C’è chi mette in dubbio la sua stessa identità, chi riconosce nella cosiddetta Fornarina non la figlia di un fornaio ma una giovane di ben più licenziosi costumi, chi la vede semplicemente come un’immagine di Venere. Ma c’è qualcosa di diverso in quel dipinto: il volto è un volto vero, per nulla idealizzato, gli occhi sembrano conoscere chi la sta ritraendo, e poi c’è quel bracciale che è molto più di una semplice firma. La Fornarina ci sta dicendo qualcosa: che lei appartiene a Raffaello. E nel libro di Pierluigi Panza, Un amore di Raffaello (Mondadori) è proprio lei che ci racconta la sua storia e quella del pittore che ha incarnato meglio di tutti il Rinascimento romano del primo Cinquecento. Un libro che è a metà tra il saggio di storia ed il romanzo, ma con una decisa propensione verso quest’ultimo; la grande storia è si presente, ma rimane sullo sfondo, a lasciarci intuire la presenza di papi, cardinali, imperatori e banchieri (Agostino Chigi, accomunato a Raffaello dalla morte che arriva a prenderseli con solo qualche giorno di distanza l’uno dall’altro, è forse l’unico ad avere spazio maggiore nel libro, assieme al cardinal Bibbiena), e perfino dei dipinti dello stesso Raffaello si accenna solamente. Quel che conta qui è solo Ghita, il punto di vista è il suo, chi parla è solo lei: è attraverso di lei che entriamo nelle stanze Vaticane, è con lei che vediamo gli affreschi di villa Farnesina, è lei a sottolineare il grande amore di Raffaello per l’antico, ed è infine lei a raccontarci le ultime ore del maestro. Ed è dalle sue timidezze, dalla gioia improvvisa, dalle gelosie e dal dolore che capiamo del grande amore tra i due; che forse è solo una leggenda o forse no, se è vero che – dopo la morte del pittore – lei entrò in convento come “vedova”. Di chi non lo si specifica, ma se a noi lo racconta la diretta interessata, possiamo forse opporci al pensiero di un matrimonio mai celebrato, ma forte e legittimo per entrambi?

Pierluigi Panza
Un amore di Raffaello
pp 216
Mondadori

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