Confesso che appena arrivato, ho rischiato di strappare il libro.
Confesso di averci messo un po’ a capire come spiegarlo (letteralmente) e ripiegarlo, come se fosse uno di quei lunghissimi bugiardini che si trovano dentro le scatole delle medicine.
Confesso che dopo aver capito come ripiegarlo ho capito pure come si chiama questo formato: leporello, e di aver sorriso nello scoprire il perché di questo nome così noto ai melomani.
Confesso di averci messo ancora un po’ a capire perché il frontespizio stava alla fine. Ripensando ai manga, ho capito che quella che per me era la fine, era invece l’inizio. E allora ho ricominciato di nuovo.
Confesso di aver sfogliato questo libro e di aver pensato a van Gogh come se fosse un mio vicino di casa: “ah sì, questo piacerebbe a Vincent”.

Fatte tutte le mie confessioni, passiamo finalmente a parlare del libro de L’ippocampo Hiroshige. Paesaggi celebri delle sessanta province del Giappone: si tratta di un elegantissimo cofanetto che contiene appunto, assieme ad un utile vademecum, il leporello, un lungo viaggio di carta e colore attraverso il Giappone della metà del XIX secolo, così come lo descrisse Hiroshige che del genere delle vedute era d’altronde maestro indiscusso.
L’arte di descrivere il paesaggio Hiroshige l’aveva appresa a sua volta da Utagawa Toyohiro (uno dei primi artisti giapponesi a dedicarsi a questo soggetto) frequentando la sua bottega a partire dai quattordici anni, e rendendola celebre in tutto il paese con la serie delle Cinquantatré stazioni di posta della strada del Tokaido, pubblicate tra il 1832 e il 1834.

Paesaggi reali, paesaggi immaginari: all’epoca fece storcere il naso a molti il fatto che, per le sue sessanta province del Giappone, Hiroshige abbia spesso fatto ricorso ad altri album o quaderni di modelli (segnatamente, molte vedute si ispirano ai Paesaggi straordinari di montagne e di acque di Kyokko Fuchigami, pubblicati all’inizio del secolo), che ha però tuttavia sempre reinterpretato, rendendo le sue immagini uniche e nuove semplicemente decidendo un taglio diverso, concentrandosi su un dettaglio o su un colore, che è così tanto spesso quello del cielo e del mare da aver procurato al suo autore il soprannome di “Hiroshige il blu”.

In fondo poi a noi, che sfogliamo questo libro centocinquant’anni dopo, importa relativamente sapere se l’autore è stato davvero in tutti i luoghi che ha disegnato: ci basta il suo sguardo lieve (che diventa poi anche il nostro) mentre ci mostra barchette, montagne, cascate, spiagge e santuari, che ci appaiono di fronte come in un sogno del mattino.

Hiroshige. Paesaggi celebri delle sessanta province del Giappone
Anne Sefrioui 
Traduzione di Margherita Botto
pp. 196
Ippocampo Edizioni

Dove e quando