzese, assume il nome d’arte Vettriano, mutuato dal cognome della madre, figlia di un emigrante italiano della provincia di Frosinone.

Osteggiato dalla critica d’arte ufficiale (probabilmente non era in grado di superare la formazione da autodidatta) che lo accusava di riproporre un’estetica leggera, ebbe, comunque, un grande successo tra gli appassionati di pittura che gli riconoscevano la capacità di creare atmosfere evocative e in grado di suscitare emozioni intense, oltre all’abilità nel catturare momenti di elevata sensualità. L’apprezzamento del pubblico è testimoniato dal fatto che, uno dei suoi lavori più famosi, Il maggiordomo che canta (The singing butler), nel 2004, è stato battuto da Sotheby’s per quasi settecentocinquantamila sterline. La scena raffigura una coppia danzante, che si muove in modo leggiadro sulla battigia in una giornata uggiosa e ventosa, protetta dagli ombrelli aperti da una cameriera e da un maggiordomo che, nell’immaginazione di Vettriano, intona la melodia Fly me to the moon di Frank Sinatra.
Artista capace di catturare lo spettatore per le atmosfere noir, spesso con nudi in primo piano; uno stile personalissimo che tratta l’amore in un mix romantico e inquieto, dove donne bellissime e uomini eleganti, intrecciano rapporti in lussuose camere d’albergo, in club esclusivi e in sale da ballo.