Cari lettori, per questo numero estivo di Arte e Arti vi propongo stavolta una selezione di testi da portare sotto l’ombrellone (non necessariamente lì, potreste anche leggerveli in riva ad un lago alpino o comodamente seduti a casa vostra).

Si tratta di quattro volumi, che in realtà sono quattro saggi, anche se i primi due sono anche in forma di romanzo.
La prima lettura che vi consiglio è quella del recente vincitore del Premio Strega Emanuele Trevi. Due vite (Neri Pozza editore) racconta appunto l’amicizia, e non solo, dell’autore con due persone molto significative nella sua vita ma anche nel panorama culturale italiano: Rocco Carbone e Pia Pera.
Il libro oltre a raccontarci come la loro storia si intrecci con quella dell’autore, ci parla molto di loro e della loro opera, tanto da invogliarci a cercare e leggere i molti testi dei due autori che Trevi nel corso del suo romanzo cita. Come Trevi scrive la nostra esistenza è duplice: una vita di carne e sangue e una vita nella memoria di chi ci ha voluto bene.
E allora ecco il bisogno dell’autore di fissare la memoria dei due amici/scrittori in un libro. Operazione, secondo me, pienamente riuscita proprio perché il volume suscita l’urgenza di andare a scoprire, per chi non le conoscesse già, le opere dei due.
Urgenza di scrivere, di raccontare, di trovare parole che non esistevano per raccontare l’indicibile, che

è anche il filo conduttore de Il pane perduto di Edith Bruck (terzo classificato allo Strega ed edito da La nave di Teseo). Si tratta della storia della deportazione, della prigionia e del ritorno alla vita dell’autrice che, poco più che bambina, viene condotta assieme alla sua famiglia verso i campi di sterminio nazisti.
Il pane perduto è proprio quello da poco sfornato che non può essere consumato perché la piccola Ditke (originale che fino a quel momento l’autrice parli di sé in terza persona e poi da quel momento inizi a raccontare in prima persona) assieme alla famiglia viene a forza prelevata dalla sua casa nella campagna ungherese e avviata verso i campi di sterminio che descriverà nel proseguo del libro.
È davvero ben scritto ed arriva con grande forza al lettore come, nel momento del ritorno alla ‘realtà’ (titolo di uno dei capitoli) Edith non riesca a comunicare nemmeno alla sorella e al fratello i suoi sentimenti, quello che ha vissuto, anche perché le persone non volevano ascoltare o faticavano ad immaginare ciò che era potuto accadere.

Ecco allora un lungo errare di Edith di luogo in luogo, fino a un arrivo in Italia ove incontrerà l’uomo della sua vita e dove riuscirà anche a far divenire lavoro e motivo di vita il suo scrivere (cosa che aveva sempre cercato di fare anche nei momenti più bui).
La necessità e il dovere di raccontare è anche al centro dell’ottimo saggio di Adriano Prosperi, Un tempo senza storia. La distruzione del passato (Einaudi).
Il grande storico scrive questo bel saggio anche per darci una bussola per orientarci nel nostro incerto presente e ci avverte che se “chi profetizzava la fine della storia è stato presto disingannato” tuttavia stiamo assistendo a un “processo che potremmo definire di distruzione del passato”.
Questo problema di ignoranza e di “false idee su eventi del passato specialmente tra i giovani” – ci avverte Prosperi – in realtà si sta trasformando in un “voltare le spalle al futuro, una specie di malattia della speranza”.
Bellissime anche le pagine in cui Prosperi ci mostra i tanti esempi, nei quali il lavoro dello storico, passando al setaccio i dati da raccontare, diventi al contempo anche una “macchina per dimenticare”.

Potevano mancare le parole del diritto?
Ovviamente no, ed ecco il quarto consiglio di lettura (davvero raccomandato). Si tratta del saggio del grande giurista Natalino Irti, Viaggio tra gli obbedienti (La nave di Teseo).
Come si intuisce dal titolo il saggio è dedicato all’obbedienza ed in particolare ci si chiede perché obbedire: per conformismo, per paura della sanzione, perché si è capito il comando e si fa una scelta ponderata?
Come avrete capito anche stavolta il linguaggio giuridico torna prepotentemente attuale perché risulta difficile, se non impossibile, scegliere di obbedire a norme che non si possono comprendere: ecco allora l’esempio citato dal giurista di un decreto emanato in Italia durante la pandemia fatto di 123.000 parole (ossia tredici volte la Costituzione), un decreto fatto di rinvii e deroghe ad altre leggi (ben centotrentuno). Il monito finale dell’autore, da meditare e portare con sé, non solo in vacanza, è che l’autentica libertà “ha bisogno di regole e si costruisce attraverso la loro osservanza”.
Ed ecco spiegato il titolo dell’articolo.
Buone vacanze.