A cinque anni dalla scomparsa, proseguirà fino a domenica 26 luglio l’omaggio che Palazzo Citterio rende alla parabola aristica di Giovanni Gastel (Milano, 1955-2021), uno dei maestri della fotografia contemporanea. La mostra, curata da Uberto Frigerio, realizzata da La Grande Brera con l’Archivio Giovanni Gastel, in collaborazione con l’Agenzia Guardans-Cambó, si presenta come un viaggio emotivo e immersivo per rileggerne la carriera da una nuova prospettiva, non cronologica, ma tematica e profondamente personale. Con stile distintvo per una visione filtrata dall’interiorità, è stato tra i pochissimi italiani a sperimentare la post-produzione digitale fin dagli anni Novaanta unendo artigianalità e innovazione, analogico e digitale così da trasformare la fotografia in un linguaggio riconoscibile.

Il Curatore, sottolinea, “È stato Giovanni stesso a guidarci in tutta la mostra. La ricerca del materiale tra testi e appunti privati è stata condotta con l’intento che fossero le sue parole a raccontare ogni frammento della sua vita, come capitoli emotivi. Ogni sezione nasce infatti dal suo pensiero, dalla sua voce interiore perché nessuno più di Giovanni sapeva trasformare la memoria in immagine e l’immagine in racconto. È un percorso in cui il visitatore non osserva soltanto: ascolta. Una narrazione costruita da Giovanni per Giovanni, restituita al pubblico nella sua forma più autentica”.

Pertanto, il percorso espositivo, allestito da Gianni Fiore, si sviluppa attraverso oltre duecentocinquanta immagini: dalle prime copertine di moda del 1977, agli still life più innovativi, dalle polaroid ai Fondi oro, dalle campagne – che hanno segnato la storia della moda – fino ai ritratti di figure iconiche del nostro tempo a cui sono stati aggiunti oggetti personali, strumenti di lavoro e alcuni dei suoi scritti e poesie, da sempre parti integranti del suo immaginario.

Accompagnata a un catalogo Allemandi Editore, “Giovanni Gastel. Rewind” è anche l’occasione per riaffermare il rapporto che lo ha legato alla sua città. Milano, infatti, non è semplicemente lo sfondo della sua storia professionale, ma una matrice culturale, familiare, sociale e creativa che ne ha forgiato lo stile e lo sguardo. Cresciuto in un ambiente elitario (la madre Nane era discendente della dinastia che governò Milano dal 1277 fino alla morte, senza eredi legittimi, di Filippo Maria Visconti nel 1477 con il subentro degli Sforza, per il matrimonio di Francesco Sforza con Bianca Maria Visconti, figlia legittimata dell’ultimo Duca), visse in una dimensione a metà fra aristocrazia e borghesia, cultura e industria, poesia e pragmatismo. Proprio da tali alchimie si defini uno stile elegante, preciso, intellettuale e, al tempo stesso, leggero, ironico e libero.

Milano lo ha accolto, formato, ispirato e lui ha ricambiato con immagini che ne hanno raccontato lo spirito più autentico forse, non a caso, Harper’s Bazaar US lo definì “l’ambasciatore di Milano per eccellenza, il più internazionale e il più elegante”.
«Fotografare è una necessità e non un lavoro.
Rendere eterno un incontro tra due anime mi incanta».
(Giovanni Gastel)